it will be chaos recensione

“It will be chaos”: uno spaccato umano sulle migrazioni

Una lunga serie di bare di legno chiaro viene adagiata con lentezza sulla banchina di un porto. Urla strazianti lacerano l’aria, corpi che si abbracciano, aspettano, si guardano attorno smarriti in cerca di risposte inafferrabili occupano ogni angolo di inquadratura.

Siamo a Lampedusa, ottobre 2013. Al largo dell’isola del non arrivo, com’è stata definita dall’antropologo Marco Aime in un recente testo che ne ricostruisce la storia, si è appena consumata una delle tragedie più drammatiche dell’epoca recente: 368 persone, per lo più di nazionalità eritrea e somala, sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, in tasca il sogno di un futuro. Una ventina i dispersi, esseri umani di cui rimangono pochi effetti personali.

Con questa scena si apre It will be chaos- Sarà il caos, documentario realizzato da Lorena Luciano e Filippo Piscopo, distribuito dalla statunitense HBO e da Sky Atlantic (in Italia) e vincitore del premio Miglior Regia al Festival di Taormina. Senza mai perdere uno sguardo profondamente umano, i due registi ci restituiscono un onesto spaccato della più grande crisi migratoria dal secondo dopoguerra. Nel farlo, si fanno delicatamente da parte e lasciano che siano le storie di due percorsi migratori diversi eppure così simili, nelle difficoltà che devono affrontare, a condurci nella complessità di un fenomeno troppo spesso demonizzato.

Aregai proviene dall’Eritrea, dove il Servizio nazionale permanente costringe un gran numero di giovani a cercare un’alternativa scappando dal proprio paese. Si tratta di una leva militare obbligatoria che in molti casi si protrae in maniera indefinita, persino per decenni, paragonabile, secondo Amnesty International, ai lavori forzati. Aregai ha lavorato come guardia in una prigione militare, il suo stipendio non superava i dieci dollari al mese. “Ho fatto il soldato per quindici anni”, racconta lo stesso Aregai, “gli anni d’oro in cui avrei potuto lavorare, mettere da parte dei soldi, costruirmi una famiglia”. Invece ha vissuto nella paura di essere catturato o arrestato dalla polizia, nella certezza di non poter disporre liberamente della propria vita. Secondo le Nazioni Unite, l’Eritrea rimane uno degli stati più autoritari al mondo: non vi si tengono elezioni indipendenti dal 2001.

Nel naufragio del 3 ottobre 2013, Aregai ha perso tre cugini, inghiottiti dalle onde salate del mare. Lui è stato più fortunato: salvato dai fratelli pescatori Colapinto, attraverserà le maglie del sistema di accoglienza italiano, le sue lungaggini e le attese senza fine, sino all’agognata meta del nord Europa.

Wael ha una moglie e quattro figli piccoli, una determinazione di ferro nel cercare di portarli lontano da una terra martoriata da un conflitto che in sette anni ha costretto alla fuga più di undici milioni di persone: la Siria. Come quasi sempre succede quando i confini si fanno più difficili da attraversare, sale il costo della mobilità, e così la famiglia Orfahli è costretta anche a pagare trafficanti e passeurs; in un’odissea lunga ventiquattro giorni macinano chilometri percorrendo l’intera rotta balcanica: Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Croazia, Austria ed infine Germania, dove ad attenderli c’è il fratello di Wael, Thair.

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La preoccupazione che incalza senza tregua, la fatica, lo sforzo di doversi ambientare in un nuovo paese, nella speranza un giorno i propri figli possano chiamarlo casa. Wael ce l’ha fatta, eppure sente addosso la pesantezza di una scelta che non è mai facile, né può essere appiattita a spiegazioni monodimensionali.

Il film ha il grosso pregio di restituire profondità alla processualità del fenomeno migratorio, avendo cura di non tralasciare nemmeno gli aspetti più scomodi e ambigui: la pressione degli arrivi sulle coste italiane più esposte, la gestione emergenziale dell’accoglienza, le preoccupazioni dei residenti, sino alle esternazioni più intolleranti e al diffondersi dei populismi.

Le riprese, durate cinque anni, seguono da vicino i protagonisti in un documentario on the road dal ritmo via via sempre più incalzante, in cui la parola d’ordine sembra essere raccontare, raccontare e raccontare.

In un interessante outtake, Rami, originario del Ciad e approdato a Riace, cittadina calabrese a lungo simbolo della buona accoglienza e oggi tristemente sotto attacco, di fronte alle telecamere ricorda le violenze subite in prigione, mostrando le braccia piene di bruciature di sigaretta.

Una storia di sofferenza drammatica, eppure analoga a quella di molti altri migranti, nel tempo e nello spazio. Perché la storia dell’uomo è storia di migrazioni, di perdita e di ricerca di spazi di vita che possano dirsi dignitosi.

Un film da vedere, anche solo per ricordarcelo.

Martina Facincani

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