#387, oltre i numeri ci sono persone

“Il peschereccio è partito il 18 aprile 2015”, racconta una voce maschile fuori campo, “davanti a me c’era Wedkeshi. Dietro di me, non ricordo…Abel. Dietro di me c’era Abel”, prosegue subito dopo un’altra. Voci apparentemente senza corpo, le sentiamo senza vedere da chi provengano. #387. Scomparso nel Mediterraneo, è un documentario diretto dalla regista Madeleine Leroyer e prodotto da Valérie Montmartin per Little Big Story, che verrà proiettato l’8 ottobre alle 19.45 in occasione della quattordicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival, Festival di documentari e cinema sociale promosso da WeWorld e COSPE Onlus.

Nel documentario, nonostante la presenza di voci apparentemente inconsistenti, il corpo, nella sua materialità e nella sua vulnerabilità, nel suo deperimento, è presente più che mai.  E ammonisce al ricordo. Lo capiamo subito, dai primi istanti di visione: i veri protagonisti di questo documentario drammatico, duro, e al contempo profondamente umano, sono i corpi dei quasi ottocento migranti morti in uno dei naufragi più spaventosi dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Le voci che ascoltiamo, una dopo l’altra, sono quelle di alcuni – pochissimi,ventotto in totale, sopravvissuti. Attraverso l’esperienza di chi si occupa di identificare le salme dei migranti, immaginiamo le storie, le vite, i desideri di queste persone.

Ogni anno, migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini/e perdono la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, inghiottiti da quel braccio di mare che non perdona, che cancella, trascinandoli via con sé, i loro sogni e i loro progetti di vita. Nel caso del naufragio del 18 aprile 2015, il numero esatto delle vittime rimane incerto. Per chi si occupa di esaminare i corpi e repertare gli indumenti e gli effetti personali che le persone portavano con sé durante il viaggio, cuciti addosso o custoditi con cura in una tasca dei pantaloni, sarebbero in realtà molti di più, addirittura più di mille. Confermerebbe questa stima anche uno dei superstiti, intervistato nel lungometraggio, mentre ripercorre di malavoglia le sofferenze di quel viaggio.

Un anno dopo il naufragio nel canale di Sicilia, il governo guidato da Matteo Renzi finanziò il recupero del relitto, adagiato in fondo al mare, a 320 chilometri dalle coste siciliane. Da allora, Cristina Cattaneo, medica legale e direttrice del Laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università Statale di Milano si occupa, insieme ad un team di colleghe e colleghi volontarie/i, di esaminare i cadaveri estratti dalla stiva del peschereccio, nel tentativo di restituire loro un’identità. Un nome. Studiando e catalogando schede telefoniche, certificati di vaccinazione, ricevute di pagamento, patenti e foto di amici e familiari.

Oluiti, Oluiti, My love”, si legge a fatica in una lettera ben piegata nel portafoglio del numero 387, l’inchiostro in parte sbiadito dall’acqua. Forse una lettera d’amore. Frammenti di vita scampati al deterioramento che provano esistenze, deboli piste da seguire per arrivare ai nomi e all’origine dei loro proprietari/e. I documenti rinvenuti provengono prevalentemente da Mali, Senegal, Mauritania. Dall’”Africa francese”, quindi, ma anche da Sudan, Eritrea e Somalia. Stabilirlo con esattezza, però, è difficile: il materiale reperito non sempre è leggibile. Per questo, ogni minimo particolare diventa importante: il colore di un indumento, un tatuaggio o una cicatrice sul corpo.

Una felpa con cappuccio di colore chiaro, un paio di pantaloni, una cintura, tutto ciò che rimane del numero 387. Nel documentario si assiste all’analisi dei resti che la dottoressa Cattaneo esegue insieme a una collega. Scene che hanno l’effetto di un pugno nello stomaco, uno di quelli precisi, mirati, che lasciano senza fiato. L’identificazione delle salme è un lavoro lungo e complesso, che l’Italia porta avanti dal 2013, anno di un altro terribile naufragio, quando a perdere la vita, a poche miglia dall’Isola dei Conigli, furono 368 persone, prevalentemente eritrei in fuga dalla dittatura di Isaias Aferweki. A tal fine, l’Italia ha anche incaricato il Prefetto Vittorio Piscitelli Commissario straordinario per le persone scomparse. Il Mediterraneo è un cimitero pieno di corpi: per ogni grosso naufragio di cui si ha notizia, chissà quanti ne rimangano di non documentati.

Corpi che magari non verranno mai reclamati. Senza più voce per denunciare, rischiano di rimanere senza giustizia, se non fosse per la caparbia ostinazione di pochi/e, tra cui la medica antropologa. Tuttavia, Cristina Cattaneo e il suo team non sono i soli a cercare di fare giustizia. Giorgia Mirto, ricercatrice e collaboratrice della Croce Rossa, dal 2013 percorre in lungo e in largo i cimiteri siciliani, disseminati di lapidi senza nome. Per ogni migrante ignoto, un numero come contrassegno. La ricercatrice consulta elenchi, studia registri cimiteriali, cerca di mappare l’ubicazione delle tombe. “È l’ultimo, disperato tentativo di ridare dignità a questi morti”, racconta alla telecamera che la riprende, “è anche una forma di rispetto nei confronti del defunto, anche se non lo conosco, se non è un mio caro. È comunque una persona morta. Lo sto facendo per giustizia.”

Lontano dall’Italia, nei Paesi di origine dei migranti, José Pablo Baraybar, ICRC (Comitato Internazionale della Croce Rossa), tenta di mettere insieme informazioni ante-mortem con l’aiuto dei familiari delle vittime, per arrivare a identificare anche coloro di cui non si possiede alcun documento. È fondamentale che il materiale raccolto venga messo a disposizione delle famiglie degli scomparsi, perché possa essere consultato. Un paziente, difficile lavoro di ricostruzione e contatto che procede un po’ per tentativi. La verità, infatti, è che non esiste un unico protocollo internazionale per l’identificazione dei migranti morti durante l’attraversamento del Mediterraneo. L’enorme lavoro condotto dalla Dottoressa Cattaneo, per esempio, è un progetto sperimentale.

Ma le famiglie hanno il diritto di sapere cosa sia successo ai loro cari. L’incertezza e il dubbio lasciano vuoti incolmabili e non permettono di rielaborare il lutto. Le conseguenze, poi, sono anche pratiche: ci sono vedove che non possono risposarsi, ricongiungimenti familiari che diventano impossibili, “vite che si fermano lì”, non vanno avanti.

“Onorare i morti è servire i vivi. La nostra civiltà si misura nel come trattiamo i deceduti”, afferma decisa Giorgia Mirto all’inizio del documentario. “Per me, dal mio punto di vista, si deve rispettare l’Altro, da vivo, prima di tutto, e da morto, in quest’ordine”, sono le parole con cui si chiude il film, pronunciate da José Pablo Baraybar.

Nel 2019, a quattro anni dal naufragio, solo due vittime sono state formalmente identificate. Dal 18 aprile 2015, più di 18mila persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa. Sappiamo, purtroppo, che i numeri sono sottostimati.

Onorare i morti per servire i vivi. Forse dovremmo iniziare proprio dal prenderci cura dei vivi, e interrogarci sulle nostre responsabilità, sulla violenza e la disumanizzazione di un linguaggio incapace di narrare le migrazioni, la loro complessità. E chiedere a gran voce un’Europa diversa, che non sia quella di Moria, di Calais, delle vite disprezzate lasciate affogare nel Mediterraneo, dell’ostruzionismo alle operazioni umanitarie o dei respingimenti sulla rotta Balcanica. Perché questa è un’Europa senza memoria storica, stupidamente arroccata nella difesa di confini fisici e simbolici, che stabilisce a suon di burocrazia vite di serie A e vite di serie B. Ed è disumana. Questo documentario ha il merito di ricordarcelo, senza tanti fronzoli.

Martina Facincani

Foto di copertina: Giulio Piscitelli per Internazionale

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