La Scuola nella Foresta: il perenne conflitto tra cultura e diritti umani

In presentazione al Terra di Tutti i Film Festival compare, tra le proposte, il documentario La Scuola nella Foresta, di Emanuela Zuccalà, che sarà proiettato sabato 10 ottobre alle 20.00. Si tratta di una raccolta di interviste a diverse attiviste africane che, attraverso le loro voci, si fanno portatrici di una potente testimonianza: quella riguardante la pratica della mutilazione genitale femminile in Liberia.

In questo Paese africano, infatti,  la circoncisione femminile è legale. Il taglio del clitoride costituisce un rito d’iniziazione a cui le donne non possono sottrarsi. Chi si rifiuta viene emarginata ed apostrofata come “peccatrice”. I genitori di bambine e ragazze sentono l’esigenza di far passare le proprie figlie attraverso questo doloroso varco, che sancisce il loro ingresso nella società come femmine degne di essere mogli e madri. “È la nostra cultura, una nostra tradizione. I senatori e i ministri non possono venire nella nostra terra e dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato”. Così il capo villaggio della contea di Lofa, che compare all’epilogo del documentario, descrive questa pratica, riassumendo in due frasi l’unica opinione ammessa in questa regione. Due frasi che colpiscono, non solo per il contenuto che esprimono, ma soprattutto per la naturalezza e franchezza con cui vengono pronunciate.

Come raccontano le diverse testimoni che intervengono, la circoncisione femminile è una pratica radicata nel tempo e nel luogo, e tuttavia, nonostante rappresenti un rito di passaggio fondamentale nella tradizione liberiana, ciò non implica che essa garantisca alle donne migliori condizioni di vita nella società.

Lucy R. e Neenai G.(cognomi volutamente censurati), attiviste per i diritti delle donne, e Mae Azango, giornalista di FrontPage Africa, sono le tre principali voci che si intrecciano come cruda testimonianza della piaga della circoncisione femminile.

Nei venti minuti di filmato, viene spiegato dettagliatamente il processo a cui quasi la totalità delle donne deve sottoporsi.  Tutto ha inizio con l’iscrizione della bambine liberiane ad una “scuola”. Queste “scuole” non sono, però, delle reali strutture fisiche in cui in cui è previsto l’insegnamento delle tradizionali materie. No, queste scuole particolari, nascoste da occhi indiscreti, che si trovano in mezzo alle foreste, sono più simili a una confraternita che ad un luogo di istruzione. Qui, infatti, vengono impartite lezioni di diverso tipo, a cui solo le donne possono partecipare. Viene insegnato loro come essere brave mogli, brave madri. Viene insegnato loro a cucinare, fare le pulizie, a cantare e ballare. Per iscriversi sono necessari pezzi di tessuto, pacchi di riso, un barattolo d’olio e 50 dollari americani, che le famiglie devono consegnare alle “maestre” sia quando la figlia entra sia quando esce dalla scuola.

Il problema è che dietro queste scuole si nasconde un sistema brutale di gerarchie ed interessi e di scuola, queste strutture non hanno nulla. Le tre testimoni raccontano infatti che è proprio in mezzo alla foresta che avviene il rito della mutilazione. Rito, perché grazie a questo passaggio le ragazze entrano a far parte della Sande, antica società segreta di sole donne presente in 11 delle 15 contee della Liberia, che custodisce e trasmette la cultura e le tradizioni degli Avi. Sande è radicata nella cultura Mende da secoli e verte su una rigida scala di valori morali, come la sottomissione femminile all’uomo e l’iniziazione alla fertilità attraverso il taglio del clitoride. A capo di tale comunità vi sono le Zoe, guide spirituali.

La denuncia di Lucy, Neenai e Mae riguarda sia la Sande come rappresentazione di luogo di apprendimento sia la sua compromissione e corruzione. Come affermano loro stesse, “Sande non è una scuola, ma un luogo di umiliazione, perché mentre le Zoe godono di diversi confort grazie alla loro posizione di prestigio, le studentesse non dispongono nemmeno del minimo standard di decenza: non possono usufruire di servizi igienici, non hanno calzari, si cibano da delle ceste comuni”. Mae Azango si spinge oltre e denuncia la condizione di degrado della stessa istituzione: un tempo cardine della cultura Mende, ora venduta per interessi commerciali e di potere. Ad oggi della mutilazione genitale come rito culturale rimane ben poco. La giornalista afferma “le Zoe sono usate come carte vincenti dai leader politici, che contano sul loro appoggio”. Infatti, come racconta una quarta voce che si aggiunge, quella di Gbaney Gondor, membro della cooperazione delle donne contadine, il Ministro degli Interni William Jallah non ha mai smesso di dare licenze per l’apertura di queste scuole e non smetterà di farlo per non perdere voti e, di conseguenza, controllo su quei territori.  La Gondor prosegue dicendo “non posso dire che bisogna eliminare la circoncisione in quanto parte della nostra cultura, ma almeno vietarla nel periodo scolastico; è un sabotaggio all’istruzione”.

L’ex presidentessa Ellen Johnson Sirleaf, vincitrice del premio Nobel per la pace come sostenitrice dei diritti per le donne, durante il suo mandato ha proibito la mutilazione genitale femminile, ma l’effettivo divieto è durato solo per l’anno 2018.

Nel 2019 la Liberia ha approvato la prima legge contro la violenza sulle donne e la pratica della circoncisione non è stata menzionata. Si tratta di un tema verso il quale il governo non ha ancora dimostrato una reale sensibilità. Tuttavia nemmeno le organizzazioni internazionali stanno dimostrando maggiore interesse. Le ragazze e le donne che parlano e denunciano mettono in pericolo la loro vita, non avendo nessuna garanzia di protezione, né dal loro stato, né dalle organizzazioni esterne. Come pensare allora che la situazione possa migliorare?

Le ragazze e le donne che hanno aiutato con le loro testimonianze la realizzazione del documentario sono numerose, come si legge nei titoli di coda, ma il loro nome è stato censurato per garantire la loro sicurezza. La speranza di un cambiamento, nelle donne liberiane, c’è ed è viva. La loro collaborazione è piena e forte. Sono i governi, la comunità internazionale a dover iniziare a farsi in avanti, per consentire anche a loro di godere di quei diritti imprescindibili di cui si fanno costanti messaggeri.

Annita De Biasi

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