Vista sull’Etiopia dal balcone della fabbrica. Il processo di transizione dall’economia di sussistenza all’industrializzazione

Questo articolo è pubblicato in inglese su Africa Is A Country, fondato da Sean Jacobs nel 2009, sito di opinioni e analisi sui paesi del contintente africano. The Bottom Up propone in esclusiva alcuni dei loro lavori, tradotti in italiano.
Questo articolo è scritto da Manjusha Nair, professoressa di sociologia alla George Mason University (USA). La sua ricerca studia i flussi di capitale dall’India all’Etiopia, e gli effetti locali che essi generano. Traduzione di Diego Spaziani.

Araham e Worku indossano T-shirts e jeans sporcati dalla tintura nella fabbrica di vestiti. Hanno 19 e 21 anni, hanno studiato fino alla prima e seconda superiore e stanno conseguendo, part-time, una laurea in contabilità presso l’Università della Rift Valley di Bishoftu. 


Quando li ho intervistati, nell’ottobre 2018, erano nella fabbrica da sei mesi come addetti alla lavanderia dove, insieme ad altri dieci  uomini e quattro donne di età simili, tingevano i tessuti jeans in tonalità di blu e di nero. Venivano pagati dai 900 ai 1100 birr [75–90 Euro PPP, ndt] al mese, con cui coprivano solamente l’affitto e parte delle spese per cibo, telefono e tasse studentesche. Per il resto, dovevano fare affidamento alle proprie famiglie. Ma erano felici: erano giovani, mangiavano enjera e shiro alla mensa della fabbrica, chiacchieravano con i colleghi mentre attendevano la navetta gratuita che li portava dalla fabbrica alla città, dove vivevano con i loro amici. Alcuni avevano dei lotti di terra in cui coltivavano orzo e frumento, aiutati dai fratelli o dalle sorelle minori, mentre altri facevano i turni di notte nella fabbrica. Apprezzavano il fatto di avere un lavoro, uno stipendio e prospettive urbane. L’unica lamentela era il non avere latte, apparentemente un antidoto naturale per la tossicità dei prodotti chimici con cui dovevano avere a che fare ogni giorno.

Nel 1979 il Premio Nobel per l’Economia, Sir Arthur Lewis, dai Caraibi, fornì un modello di sviluppo per i paesi poveri che influenzò i policy makers nelle nazioni africane del post colonialismo: usare il lavoro proveniente dall’economia di sussistenza nel settore capitalista senza alzare i salari o creare competenze tecniche, reinvestire gli utili in ulteriore accumulo del capitale fin quando tutto il settore dell’economia di sussistenza è assorbito in quello capitalista e l’economia può decollare e prendere la sua strada verso la modernità.

Questo ed altri modelli di sviluppo, con le loro predizioni teleologiche, non hanno preso piede ovunque, ma hanno un ragguardevole seguito in Etiopia. Qui la percezione è quella di un’era di sviluppo bloccata dall’economia pianificata di Mengistu Haile Mariam (il regime di Derg), vista come la causa dell’intrappolamento del paese in una eterna arretratezza. Un’economia di sussistenza fortemente influenzata dalla pioggia, il rischio di carestie, la povertà. La modernizzazione industriale è diventata una frase ad effetto per tutte le linee guida dei governi successivi, guidati da Meles Zenawi, il ribelle marxista dai Tigray divenuto riformatore dello sviluppo, ed ora da Abiy Ahmed, che paventa una grande trasformazione economica per portare l’Etiopia nel mercato globale.

All’interno della fabbrica. Image credit Manjusha Nair.

Abraham e Worku lavoravano in un’industria tessile nel distretto industriale di Keta, nella zona di Bishoftu. La fabbrica, posseduta da un gruppo di investitori indiani, era una tra le tante cinesi, indiane, turche che producono accessori e tessuti, e che hanno investito in Etiopia, trainando macchinari e prodotti attraverso la superstrada e la ferrovia costruite con finanziamenti ed aiuti tecnici cinesi. Giovani imprenditori cinesi uscivano con i locali, nella lobby dell’Ethiopian Investment Commission, provando enjera ed ascoltando musica in locali tradizionali, bevendo caffè pressato da complicate macchine italiane. Erano attratti dai giovani, una forza lavoro di cinquanta milioni di persone pronte a lavorare per un salario cinque volte più basso rispetto alla Cina, da un mercato senza dazi grazie all’African Growth and Opportunity Act (AGOA) con gli Stati Uniti e sussidi statali.

Lavoratori tagliano jeans. Image credit: Manjusha Nair

Gli studenti con cui ho parlato alla Ethiopian Civil Service University, il mio tassista Ararsu ed ogni altra persona accusano gli stranieri, specialmente i cinesi, di “depredare” l’economia – un tentativo di colonizzare una nazione che non è mai stata colonizzata. Nonostante tutto nessuno, però, si interrogava sul  processo di industrializzazione e crescita economica necessaria a tirar fuori l’Etiopia dalla sua arretratezza, ruralità e stato di privazione. Nella  zona di Bishoftu, trentanove miglia da Addis Ababa (distanza ridotta grazie alla nuova superstrada Addis-Adama costruita con gli investimenti cinesi) c’erano centodue industrie manifatturiere tessili funzionanti, noodles istantanei, lavorazione del legno e prodotti metallici. Il giovane impiegato comunale che ho intervistato mi spiegava in maniera appassionata che, senza queste industrie “ci sarebbe crisi nel nostro paese”. Senza dubbio l’industrializzazione era vista come una panacea per i conflitti etnici, la crisi delle risorse e la disoccupazione.

Quali prospettive offriva ai giovani – più della metà della popolazione – nel mercato globale? Oltre alle storie di privazioni e sfruttamento tipiche del settore tessile e manifatturiero che ho letto altrove, c’erano prove di migliori diritti dei lavoratori in questa fabbrica. Una ragione potrebbe essere la ratifica da parte del governo etiope di tutte ed otto le fondamentali convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che proteggono gli standard sul lavoro. Nella tecnologica ed automatizzata unità tessile, 580 giovani, agili ragazzi e ragazze etiopi operano i macchinari, vestiti con le T-shirt della compagnia, jeans e mascherine facciali. Sono supervisionati da etiopi altrettanto giovani, freschi di diploma dalla scuola di ingegneria tessile. Tutti i dipendenti sono assunti tramite annunci di lavoro, con un contratto scritto. Il loro salario mensile (non paga giornaliera) è depositato presso la Ethiopian Development Bank, ed i proprietari dell’industria contribuiscono con il sette percento ai fondi pensionistici dei lavoratori. Nel 2018 la dirigenza dell’azienda e i sindacati hanno raggiunto, dopo prolungate discussioni, un accordo su contratto collettivo con il sindacato dei lavoratori. L’accordo è stampato in inglese, amarico e lingua oromonica, ed una copia inglese venne mandata a me, su richiesta. I benefit includevano permessi per partecipare ai funerali.

Lavoratori fuori dalla fabbrica. Image credit Manjusha Nair

Ciononostante, il lavoro alla fabbrica non ha preparato i lavoratori ad un futuro stabile. Spesso lasciano il lavoro, esasperati dai ritmi di lavoro e dai salari risicati. Non acquisiscono molte competenze nel loro breve soggiorno in fabbrica. Non ci sono salari minimi imposti dallo stato, e la paga da malapena copre il loro fabbisogno di vita. Per sopravvivere, dipendono dagli introiti della loro fattoria e della loro famiglia. Non c’è garanzia di lavoro fisso e, in aggiunta, c’è la possibilità che tutto possa andare in rovina se gli accordi AGOA crollano, o se gli investitori identifichino un settore più redditizio con manodopera ad un costo più basso, come già successo da altre parti. Questi giovani sono in una situazione di futuro non sostenibile, e non stanno vivendo la trasformazione sociale associata al passaggio dai ritmi pastorali a quelli industriali della fabbrica. Uno dei capireparto, Lydia, si lamenta della complessità della situazione dei suoi connazionali etiopi: “L’industria è buona, ma i lavoratori non hanno futuro. Studiano fino alla seconda superiore, vengono qui a lavorare, si infortunano con i macchinari e se ne vanno. Oppure attendono la stagione agricola e vanno via.”

Manjusha Nair

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