at the other side of techonology recensione

Benvenuti ad Agbogbloshie, “At the Other Side of Technology”

‘Toxicity’, ‘E-waste lande ‘Sodoma e Gomorra’ sono soltanto tre degli appellativi usati per definire un agglomerato urbano che sorge nella periferia di Accra, capitale del Ghana, Agbogbloshie. Un luogo dai contorni post-apocalittici in cui si è accumulata un’abnorme quantità di rifiuti tecnologici provenienti dai Paesi industrializzati. La grande discarica a cielo aperto ospita ammassi di dispositivi di ogni sorta: vecchi computer, tablet, smartphone, cavi e innumerevoli oggetti di materiale ferroso aggrovigliati tra loro. Ahmed, Halid e Ismaeel sono i protagonisti del documentario di Prieto, che intende ritrarre alcuni abitanti che vivono quotidianamente in mezzo agli scarti, i loro volti, le loro storie, le loro antiche origini familiari. Delle circa 20.000 persone che abitano lì, la maggioranza prova a vivere di questo lavoro.

Nel 2005 – raccontano – decidono di spostarsi dal nord del Paese in cerca di un business redditizio e, all’inizio, sembrano averci visto giusto. Nei primi anni gli affari vanno bene: muoversi tra i rifiuti, effettuare una cernita degli apparecchi riutilizzabili, rimetterli in sesto e rivenderli gli consente di mettere su qualche soldo. Ma la loro fortuna ha vita breve. Non appena si sparge la voce, numerosi ghanesi o abitanti dei Paesi limitrofi confluiscono ad Agbogbloshie, causando  una competizione sfrenata negli affari. Ad oggi è difficile trovare in mezzo agli scarti qualcosa di buono da ricondizionare e rivendere; così molti si accontentano di quel poco che possono ricavare dal loro smantellamento e dalla loro eliminazione. Si passa alle operazioni di riciclo più basilari, come la fusione del ferro e del rame attraverso l’allestimento di falò improvvisati, i cui fumi tossici si diffondono per tutto l’agglomerato urbano producendo esalazioni nocive non solo ai lavoratori, ma anche alle numerose famiglie presenti sul posto, causando liti e proteste per le condizioni di vita degli abitanti già precarie e tartassate dalla miseria.

at the other side of technology

Adulti, bambini e animali si districano in questa immensa matassa grigio-nera con i loro bastoni per effettuare la loro cernita quotidiana. Un lavoro prodotto e inventato dalla città che tutto ingurgita e rigetta sotto forma di immondizia: Agbogbloshie, infatti, altro non è che la visibile conseguenza del consumismo sfrenato prodotto dagli Stati industrializzati a discapito degli abitanti del Terzo Mondo. La zona è stata dichiarata come una delle più inquinate del nostro pianeta. Il documentario di Prieto mostra il fumo nero, le testimonianze di alcuni personaggi, i danni alla loro salute fisica e psicologica. Gola in fiamme, tosse, pelle urticata sono solo alcuni dei sintomi immediati che essi presentano; ma non ci serve molta fantasia per immaginare le conseguenze fatali nel lungo periodo.

Il consumo di dispositivi elettronici nei Paesi sviluppati (soprattutto Europa e Stati Uniti) si è ingigantito a dismisura ed destinato ad aumentare ancora vertiginosamente. Un’inchiesta dell’Espresso aveva fatto notare che, nonostante nel prezzo d’acquisto di un device tecnologico sia inclusa una tassa di riciclaggio per finalizzarne lo smaltimento una volta gettato via, “almeno 2/3 dei rifiuti tecnologici non raggiunge mai un impianto di smaltimento omologato, perché è molto più conveniente mandarlo in Africa”. Basti pensare infatti che, lo smaltimento di un computer nei Paesi europei costa fino a 5 volte in più rispetto al Ghana. Fin quando nei Paesi industrializzati non saranno prese delle misure per far rispettare i Protocolli internazionali e verranno applicate le leggi già in vigore, il traffico illecito dei rifiuti continuerà a ingrossare l’insaziabile fame di Agbogbloshie. I circa 500 container al mese che approdano ad Accra, sono addirittura destinati ad aumentare.

Come tanti altri, Ahmed, Halid e Ismaeel provengono dal nord del Ghana e appartengono all’antica etnia Dagomba. Musulmani sunniti si ritrovano a emigrare nei pressi di Accra, città a maggioranza cristiana. Il più grande rimpianto per Ahmed è quello di osservare i bambini del luogo che, invece di sedersi davanti ai banchi di scuola, vengono mandati in questa sporca caccia al tesoro tra i rifiuti. Si chiede tristemente quale sarà il loro futuro e cosa potranno fare in futuro senza la possibilità di saper contare né leggere né scrivere. Dalle sue parole Prieto riesce a tirar fuori il rimpianto, quello di essere andato via dal proprio paese nel nord, in cui il futuro era sì meno certo, ma sicuramente meno rischioso di quello che si profila adesso ad Agbogbloshie. Ahmed è stato quasi sempre il primo della classe, vuole ritornare a studiare, conosce il Corano e vuole insegnarlo alle nuove generazioni. «Me ne andrò», dice fieramente.

Sono in primo luogo le istituzioni locali che dovrebbero provvedere allo smantellamento della discarica illegale, ma all’interno di un dialogo operativo con i Paesi industrializzati. È di un mese fa la notizia, incoraggiante, che il governo ghanese ha annunciato la realizzazione di una struttura dedicata allo smaltimento controllato dei rifiuti elettronici, capace di fornire lavoro a migliaia di persone ad Agbogbloshie. I lavori sarebbero dovuti partire ad ottobre, ma ancora nessun preparativo in vista. Anche L’UE, due anni fa, ha mostrato un interesse sostanziale per la vicenda dell’agglomerato urbano ghanese, creando E-Magin (E-waste Management In Ghana), un progetto quadriennale che punta a sensibilizzare sia la popolazione locale (attraverso workshop sulla gestione dei rifiuti) sia le istituzioni coinvolte per far rendere operativa la legge del 2016 sul controllo dei rifiuti pericolosi.

Come Ahmed, non resta che sperare che si trovi una soluzione e che, attraverso l’educazione e le antiche tradizioni di un popolo, si possano portare via le nuove generazioni dalla discarica. E che l’opera di sensibilizzazione e informazione su questo buco nero del consumismo dei Paesi sviluppati possa definitivamente chiudere i propri battenti.

Daniele Barresi

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