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La mancanza del diritto alla sessualità per le persone con disabilità

Il 7 novembre 2022 Iacopo Melio, consigliere regionale della regione Toscana, ha presentato una mozione in merito all’istituzione di una figura professionale che si occupi dell’emotività, affettività, corporeità e sessualità delle persone con disabilità. L’obiettivo della mozione è suscitare una discussione regione-governo che possa portare un risultato legislativo. “Si tratta di una mozione di indirizzo politico, il cui scopo può essere soltanto quello di fare informazione, sensibilizzazione e pressione, ma ciò non significa che sia inutile: l’attenzione mediatica che è scaturita dopo averla depositata è stata enorme e sarà fondamentale per i prossimi step”, spiega Mielo in un’intervista a The Bottom Up.

Già nel 2014, l’allora senatore Sergio Lo Giudice aveva presentato in Parlamento delle disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità, ma la proposta non è mai stata discussa. “Siamo un Paese che vede ancora la sessualità come un grande tabù e prima facciamo pace con le nostre genuine pulsioni e prima aiuteremo a stare meglio anche chi, ancora, viene visto come un individuo angelicato: infantilizzazione, questa, che ha ripercussioni anche in altre sfere come ad esempio quella lavorativa o sociale-relazionale”, afferma Melio.

La mozione si richiama alla Dichiarazione universale dei diritti sessuali redatta a Hong Kong nel 1999 nel corso dell’XV Congresso Mondiale di Sessuologia della World Association for Sexual Health (WAS): «ogni individuo ha il diritto al miglior livello raggiungibile di salute e di benessere relativa alla sessualità». In diversi Paesi europei – come Germania, Belgio, Svizzera e Paesi Bassi – esiste già una figura professionale specializzata nell’educare all’empatia e alla sessualità di persone con disabilità psichiche e motorie. L’intento è di istituire anche in Italia una figura professionale che non debba occuparsi dei bisogni sessuo-affettivi delle persone con disabilità ma che, in quanto terapeuta, abbia una preparazione qualificata per occuparsi dell’aspetto educativo. 

In Italia le famiglie si trovano abbandonate dalle istituzioni su questo fronte: non hanno gli strumenti e i servizi adeguati, né le competenze per affrontare il tema. “Quello della sessualità viene visto come un diritto di serie B, o addirittura come un non diritto”, continua Melio. Per ovviare a questa mancanza, diversi enti e associazioni hanno cominciato a organizzarsi autonomamente. Il comitato Lovegiver, diretto da Maximiliano Ulivieri, dal 2019 promuove la formazione di operatorə all’emotività, all’affettività e alla sessualità (O.E.A.S). I formatori, che sono perlopiù psicologi e sessuologi, si occupano di istruire operatorə che sono indispensabili per indirizzare correttamente l’incontro con la persona disabile.

Il progetto Il Marimo dell’associazione Verba di Torino, nato da pochi mesi, si occupa della stessa tematica ma con un approccio diverso. Attualmente garantisce l’accesso alle persone con disabilità in ambulatori convenzionati con l’ASL a visite andrologiche e ginecologiche, nonché a percorsi psicologici e consulenziali riguardo a tematiche di educazione sessuale e affettiva. La psicologa Alessia Gramai, referente del progetto, spiega a The Bottom Up come Il Marimo sia in realtà la sintesi di anni di lavoro: dalla necessità di garantire un accesso alle visite mediche alle donne con disabilità, è emerso poi il bisogno di educare alla sessualità. “Molte ragazze non sapevano nulla del loro corpo, della contraccezione, della sessualità dal punto di vista relazionale e corporeo-fisico. Quando in ambulatorio, durante le visite, emergevano queste situazioni, abbiamo capito che era necessario occuparsi della parte psicologica e consulenziale con psicologi e sessuologi specializzati”. I percorsi di educazione sessuale e affettiva, generalmente organizzati in incontri mensili, sono individuali e ritagliati sulle esigenze della persona, nonché sulla sua disabilità, così da garantire l’autodeterminazione. Gramai spiega come le persone con disabilità fisica siano generalmente già avviate alla sessualità, perché hanno avuto l’occasione di socializzare, sperimentare ed esplorarsi. “In questi casi, ciò che emerge solitamente è un percorso psicologico legato alla propria immagine e al rapporto con l’altro”. Il discorso è diverso per le persone con disabilità intellettiva, che necessitano di un’altra tipologia di percorso, incentrato su tematiche di educazione specificatamente sessuale e/o solo affettiva. Senza un supporto adeguato, c’è il rischio che la persona non sappia interpretare determinate situazioni, “come nel caso del corteggiamento, che al giorno d’oggi avviene anche tramite lo scambio di messaggi al telefono, e può essere molto complesso”, continua. “Fare educazione sessuale e affettiva serve proprio a fare prevenzione”. 

Seppur con metodologie e approcci diversi, sia il progetto Il Marimo, sia l’istituzione dell’operatorə all’emotività, affettività e sessualità, racchiudono un messaggio di fondo comune: il bisogno di riconoscere alle persone con disabilità il diritto a una propria sessualità. “In generale la tendenza è di non parlare di questa questione, o considerarla un problema”, conclude la dottoressa Gramai. 

Francesca Neri

Fonte foto di copertina: Alessio Mingiardi/Disability Pride Network

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