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Le mani del potere sulla culla del sapere: intervista al giornalista Gürkan Özturan

1 gennaio 2021: ad Istanbul, l’Università del Bosforo inizia il nuovo anno con un vecchio dilemma. Dopo cinque anni di rettorato sotto l’emergenza seguita dal tentato colpo di stato del 2016, il nuovo rettore Melih Bulu viene nuovamente designato dal governo e non democraticamente eletto. Lo accompagna un decreto legge che prevede che questo possa accadere anche nel prossimo futuro: gli studenti dell’ateneo non ci stanno e il 4 gennaio avviano nel campus internazionale più antico del mondo un sit-in di protesta che ha scatenato scontri violenti con la polizia e che ancora non si ferma.

Siamo al 242esimo giorno di mobilitazione ininterrotta quando Gürkan Özturan, ex giornalista di dokuz8haber (con cui ha seguito le proteste di Boğaziçi  – la chiameremo spesso col suo nome turco – sin dall’inizio) e adesso coordinatore del Media Freedom Rapid Response del Centro Europeo per la libertà di stampa, si prende una pausa dalla ricerca di un passaporto per un giornalista iraniano in difficoltà pur di dialogare con noi. Lo intervistiamo per The Bottom Up  soprattutto come ex allievo dell’Università del Bosforo che ha frequentato dal 2003 al 2009, “non ho avuto modo di frequentare in un tempo in cui Recep Tayyip Erdoğan non fosse al governo” esordisce quando gli chiediamo quale sia stato il ruolo di Boğaziçi nella società turca. 

Boğaziçi si è sempre concentrata sui diritti e sulle libertà individuali molto più che sulle questioni politiche, come invece accade nella maggior parte delle altre università in Turchia. La cultura di Boğaziçi si fonda sulla discussione e sul confronto alla ricerca di un compromesso e di soluzioni reciproche, uno spazio in cui tutti hanno il diritto di esprimersi e tutti devono essere rappresentati, proprio come dovrebbe essere in una democrazia. Da quando l’AKP (il partito di Erdoğan, ndr) è al potere, però, si sono viste anche le prime manifestazioni violente. Ricordo che l’anno in cui mi laureai coincise con la prima visita di Erdoğan al campus, accompagnata inevitabilmente da un gruppo di dimostranti in disaccordo con la sua presenza e la sua politica: fu anche la prima volta che vidi la polizia all’interno di quelle mura. Dal 2010 ad oggi, infatti, la situazione è stata sempre più tesa. La politica dell’AKP spinge verso la polarizzazione, allo scontro più che all’incontro, a prendere di mira i soggetti in disaccordo e da allora Boğaziçi è stato considerato un covo di piantagrane. Più volte il presidente Erdoğan non ha esitato ad affermare che la Turchia non è un Paese per geni, ma per uomini e donne semplici, una spinta alla mediocrità che ho sempre trovato frustrante, specie per un ateneo come Boğaziçi da cui sono uscite le menti più brillanti della politica e dell’attivismo dei Balcani e del Medio Oriente.”

La situazione è ulteriormente peggiorata nel 2016 dopo il tentato colpo di stato, giusto?

“Il 2016 vede il ritorno di un rettore incaricato dal governo, prima di allora era accaduto solo una volta nel 1982 dopo il colpo di stato militare del 1980. Anche in questo caso, trattandosi di una situazione d’emergenza, sembrò lecito che la reggenza intervenisse sulla designazione, e si scelse Mehmed Ozkan, accettato quasi di buon grado perché già vice rettore e membro storico dell’accademia a Boğaziçi. Infatti è rimasto al suo posto fino al 1 gennaio 2021 quando l’incarico è stato affidato al tanto discusso Melih Bulu per decreto, un decreto che prevede che i rettori delle università non siano più eletti democraticamente, ma imposti per decisione del Presidente della Repubblica”.  

Infatti, è stata questa la decisione che ha fatto nascere le proteste più accese che hanno raggiunto la stampa internazionale, proteste portate avanti tanto dagli studenti quanto dai professori. Il nuovo rettore, Melih Bulu, nasce prima come esponente dell’AKP e poi come accademico. Per questo non è mai stato accolto dal Senato dell’Università, di conseguenza non ha mai davvero potuto esercitare il suo ruolo. “Per esempio, qualsiasi evento organizzato all’interno del campus, che solitamente necessita la firma del rettore, è avvenuto senza quest’ultima, giudicata senza valore”, ci ha raccontato Özturan.

“Tuttavia, l’elezione di un rettore universitario non solo in Boğaziçi, ma in qualunque università turca, non è mai stata completamente democratica. Infatti, anche se i capi di dipartimento votano al Senato dell’accademia, solo i nomi dei 6 più votati finiscono al palazzo presidenziale ed è a quel punto che il Presidente della Repubblica ne sceglie uno tra questi 6, e non necessariamente il primo. I candidati sono quasi sempre più di 6, e magari il sesto ha ricevuto un solo voto, quello di se stesso. Con l’allontanamento di Melih Bulu, ad esempio, all’interno di Boğaziçi si è comunque svolta una sorta di elezione per capire quali fossero le persone più supportate. Di 17 candidati, solo 2 hanno ricevuto il 97% dei voti. Come ovviare a questa ingiustizia intrinseca? Da parte di Boğaziçi, il candidato dinanzi al Presidente della Repubblica è sempre stato solo uno, ovvero, gli altri 5 in lizza si sono sempre tirati indietro dinanzi al nome con la maggioranza delle preferenze. Così il Presidente non può davvero scegliere, ma limitarsi ad approvare la volontà dell’accademia. Certo, è capitato anche che rifiutasse il nome presentato da Boğaziçi, fu il caso di Gülay Barbarosoğlu, rettrice dal 2012 al 2016 e rieletta per un secondo mandato. Il presidente Erdoğan posticipò la sua approvazione finché il tentato colpo di stato non ha permesso l’imposizione di Mehmed Ozkan, suo vice.”

Molti studenti sono stati arrestati durante le proteste a Boğaziçi, compresi due professori, Can Candan e Feyzi Erçin . Qual è la loro condizione al momento?

“La maggior parte di loro è stata rilasciata, ciò non toglie che il governo abbia preso diversi provvedimenti, quali la sospensione di fondi e borse di studio, vuoti che stiamo cercando di colmare attraverso donazioni spontanee da tutto il mondo, specie dagli expat turchi che vivono all’estero. Quanto a Can Candan e Feyzi Erçin , fermati rispettivamente per il loro supporto legale agli studenti trattenuti e per la loro attività di videomaking, non hanno ancora il permesso di tornare ad esercitare, ma spero lo faranno presto”

Lei era lì presente nei giorni cruciali della cosiddetta #BoğaziçiResistance?

“A causa della pandemia, solo gli studenti immatricolati hanno potuto partecipare alle proteste. Una cosa che, in qualità di vecchi alunni – e nel mio caso anche di giornalista – ci ha spezzato il cuore, ma in una qualche misura ha anche evitato ogni tipo di strumentalizzazione della protesta che, senza ombra di dubbio, veniva condotta solo ed esclusivamente dall’interno. Ad eccezione della stampa filo-governativa, nessuno ha avuto il permesso di accedere al campus, ma per fortuna tecnologia e solidarietà hanno ovviato al problema. Gli studenti hanno creato gruppi Telegram invitando circa 300 giornalisti a cui inviavano costantemente materiale foto e video registrato all’interno del campus. Li aspettavamo fuori dai cancelli, per quanto sia stato doloroso, è stato quasi come essere lì, dove penso si sia fatta la storia”

Proteste degli studenti dell’Università Boğaziçi. / Foto dal profilo Twitter del collettivo femminista Kampüs Cadıları

Sia la stampa turca che quella internazionale ha accostato il movimento di #OccupyGezi a quello della #BoğaziçiResistance. Lei ha già dichiarato che, a suo dire, le proteste di Boğaziçi siano un passo in avanti rispetto a quelle di Gezi Park del 2013. Può spiegarci come?

“Il movimento di #OccupyGezi nasce da una reazione quasi istintiva alla soppressione di alcune libertà fondamentali. La #BoğaziçiResistance, invece, va oltre, e reclama la libertà nel campus, lì dove la democrazia si costruisce sulla base di un sistema meritocratico. Boğaziçi è una culla, ciò che accade e si discute al suo interno arriva ad essere argomento di discussione per la società civile a 10 anni di distanza. Si pensi, ad esempio, al movimento LGBTQI+: una delle prime mosse di Mehmed Ozkan nel 2016 fu quello di chiudere il club LGBT del campus, e adesso, proprio durante le proteste degli ultimi sei mesi, il loro operato è tornato alla luce come espressione d’arte, in un’opera esposta che accostava la bandiera arcobaleno alla Ka’ba e che ha definitivamente acceso le manifestazioni fino a richiamare un intervento militare. Gli studenti musulmani si sono sì, sentiti offesi, ma volevano risolvere la questione nelle modalità di Boğaziçi, attraverso il confronto e il dibattito. Quando hanno visto le forze dell’ordine arrestare quei colleghi che avevano leso i loro sentimenti, si sono tirati indietro. Non è questo il modo in cui le cose accadono qui. Ed è per questo che, alla luce dell’enorme bisogno di avere una nuova Costituzione, spero che la resistenza di Boğaziçi e i giovani che ne fanno parte stiano gettando le basi per questi futuri principi su cui basare una Turchia diversa.”

Foto della resistenza del Club degli studenti LGBTQI+ dell’Università. / Foto dal profilo Twitter del Boğaziçi Öğrenci Meclisi #2, il Consiglio degli Studenti di Boğaziçi.

Adesso che Melih Bulu è stato allontanato, principalmente a causa di alcune pesanti accuse per plagio, al suo posto c’è Naci Inci, altrettanto malvoluto. Chi è e come andrà a finire questa storia?

“Credo che la sua designazione rifletta una strategia governativa ben precisa. È una figura simile a Mehmed Ozkan, anche Naci Inci è professore a Boğaziçi già da lungo tempo, quindi sperano che portare una figura dall’interno possa placare le proteste. Ma Inci è supportato solo dal 5% dell’accademia tra professori e studenti, tanto che attualmente si muove scortato come fosse il comandante di un esercito durante un’invasione. Allo stesso modo, non credo che il Senato gli darà pieni poteri, anche se sta cercando di spostare dei voti con l’apertura di due nuove facoltà, quella di legge e quella di comunicazione. Temo che sia troppo tardi. Gli studenti di Boğaziçi non hanno più nulla da perdere, e meno hai da perdere, più la tua voce si alza. E quella di Boğaziçi strilla forte, sarà una lunga eco”. 

Un urlo giunto alla 46esima settimana di resistenza in cui gli studenti continuano a manifestare in piazza nonostante il rischio di essere arrestati, come è accaduto circa un mese fa a Berke Gök e Pelit Özen, ad oggi in isolamento. Anche i professori voltano le spalle al rettorato dell’Università del Bosforo al grido di #KabulEtmiyoruzVazgeçmiyoruz : non lo accettiamo, non ci arrendiamo. 

Eleonora Masi

Foto di copertina: AP via Il Manifesto

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