Perché il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese è già storia

Il 24 ottobre 2017 si è chiuso il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Formato da 2.280 delegati, il più numeroso partito al mondo ha discusso e deliberato per sei giorni riguardo l’assetto politico, economico e sociale che il dragone dovrà assumere nei prossimi decenni. Ma oltre a discutere della struttura del sistema Cina, all’interno del congresso si è consumata la fine di una battaglia intrapresa dal presidente Xi Jinping contro alcuni asset del potere burocratico del partito: una lotta feroce che negli anni della presidenza di Xi ha portato un numero enorme di arresti di alti funzionari del partito comunista, con le (consuete) accuse di corruzione.

Xi Jinping ha scritto la parola fine alla guerra tra sé e lo zoccolo duro del partito, affermandosi come leader assoluto, imponendo la sua visione politica al congresso, tanto da far votare un emendamento di modifica allo statuto del Partito Comunista, introducendo la sua visione strategica – il Pensiero di Xi – nella carta statutaria del partito, e dunque della nazione. Si tratta di un riconoscimento enorme per il presidente Xi Jinping, di portata storica, che lo lancia nell’olimpo dei grandi leader cinesi, superando perfino Deng Xiaping, e secondo solo al leader Mao Zedong.

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Fonte Vox

L’impatto storico di questo evento non può essere sottostimato: per la prima volta infatti la Cina supera il dogma “mantenere un basso profilo” (tao guang yang hui), coniato da Deng Xiaoping, che dettava una linea parca e contenuta alla geopolitica Cinese, limitando quindi l’azione politica del partito al fine di costruire una economia moderna e mantenere alta l’espansione industriale e produttiva.

Con l’affermarsi del motto di Xi Jinping, articolato in 14 precetti e 4 concetti chiave (il cui principale è “realizzare il sogno del grande risorgimento cinese”) la Cina entra invece in una nuova era, segnando di conseguenza anche l’inizio di un nuovo periodo per il reso del mondo; con questo obiettivo Xi Jinping punta a realizzare – entro il 2049 – una nazione “socialista prospera, forte, democratica, culturalmente avanzata e armoniosa”, che, nell’accezione jingpingiana, significa realizzare una nazione totalmente industrializzata, tecnologicamente avanzata, geopoliticamente attiva, con una ricchezza uniforme a livello geografico e le cui forze militari rappresentino un tutt’uno con la forza politica della nazione.

Obiettivo ambizioso come lo stesso Xi, dato che la Cina ad oggi ha ancora molte questioni irrisolte da affrontare, come l’enorme dislivello economico e sociale sussistente tra le regioni ricche della costa e le regioni povere e tumultuose dell’interno, il terrorismo indipendentista di matrice islamica dello Xinjiang, l’enorme corruzione dell’apparato piccolo burocratico ostile quindi alle riforme, per non parlare delle questioni esterne, Corea del Nord in primis.

Se infatti è certo che Xi Jinping abbia vinto le proprie battaglie politiche interne, epurando la maggior parte dei suoi avversari politiciBo Xilai in primis – e zittendo gli altri – tra cui il suo ex-protettore nonché ex-presidente Hu Jintao -, è altrettanto sicuro che nuove sfide lo attendono: il fatto di non aver indicato un successore, come da usuale prassi del partito dopo due mandati, può essere letto come una prova di forza, dato che così Xi si è lasciato le mani libere sulla possibilità di un terzo incarico, ma è anche un segno di debolezza, dato che non ha costruito una classe dirigente atta a succedergli, rendendo quindi debole le fondamenta della sua azione politica sul lungo periodo.

Inoltre, il periodo della crescita a doppia cifra del PIL cinese è terminata, assestandosi su dei valori medi comunque fantascientifici per gli standard occidentali, ma sintomo di una occidentalizzazione che investe sia l’ambito economico che quello sociale. Quest’ultima tendenza potrebbe portare all’implosione del modello di sviluppo post-maoista, basato sull’equilibrio sociale garantito dal progressivo arricchimento della classe media, rendendola disposta alla rinuncia dei diritti liberali e democratici, assicurando così la stabilità strutturale del sistema politico Cinese.

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Le nuove Vie della Seta. Fonte Limes.

Non secondarie inoltre le sfide geopolitiche che interesseranno il breve, il medio e perfino il lungo periodo della vita politica cinese: la mastodontica BRI – Bealt and Road Initiative – promossa dall’entusiasta Xi, ha il non celato fine di avvicinare l’impero del centro ai centri nevralgici dell’economia globale, allungando i propri tentacoli su quelle regioni centro-asiatiche e vicino orientali al fine di estendere la propria influenza geopolitica su aree sensibili, garantendosi l’accesso ai mercati del futuro (e del presente), cercando di ristrutturare l’assetto di forze nell’intero continente asiatico. Il rischio è di fallire miseramente, buttando decine di miliardi in infrastrutture inutili senza spostare nessun equilibro politico, sperperando all’estero soldi che potrebbero servire a rifondare le infrastrutture nazionali, perdendo il treno verso il futuro.

In conclusione, questo 19° Congresso del PCC ha confermato la linea del presidente Xi, assicurandogli il potere quasi assoluto di cui aveva bisogno per completare la mastodontica opera di riforme che ha iniziato 5 anni or sono, portando la Cina da paese in via di sviluppo ad attore geopolitico principale sul palco del mondo, col malcelato intento di sostituirsi agli USA sul lungo periodo nel ruolo egemonico. La strada è spianata ma costellata di insidie: le sfide, geopolitiche e non, che si prospettano innanzi a Xi Jinping potranno testare quanto effettivamente si meriti il posto che si è ritagliato nel pantheon Comunista.

Alessandro Bombini

Fonte immagina di copertina: South Cina Morning Post

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