libertà giornalisti iran

L’Iran non è un paese di libertà

L’Iran non è paese per liberi pensatori. Secondo il recente rapporto di Reporters Sans Frontières, l’Iran si colloca oggi al 169 posto su 180 paesi per quanto riguarda la libertà di espressione. Giornalisti, reporters, blogger sono costantemente posti sotto il controllo vigile dell’autorità che va a colpire con la massima crudeltà ogni comportamento “criminale”, comprese le critiche pubblicate su un blog oppure il fedele report di una manifestazione. Sono state più di 1000 le condanne a morte eseguite nel 2015 e frustate, arresti arbitrari, violazioni sono ancora all’ordine del giorno.

Il secondo paese per utilizzo della pena capitale e con un numero elevato di giornalisti nelle carceri, l’Iran è terra di contraddizioni interconnesse, di cultura e repressione, di vitalità e censura. Sebbene il paese sia retto dal moderato Rouhani e nelle recenti elezioni di marzo il suo partito abbia visto crescere la sua delegazione all’interno del Majlis, il parlamento della Repubblica, non è migliorata in maniera sensibile la vita della stampa. Quattro giornalisti iraniani – Afarin Chitsaz, Ehsan Mazandarani, Saman Safarzai e Davud Asadi – sono stati ritenuti colpevoli, per esempio, di atti contro la sicurezza nazionale da una corte del paese e condannati a pene comprese tra i cinque e i dieci anni di prigionia. Oggi sono decine i prigionieri di coscienza trattenuti principalmente nel terribile carcere di Evin, a Teheran, per reati definiti in maniera particolarmente vaga e generica afferibili al semplice esprimere ad alta voce o pubblicamente una propria idea. Amnesty International, da sempre sensibile a questi temi, ha svolto un’indagine sullo stato delle carceri: oltre al sovraffollamento, sono molte le denunce riguardo l’insufficienza di cibo, la scarsità igienica e il ricorso a varie forme di violenza fisica e psicologica.

 Keywan Karimi
Il regista Keywan Karimi, fonte Corriere.it

Il più recente report di Ahmed Shaheed, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani in Iran, sostiene che ci sono 53 persone oggi nelle carceri iraniane per accuse legate alla libertà di espressione. Tra di essi, almeno 17 sono giornalisti tra cui Atena Farghadani e Issa Saharkhiz. La Farghadani è un’artista e attivista, in carcere dall’agosto 2014. In una recente lettera, la donna ha denunciato di aver subito un test della verginità, definito da Amnesty International come tortura e da Human Rights Watch come una forma di violenza sessuale. Keywan Karimi è un regista curdo iraniano ed è stato condannato a trascorrere un anno di carcere, a subire 223 frustate e a pagare una multa di 20 milioni di rial, circa 600 Euro. Il cineasta è stato accusato di “aver offeso le istituzioni sacre dell’Iran” nei suoi film; l’accusa fa riferimento al lavoro Scrivere sulla città, un docufilm inedito che racconta i graffiti sui muri di Teheran dalla rivoluzione del 1979 sino alla rielezione di Ahmadinejad nel 2009. Mohsen Renani, invece, è un docente dell’Università di Isfahan. Qualche anno fa ha aperto un blog nel quale pubblica opinioni ed analisi legate al suo campo di studi: l’economia. Dal 10 febbraio scorso il blog è offline, senza nessun motivo esplicito, ragion per cui è facile immaginare che alcune delle sue critiche alla politica economica iraniana non siano piaciute. Jasmine Mirage è una blogger e poetessa di Isfahan, innamorata dell’Italia, ha imparato da sola la lingua e dai suoi account Facebook – Jasmin Efte e Alba Persiana – racconta le bellezze e le contraddizioni del suo paese. Da mesi sto cercando di intervistarla, peccato che il suo profilo venga ciclicamente bloccato dalle autorità, almeno una volta ogni due settimane circa, soprattutto in concomitanza con appuntamenti elettorali e di mobilitazione sociale. In un dialogo, interrotto a causa dell’oscuramento del profilo, con Giuliana Campisi, Jasmin spiega così il suo attivismo: “Vivendo in un paese come il mio, impari che ciò che conta veramente è la qualità della tua vita e non la quantità. Che senso ha vivere in una gabbia dorata tutta la vita quando puoi camminare – scalzo – ma libero?”

we are journalists bologna film
Una scena del documentario “We are journalists”

Proprio la necessità di affermare e conquistarsi uno spazio di libertà ha portato il regista Ahmad Jalali Farahani a costruire e realizzare il documentario We are journalists, presentato in Italia nella rassegna itinerante Mondovisioni (Internazionale + CineAgenzia). Il percorso del regista parte nel 2006 quando il giornale filo-governativo Tehran emrooz fu chiuso da Ahmadinejad: Farahani intuì la portata storica di ciò che stava succedendo. Ripresa dopo ripresa, intervista dopo intervista, il giornalista dà voce a colleghi, attivisti, oppositori politici. Filma le manifestazioni, le riunioni, la vita delle redazioni per realizzare un quadro accurato dei rischi che si corre, quotidianamente, per poter realizzare il proprio lavoro. Arrestato più volte, oggi Farahani vive in Danimarca dove è al sicuro dalle minacce di morte ricevute dopo la proiezione di alcuni suoi film. La situazione di Farahani non è unica, il documentario presenta infatti tante altre storie di colleghi fuggiti dal Paese e per i quali la possibilità di un ritorno a casa è vista come la più lontana delle realtà possibili. Attivisti per i diritti umani ed osservatori indipendenti hanno notato come l’apertura dell’Iran verso gli Stati Uniti e l’Europa potrebbe aprire una finestra di opportunità affinché le autorità della Repubblica Islamica riducano le violazioni dei diritti umani sul proprio territorio; lo stesso Rouhani ha ripetutamente dichiarato che ci vorrebbe più libertà su internet per giornalisti e blogger. I numeri, per ora, smentiscono le intenzioni, ci vorrà ancora del tempo per scoprire se non saranno soltanto promesse, nel frattempo nel carcere di Evin decine di prigionieri di coscienza soffrono e i giornalisti lottano tutti i giorni per poter fare il proprio lavoro: raccontare la realtà.

Angela Caporale

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