#ijf15 – Jeff Jarvis e il futuro del giornalismo

Che il giornalismo, inteso sia come strumento d’informazione ma anche come modello di business, si debba reinventare per affrontare le sfide poste dall’evoluzione del web e dei social media è abbastanza assodato. Non si può, volenti o nolenti, tornare indietro verso anacronistiche difese di uno status quo che è già stato polverizzato dalla inconfutabile realtà dei fatti. D’altra parte però le problematiche per chi vuole fare giornalismo oggi, ad ogni livello, esistono e sono innegabili. Ottenere più introiti tramite pubblicità (sotto le sue più variamente celate forme) o mantenere la propria reputazione? Far pagare per i propri contenuti (o solo alcuni di essi) on-line grazie ai cosiddetti “Paywalls”, rimarcando il valore monetario del lavoro culturale ma rischiando di perdere utenti, oppure convertirsi alla fede della democrazia digitale e sperimentare forme di finanziamento alternative come il crowdfunding?
A questi amletici quesiti Jeff Jarvis, direttore del Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism alla City University di New York, fondatore del blog “BuzzMachine” e fermo sostenitore dell’Open Web, ha una sua inequivocabile risposta. E l’ha raccontata in una conferenza, dal titolo autoesplicativo “to hell with mass media”, che ha avuto luogo sabato mattina al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.
 
L’immagine originale è consultabile qui.
Secondo Jarvis la via maestra è quella che lui ha chiamato Social Journalism o, alternativamente, Community Journalism. La premessa principale da cui parte la sua proposta è una rivoluzione copernicana della maniera in cui i media percepiscono l’opinione pubblica. Bisogna passare dalla “massa”, trattata dagli addetti ai lavori come entità unitaria ed indistinta e dagli interessi intrinsecamente omogenei, alle molteplici “comunità”, nel senso di aggregazioni di individui, legati da elementi comuni ed affinità, che si vogliono sentire “rilevanti” e quindi meritano contenuti per loro “rilevanti”. Questo radicale cambio di prospettiva implica uno studio approfondito da parte dei nuovi media di cosa vogliono leggere i singoli lettori, delle loro richieste e delle loro esigenze. I “rapporti umani” sono la vera salvezza per il mondo dell’informazione secondo Jarvis. Non le forme ingannevoli di pubblicità come il “native advertising”. E nemmeno i paywall, che pur concettualmente non vanno rigettati, dato che il giornalismo deve necessariamente essere imprenditoriale. Ma la personalizzazione dei contenuti sul web deve inevitabilmente andare di pari passo con una maggiore specializzazione e una maggiore “qualità”. Citando Jarvis, si impone la necessità di passare “dai volumi al valore” e i giornalisti devono di conseguenza smetterla di essere “stenografi” per diventare “promotori di qualcosa”. Dunque anche il presunto appiattimento della  ricchezza degli articoli, causato dagli stilemi della comunicazione contemporanea, viene smentito. In poche parole mentre i mass media sono morti e sepolti, il giornalismo è destinato a sopravvivere. Ma può e dovrebbe ripensarsi attraverso l’interesse per la comunità e l’originalità dei contenuti.

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Il punto di vista di Jarvis è estremamente stimolante ma presenta alcune criticità.
La prima è il sottile confine tra legittimo studio di dati e statistiche sul pubblico a fini di lucro e l’ invasione della privacy dei cittadini. Personalmente penso che sia un non problema, per volontà stessa degli utenti. Se si crea un account Facebook o Twitter è, anche parzialmente, perché ci si vuole sentire parte di una comunità, locale se non addirittura globale. Ogni singolo tweet o post è una rinuncia alla propria privacy in favore di un avvicinamento alle comunità delineate da Jarvis. E gli autori ne sono coscienti ormai ed evidentemente disponibili al sacrificio. Me compreso. E tanti saluti all’ipocrisia.
Un punto debole del pensiero esposto dal professore newyorkese è la reale presenza di queste diverse comunità su internet ed, eventualmente, la natura del loro processo di formazione. Durante la lecture, Jarvis ha fatto riferimento alla notizia del vestito che cambiava colore a seconda di chi lo guardava come un esempio di pessimo giornalismo, in cui non si fanno distinzioni tra il pubblico, si propina una notizia di scarso valore e la si riprende non aggiungendo nulla di personale. Belle parole per carità ma la cosa ha avuto successo ed è diventata virale, come tante altre in precedenza. Ciò mette vagamente in dubbio la nozione di “comunità” al centro della visone di Jarvis. Ecco poi andrebbe specificato come nascono questi raggruppamenti di soggetti dagli interessi similari. Jarvis sembra proporre un modello “bottom-up”, in cui il giornalista si cala nel contesto sociale. Temo invece che nella prassi si instaurerebbe un processo “top-down”, messo in atto da un team “smanettoni” con gli occhiali spessi, le palpebre sbarrate sui loro monitor e tanta indifferenza per le persone in carne ed ossa.
La terza e ultima problematica riguarda la praticabilità del progetto del saggista statunitense. Gli editori privati vogliono risultati e guadagni immediati e non penso gli importi molto degli esperimenti sociologici. I direttori delle testate (anche per ragioni anagrafiche) presumo che spesso e volentieri non abbiano l’apertura mentale per lanciarsi in iniziative di questo tipo e preferiscano puntare su strategie tradizionali. In Italia mi pare che il problema sia ancora più acuto, con una tendenza da parte della categoria a fare pochi sforzi per coniugare qualità e profitto, concetti che vengono pensati come ineluttabilmente antitetici. Della serie: o si fa giornalismo per il bene dell’informazione e si attende un Godot (stato o privati) che magnanimamente lo finanzi oppure si punta esclusivamente sul profitto, andando a pubblicare quello che la gente si vuol sentir dire. Non a caso Jarvis collabora con The Guardian, non con Il Corriere della Sera. Infine ci sono i giornalisti. Sono davvero pronti e hanno la volontà di mettersi in gioco? Nel benaugurato caso in cui siano ben disposti, posseggono gli strumenti teorici e analitici per trasformarsi in pseudo-sociologi?
Insomma le idee di Jarvis sulla strada che il mondo dell’informazione dovrebbe imboccare per prosperare in un futuro sempre più condizionato dal digitale sono interessanti e persino visionarie ma non proprio semplici da mettere in atto. Tuttavia tentare di sperimentare, in questa come in altre direzioni, non nuoce di sicuro. Soprattutto quando a volte l’altra opzione è il baratro.
 

 

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