O Reflexo do Lago: l’immagine riflessa della foresta amazzonica di oggi

Presentato in anteprima mondiale alla 70ª edizione del Festival Internazionale del cinema di Berlino e in proiezione al Terra di Tutti Film Festival il 9 ottobre 2020, Amazon Mirror (O Reflexo do Lago) è il primo lungometraggio del regista brasiliano Fernando Segtowick. Il tema che cerca di affrontare è tristemente noto: la deforestazione dell’Amazzonia e le difficoltà delle comunità che la abitano.

La foresta pluviale amazzonica si estende per ben 6,7 milioni di km², attraversando nove Paesi dell’America Latina compreso il Brasile, dove occupa una superficie di 3,64 milioni di km². Patrimonio dell’Umanità, una delle foreste più grandi al mondo insieme alla taiga siberiana, presenta una enorme biodiversità nella sua flora e fauna. Da sempre soggetta allo sfruttamento dell’uomo, negli ultimi anni la minaccia della deforestazione è diventata sempre più concreta, tanto che solo in Brasile nel 2019 sono stati registrati circa 73.000 incendi provocati per fare spazio a nuove coltivazioni e allevamenti e utilizzare parte del legname, l’85% in più rispetto a quelli del 2018. Negli ultimi 10 anni la foresta ha perso 300 mila km² e la deforestazione non sembra arrestarsi. 

Lo stile che il regista adotta richiama alla mente la fotografia del famoso fotoreporter Sebastião Salgado. Entrambi scelgono il bianco e nero per creare dei toni più cupi e generare un’empatia particolare nello spettatore, entrambi sentono vicina la causa della foresta amazzonica e con differenti strumenti la affrontano. Il film inizia con le parole di Getúlio Vargas, presidente del Brasile prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale (1930-1945 e 1951-1954), che richiama lo splendore della foresta come vanto e eredità della nazione, capolavoro naturale da controllare e sfruttare.

To see the Amazon is a dream in the heart of every Brazilian. To conquer the land, control the water, subdue the forest, were our tasks. And in this battle, which has been lasting for centuries, we are having one victory after the other.

Il bianco e nero e le riprese scandiscono un tempo lento fuori dall’ordinario; ogni scena cerca di rappresentare la quotidianità di persone semplici che hanno deciso di vivere nella natura, lontano dalla città e in contatto con la vera essenza della foresta. È molto chiara l’intenzione del regista e della sua troupe: dirigersi nell’arcipelago intorno al fiume Caraipé e intervistare i suoi abitanti per testimoniare l’impatto della costruzione di una delle centrali idroelettriche più grandi al mondo e le conseguenze ambientali causate dalla diga di Tucuruí.

La diga appare poco dopo l’inizio del film nelle immagini di uno spot pubblicitario locale. Presentata come un’opportunità di sviluppo per il Brasile, fu costruita fra il 1975 e il 1984 durante il governo di Ernesto Geisel che, come spiega Manduca, uno degli uomini intervistati nel documentario, è stato uno dei più tecnocratici e nazionalisti che il Brasile abbia mai visto. Da un lato vediamo gli spot televisivi che promuovono una delle più grandi imprese sul territorio, ma l’altra faccia della medaglia è rappresentata dalle conseguenze della sua costruzione: disboscamento, innalzamento dei fiumi, incendi estesi e annientamento della biodiversità amazzonica.

Il regista cerca di ritrarre non solo le conseguenze ambientali, ma anche le emozioni che queste suscitano nelle diverse generazioni che abitano questi luoghi. La generazione di Manduca ha visto la foresta cambiare, ha visto animali e piante morire sotto i suoi occhi, ha assistito impotente alla distruzione del suo territorio. Ma la generazione più giovane resta in silenzio, non riesce ad esprimersi di fronte ad una tragedia della quale ha visto solo le ceneri.

Colpisce, fra le varie riprese, il continuo soffermarsi sugli alberi che definiscono la foresta: quelli di noce in particolare, tipici del Brasile, sono al centro della questione sulla biodiversità. Questi alberi vengono spesso mostrati nella loro condizione attuale: sommersi dall’acqua del fiume dove si specchiano vulnerabili e secchi. I padri non sanno cosa raccontare ai figli che non li vedranno mai più nel loro splendore.

La deforestazione causata da incendi, sostenuta da un’industria estrattiva interessata solo al profitto economico, il presidente attuale Jair Bolsonaro che minimizza la tragedia in corso e promuove a sua volta progetti anti-ambientali: queste sono le minacce più grandi per l’ecosistema amazzonico e per coloro che lo abitano.

Una delle ultime scene del film mostra proprio questa contrapposizione: da una parte la foresta che brucia e dall’altra l’uomo che nuota nel fiume, il fuoco e l’acqua, la distruzione e la speranza di rinascita.

Amazon Mirror racconta di una realtà della quale siamo al corrente e che spaventa, ma che sfugge alle narrazioni quotidiane, e mostra il paradosso di una società che per produrre energia e sviluppo si appropria di una delle foreste più estese del pianeta e toglie risorse ad altre comunità senza interrogarsi sulle proprie azioni. Il film vuole dirigere l’attenzione su queste persone dimenticate, che intanto ballano, pregano, giocano a calcio e a bingo, conducono un’esistenza semplice che si fonda sul rispetto della foresta e di loro stessi.

Lucrezia Quadri

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