#ijf15 – Il racconto dell’ISIS tra propaganda e giornalismo

Quando Jason Burke ha definito Al Qaeda come un’idea più che una vera propria entità militare ci ha svelato non solo un elemento chiave per comprendere l’organizzazione di Bin Laden, ma in maniera ben più ampia ciò che caratterizza il terrorismo islamista dall’attacco alle Torri Gemelle sino alla minaccia dello Stato Islamico. Come è possibile che l’ISIS perda Kobane e Tikrit e non appaia meno minaccioso, anzi tutto il contrario? 
 
ISIS festival internazionale del giornalismo perugia
Perugia, Festival Internazionale del Giornalismo 2015
 
“Metà della guerra è fatta dai media e sui media”, spiega il giornalista Fabio Chiusi al Festival Internazionale del Giornalismo (nonché qui e qui). Gli jihadisti stessi ne sono pienamente consapevoli e hanno pianificato una capillare strategia mediatica capace di raccontare la storia del “califfato”. Attraverso la propaganda offline ed online, l’ISIS non solo mostra le proprie “attrattive” ai potenziali supporters, ma rivolge un messaggio di forza a tutti i potenziali nemici. 
Per qualsiasi gruppo terroristico la comunicazione ricopre un ruolo vitale: senza di essa per il gruppo e i suoi leader viene a mancare la condizione fondamentale per potersi mettere in relazione con stati, organizzazioni internazionali e mass media. Ed è proprio su questo piano che si combatte la battaglia di propaganda nella quale la narrazione dell’ISIS è così forte. Come osservato dal ricercatore dell’Istituto di Scienza Politica Internazionale, Eugenio Dacrema, l’ISIS costruisce la sua azione comunicativa su un duplice pilastro: da un lato la promozione dell’idea di un’espansione continua, raccontata sui social grazie a mappe che indicano conquiste, rotte, battaglie, e dall’altro lato, il racconto della “vita perfetta” che viene condotta nei territori una volta conquistati. Entrambi i messaggi vengono diffusi anche grazie allo sfruttamento di immagini (ed azioni) particolarmente violente, giustificate in ultima istanza da Dio. Proprio Allah viene chiamato in causa dagli islamisti del “califfato” come ragione che soggiace e dà un significato ultra-terreno a qualsiasi gesto compiuto sulla terra dove si sta combattendo il Jihad. Non si tratta di una strategia nuova, la novità dell’ISIS però sta nella sistematizzazione e nell’estremizzazione del concetto che va a permeare ogni singolo aspetto del racconto (che, in fondo, è quasi tutto quello che noi possiamo sapere).
 
La principale sfida è capire come raccontare quello che sta succedendo tra Siria ed Iraq. Online è possibile accedere ad una varietà di materiali: dai video delle decapitazioni alle immagini di gattini pubblicate dalle donne che vivono nel “califfato” e che vengono sfruttate per prendere parte alla macchina della propaganda. Utilizzare la cornice dello scontro di civiltà, secondo Chiusi, porta a confermare l’idea promossa dall’ISIS stesso che la battaglia finale tra mondo islamico ed “infedeli” sia sempre più imminente e, di conseguenza, si fornisce un quadro di senso anche al richiamo alle armi attorno alla bandiera nera. Tuttavia nemmeno la rimozione delle immagini è sufficiente: c’è bisogno di una vera e propria contro-narrazione capace, tra le altre cose, di evidenziare il gap tra realtà mediatica e realtà concreta che, in questo caso, appare sempre più evidente. Un esempio tra tanti è la forbice sempre più ampia tra le sconfitte militari di Kobane e Tikrit e la retorica di conquista promossa a più livelli.
Quando Monica Maggioni, direttrice di RaiNews24, ha annunciato che sulla sua rete non sarebbero più stati mandati in onda i video pubblicati dall’ISIS che mostrano decapitazioni e violenze in molti hanno accolto la scelta con ammirazione, alcuni addirittura con sollievo. Guardare quelle immagini così crude, magari sui social networks in mezzo a video di gatti e fotografie delle vacanze, ha un impatto psicologico notevole, tant’è che non sono pochi gli utenti -soprattutto di Twitter- che si sono cancellati dal social per non imbattervisi più. Nonostante ciò, la rimozione ha l’effetto di rendere impossibile per l’analista e per il lettore osservare e valutare i messaggi in maniera autonoma. La domanda, così come se l’è posta Andy Carvin in questo articolo, è: dove traccio la linea tra esplicito e celato?
 
Fonte: @ChElm
Ben de Pear, direttore della britannica Channel 4, e Chris Hamilton, direttore social media della BBC sono concordi: “L’autocensura dei media non deve essere una regola assoluta. Bisogna valutare caso per caso e decidere cosa mostrare e cosa nascondere.” Le strategie possono, però, essere diverse: il team della BBC ha scelto di mostrare i fermi-immagine affinché sia possibile raccontare e contestualizzare la notizia, per Channel 4, invece, è fondamentale riportare e spiegare ciò che accade. “A volte le descrizioni verbali sono crude tanto quanto le immagini, spiega de Pear, perciò, perché rinunciarvi?”. 
In questo dibattito è importante tenere in considerazione che i video pubblicati dall’ISIS e condivisi dai suoi supporters sono di ottima fattura, provengono da zone alle quali i reporter non possono avere accesso e sono disponibili online dove tutti li possono vedere. Giornalisti, cittadini, tutti potenzialmente possono vedere tutto ed essere bersaglio della macchina della propaganda jihadista. “Guardando video così sofisticati – osserva Mark Little, fondatore e CEO di Storyful nonché moderatore del panel British – mi sento manipolato in quanto spettatore, prima che come giornalista.” Proprio in questo contesto una professione che sembra(va) al capolinea, quella del giornalista, assume un nuovo ruolo fondamentale. Rispondere alle sfide poste dalla propaganda del terrorismo deve essere uno stimolo a chiedersi cosa significa mediare oggi. Andy Carvin, nuovamente, sostiene che il giornalista dovrebbe diventare il “custode dell’ultimo miglio”, ovvero colui che grazie all’esperienza è capace di discernere ciò che va mostrato e ciò che va nascosto, ciò che è attendibile e ciò che è una vera e propria montatura. Quasi una rivoluzione del mestiere per come si è involuto, ma a ben guardare non si allontana poi troppo dall’ideale del reporter capace, prima di tutto, di raccontare storie, mostrare avvenimenti lontani, illuminare gli angoli bui del pianeta. Tuttavia la capillare narrativa dell’ISIS dovrebbe stimolare una riflessione non solo per chi racconta, ma anche per chi legge. Informazione e conoscenza sono armi forti per contrastare qualsiasi tipo di propaganda ed è bene ricordarlo più spesso. Esse sono anche antidoti contro l’assuefazione alla ultra-violenza mostrata dal “califfato”, che è pienamente consapevole di colpire le coscienze utilizzando determinati frame narrativi e visivi. Come osservato in maniera trasversale da tutti gli speaker dei due panel, il principale rischio dell’esposizione eccessiva alle immagini prodotte dall’ISIS è che essa abitui ad immagini oltremodo cruente il pubblico che, di conseguenza, vede la propria capacità di analisi inibita.
È troppo presto per sapere davvero quale sia la via giusta, ammesso che ci sia, per raccontare quello che l’ISIS sta compiendo tra Iraq, Siria e Libia. Ma non è troppo presto per chiedersi cosa stia succedendo e perché, dove stia la verità dietro ai video patinati, quali siano le radici di tanta violenza e, soprattutto, quale sia la linea che separa la coscienza dall’assuefazione.

 

I STILL BELIEVE in bearing witness. I still believe in giving my online followers a chance to make an informed decision about what they view and what they don’t. I still want to hold war criminals to account. But when am I serving the public’s interest? Is it when I share a clip and get accused of promoting ISIS and its ilk? Is it when I don’t share a clip and get accused of self-censorship, or attempting to hide the truth from the public?

 

Where do you draw the line?

 

Does the line even mean anything anymore?

 

(Andy Carvin)

Angela Caporale
@puntoevirgola_ 

 

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