L’ultima colonia: Porto Rico e lo zio Sam. Quelle catene troppe strette che soffocano il futuro

I portoricani sono abituati alla corruzione e all’impunità dei politici locali corrotti. Sono consapevoli che la corruzione è un fenomeno molto preoccupante e, a mio avviso, con Trump la situazione è decisamente peggiorata. La pubblicazione di quelle chats di WhatsApp, però, ha risvegliato le coscienze di molte persone. Ha convinto anche i più scettici della necessita di dar vita ad un grande Movimento anticorruzione.

La conversazione a cui fa riferimento Némesis Mora Perez, giornalista indipendente e attivista femminista portoricana, risale al 2017 ed ha come protagonista l’allora Governatore Ricardo Antonio Roselló Nevares. Pochi giorni prima l’uragano Maria, uno dei più devastanti di sempre, aveva provocato molti morti e un’impressionante devastazione sull’isola caraibica. Rosselló, all’epoca Presidente del Partito Nuevo Progresista, e i suoi più stretti collaboratori pensarono, fin da subito, di trarre vantaggio politico da quel tragico evento ritardando di proposito l’invio degli aiuti umanitari. Nei giorni successivi all’uragano l’app di messaggistica più famosa del mondo si era trasformata nel strumento attraverso il quale deridere e schernire le oltre 3.000 vittime del catastrofe naturale.

La reazione popolare a quei messaggi è stata la più partecipata manifestazione di protesta della storia di Porto Rico. Una moltitudine che ha invaso le strade della capitale San Juan, chiedendo a gran voce le dimissioni dell’ex Governatore, che arrivano solo due anni più tardi, dopo l’ennesimo WhatsApp Gate. L’eco delle contestazioni nel 2019 giunge persino in Europa, mettendo in discussione la credibilità dell’intera classe politica puertorriqueña. Némesis non ha dubbi, Maria è stato uno spartiacque nella storia politica del Paese. Nella narrazione locale, infatti, da quel momento sembra essersi definitivamente instaurato un prima e un dopo l’uragano. Tanto dal punto di vista politico, appunto, quanto sociale.

Prima, i portoricani  vedevano la cosa pubblica un po’ come una partita di calcio. “Se la tua squadra gioca male e non mantiene le aspettative, perché pagare il biglietto per andare a vedere le partite allo stadio?”. Poi, a detta di Ashley Morrell Vega, qualcosa è cambiato. Come lei, molti altri suoi coetanei lo scorso 3 novembre hanno votato per la prima volta nelle Elezioni Generali portoricane. Per questo hanno iniziato ad interessarsi alla politica, ammette. Un’intera generazione decisamente più permeata dalla cultura yankee rispetto alle precedenti, praticamente bilingue, che si ritrova a vivere in una delle ultime colonie rimaste indenni al processo di decolonizzazione degli anni ’70 e ’80 del Novecento. “Ho deciso di smetterla di fare il pappagallo, come dicono da queste parti. Voglio essere anch’io parte del cambiamento”.

Secondo il sociologo e attivista politico Carlos Javier Carrión Acevede, queste Elezioni Generali sarebbero dovute essere un banco di prova per decifrare la volontà popolare. Le reali intenzioni di cambiamento. A spingere i giovani alle urne questa volta ci si erano messe anche superstar come Ricky Martin. “Dopo centoventidue anni di presenza nordamericana, nell’isola si è creato una sorta di ibrido culturale“. Molti si sentono tanto gringos quanto baricuas. “È diventato molto frequente vedere ragazzi di vent’anni parlare in inglese tra di loro. Si può dire che siano questi i principali argomenti utilizzati dagli annessionisti”.

La famiglia paterna di Carlos è tra questi, tra coloro che vorrebbero che Porto Rico entrasse finalmente a fare parte della Federazione degli Stati Uniti d’America. Suo padre è stato per molti anni dirigente di un’importante casa farmaceutica. Mi spiega che, fino a quando il Governo ha concesso agevolazioni alle multinazionali del farmaco, Porto Rico era un importante polo a livello mondiale dell’industria farmaceutica. “Nel 2012 il PNP ha rivisto la politica di agevolazioni fiscali al comparto farmaceutico e le imprese del settore hanno iniziato a trasferirsi in Irlanda”.

Il dinamismo politico che negli ultimi anni ha pervaso la società puertorriqueña è anche figlio dell’eterna ricerca di un’identità nazionale. Lo “Spanglish”, il fenomeno di interazione linguistica tra lo spagnolo e l’inglese, da solo non basta a spiegare tutto. Porto Rico, infatti, non è il 51° Stato degli Stati Uniti d’America né tanto meno uno Stato indipendente. Il Movimento Indipendentista portoricano nasce all’incirca sessant’anni fa, dalle spoglie del vecchio Partito Nazionalista. Negli anni Settanta la dialettica del Partito è passato dal Nationalist speech – tradizioni, cultura e lingua locale –  a concetti molto più vicini al socialismo e alla socialdemocrazia. Con la caduta del muro di Berlino è ritornato sui suoi passi.

Fonte: El País

Porto Rico è ufficialmente un Stato Libero Associato dal 1952. Con un suo Parlamento, un suo Governo e un sistema giudiziario. Il tutto democraticamente eletto. Per cinque volte è stato chiesto al popolo portorriqueño se volesse entrare a far parte della “grande famiglia a stelle e strisce”. L’ultima nel 2017. I risultati di quei referendum, però, a causa della scarsa affluenza non sono mai stati legittimati dalla Casa Bianca. Obama, durante la sua presidenza, ha posto come condizione non negoziabile un’alta partecipazione elettorale. Trump, recentemente, ha chiuso ogni spiraglio di trattativa proprio mentre i portoricani si preparavano al sesto referendum. Gli abitanti dell’isola caraibica, comunque, nascono con il doppio passaporto, visto che sono cittadini nordamaricani dal 1917 (vedi Legge Jones). A differenza degli altri cittadini statunitensi, tuttavia, non hanno potuto scegliere tra il Tycon e Biden a meno che non erano in possesso della residenza negli Stati Uniti.

Storicamente l’esodo puertorriqueño, fin dai primi anni ’50, si è concentrato a New York. È lì che fino a qualche anno fa i nuyoricans, i componenti della prima ondata migratoria della comunità portoricana, andavano a cercare fortuna. Dopo l’uragano Maria, nel 2017, il flusso migratorio ha cambiato decisamente rotta, spostandosi quasi definitivamente verso la Florida. L’unica cosa che, a detta di Némesis, è rimasta invariata è il razzismo di cui è oggetto la comunità boricuas negli States. Piccole o grandi discriminazioni quotidiane. Poco importa che si tratti del Bronx, dell’East Harlem – El Barrio – o delle contee di Hillsborough, Osceala e Oragane che lambiscono l’interstatale 4, l’autostrada che attraversa lo Stato della Florida da est ad ovest. L’integrazione, in fin dei conti, è sempre stato un nobile proposito rimasto praticamente incompiuto. Ne sa qualcosa suo padre, che da anni vive e lavora in Texas.

I Gringos vengono qui a fare affari d’oro

Némesis Mora Perez

Chi decide di lasciare Porto Rico lo fa essenzialmente con l’idea di trovare un buon lavoro. Magari migliore di quello che ha già.  Sono migliaia i ragazzi che ogni anno vanno ad infoltire le fila della comunità portoricana in Nord America. La “fuga dei cervelli” è un grande ostacolo alla sviluppo del Paese. La stagnazione dei salari (7,22 euro l’ora) insieme all’aumento del costo della vita, a detta di Némesis, costringe molte persone a fare due o tre lavori contemporaneamente. “Durante un lungo periodo, prima della crisi economica, era l’industria farmaceutica a dare da mangiare a migliaia di famiglie. Oggi, invece, il PNP punta tutto sul turismo, concedendo permessi per  la costruzione di hotel di lusso e resort, che sottraggono risorse naturali e paesaggistiche alla popolazione locale”.

Il Partido Nuevo Progresista è la cosa più vicina al Partito Repubblicano che ci sia attualmente nello scenario politico di Porto Rico. Gli altri, il Partido Popular Democratico, li chiamano Los melones – i meloni – perchè sono rossi solo dentro. La similitudine dovrebbe servire a spiegare lo stato della sinistra portoricana, divisa al suo interno come da tradizione secondo Carlos, ma anche il bipartitismo che alla prova dei fatti caratterizza la scena poltica. Wanda Vázquez Garced, attuale Governatrice del PNP, ha raccolto l’eredità di Rosselló nel 2019 riaprendo le trattative con l’Amministrazione Trump. Il principale obiettivo del Partito è da sempre quello di cambiare lo status politico del Paese. Un elemento identitario, al quale aggrapparsi quando i sondaggi calano, diventato ormai quasi una questione di principio, secondo Némesis. “Per questo, nonostante Donald Trump abbia più volte ribadito la sua volontà a lasciare le cose come stanno, il Governo continua ad insistere”.

Porto Rico rappresenta il quarto mercato per il USA

Carlos Javier Carrión Avecedo

Dal punto di vista economico, la piccola isola caraibica continua ad essere estremamente dipendente dal Nord America. Il PNP ha sempre avuto una posizione incline alle agevolazioni fiscali e agli investimenti nordamericani. Un po’ meno a trattenere sull’isola i proventi. Adesso, però, che il debito pubblico ha superato i 70 milioni di dollari, questa dipendenza secondo molti è diventata ingerenza. Con l’obiettivo di ristrutturare le finanze del Paese, Washington nel 2016 ha approvato la Legge PROMESA (Puerto Rico Oversight, Management, and Economic Stability Act) che istituisce la Giunta per il controllo fiscale. La longa manus dello Zio Sam per controllare l’economia del Paese, dice qualcuno.  Secondo Némesis, questa legge non ha fatto altro che aumentare la precarietà economica e sociale. “Pagare los bonistas, i possessori dei titoli di Stato, con i soldi delle pensioni dei dipendenti pubblici sta smantellando il sistema pensionistico nazionale”.

La questione, secondo Carlos, è tutta nelle priorità dell’Agenda di Governo. “La Legge Promessa è stata pensata per tutelare los bonistas. Il problema nasce al momento di garantire gli interessi. Se si preferisce ripartirli tra i fondi speculativi e i grandi investitori nordamericani, piuttosto che nei fondi pensione di maestri e infermieri, il rischio, è di compromettere anche l’erogazione dei servizi essenziali”. La “Grecia dei Caraibi”, come è stata ribattezzata, sta attraversando un momento molto delicato sul piano economico. Il parallelismo con la penisola ellenica viene proprio da qui. “A Porto Rico come in Grecia, il debito pubblico è stato manipolato per legittimare le successive misure di austerità”. Questi due paesi, a suo dire, sono diventati due succursali dello stesso laboratorio di politiche economiche Neocolonialiste.

L’approvvigionamento di Porto Rico dipende dalla Marina mercantile americana

Per capire meglio quale sia il tipo di relazione che lega Porto Rico agli Stati Uniti Carlos mi invita a visitare Jacksonville, in Florida. È lì che vive sua cugina. Ed è sempre lì che, a suo dire, nascono tutti i problemi di Porto Rico. “Una città nata dal nulla. Dove non c’era niente oltre alla povertà. Poi, dal giorno alla notte, durante gli anni ’20 del secolo scorso è cambiato tutto”. Jacksonville, da città anonima qual era, è passata ad ospitare una delle più grandi basi della U.S. Navy. Il resto lo ha fatto la Legge Jones, che dal 1917 impone a tutti i mercantili stranieri diretti a Porto Rico di attraccare a Jax. Qualsiasi merce destinata all’isola caraibica deve essere trasportata da navi battenti bandiera statunitense e con personale di bordo statunitense. Anche durante un uragano!

I danni all’economia reale, secondo recenti studi, sarebbero enormi. Il costo della vita per i portoricani si fa sempre più insostenibile. Supponendo che la Repubblica Domenicana volesse vendere banane a Porto Rico, fare scalo in Florida ne fa raddoppiare il prezzo. Eliminare questa legge, dico gli economisti, significherebbe permettere all’isola caraibica di alleviare le conseguenze della crisi economica. Per gli Stati Uniti, invece, perdere il controllo su uno dei suoi mercati più importanti. A prescindere dell’ennesima vittoria del PNP alle Elezioni Generali, tutta la classe politica portoricana sembra che dovrà tenere conto di una rinata partecipazione politica. Uno scenario completamente nuovo, in cui la voglia di libertà e sempre maggiore. Gli anni dei Pappagallos sono finiti!

Mattia Bagnato

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