Pazienza orecchini di ciliegia

Pazienza, amore, felicità, morte

Avvertenza: contiene diversi spoiler su varie storie di Pazienza. Ma se non le avete lette, per quale motivo dovreste pupparvi un papiro di quindicimila battute sull’argomento? Su, su, andate, leggetevi tutto, poi prendetevi un giorno libero e tornate qui.

Lunedì scorso Andrea Pazienza avrebbe compiuto 60 anni. E invece è morto 28 anni fa, con qualche mese sulle spalle in meno di quelli che ho io adesso.

Lo dico come monito, prima ancora che come dato biografico. Primo, per ricordarmi che parlare dell’opera e della vita di un artista significa sempre, in primo luogo, parlare di sé, proiettare se stessi e le proprie idiosincrasie, quantomeno come griglia di lettura. Secondo, perché un’altra tentazione costante nell’affrontare un’opera d’arte è fare ricorso a facili biografismi, specie con una vita così tanto vissuta e documentata; e questi a loro volta sono sempre influenzati dalle proiezioni di cui sopra. E terzo, beh, per mettere le mani avanti, e chiarire che Paz era un genio, e io un cretino qualsiasi che ne discetta in un articoletto in giro per l’internet.

Il personale è politico

Negli ultimi giorni sono fiorite in rete le commemorazioni, ed è obbligatorio segnalare perlomeno Fumettologica, benemerita webzine di articoli belli riguardo il mondo del fumetto, che ha dedicato a Pazienza numerosi interventi (raccolti sullo stesso sito sotto l’hashtag #pazweek), tra cui il repost di un documentario andato in onda qualche tempo fa su Rai4.

Però qualcosa mi ha lasciato perplesso. Mi è sembrato di vedere, da diverse parti, un tentativo di pacificare l’artista e l’opera, di ricondurlo entro un quadro valoriale più accettabile e capace di renderlo un oggetto meno problematico, meno alieno.

La vulgata secondo cui, ad esempio, Zanardi va interpretato alla luce dell’“assoluto vuoto che permea ogni azione”, del suo essere cattivo “quanto può essere un’antenna Rai, [con cui ha in comune che] ripete, è un ripetitore, riflette ciò che gli sta intorno” (entrambe le frasi sono dello stesso Pazienza), del suo essere, insomma, un vetro appena opacizzato degli anni del riflusso. Una lettura che non basta a spiegare il successo che ha avuto e continua ad avere presso il pubblico (ho l’impressione – anche se non ho dei dati a sostenerla, il che mi rende indistinguibile da qualunque intellettuale che faccia l’opinionista di professione – che Zanardi abbia nell’immaginario popolare un posto molto più saldo degli altri personaggi creati da Paz) l’annoiato e disimpegnatissimo pluriripetente che annegava il suo malessere angariando le persone circostanti e inseguendo, tra sesso e droga, il più puro degli edonismi.

Andrea Pazienza Zanardi
Andrea Pazienza – Zanardi

Forse l’inquadramento più ampio e convincente è quello di Simone Sauza su Linkiesta, che riassume così il passaggio dal Movimento del ’77 (preannunciato da Penthotal) al riflusso (il cinismo esasperato di Zanardi, le cui premesse sono poi le stesse della disperata confessione di Pompeo):

Ad un certo punto della storia, l’Italia si è svegliata più cupa. Non più triste, semplicemente più cupa. Come fosse calata una cappa sul paese. La metà degli anni ’70. La sbornia del miracolo economico andava svanendo, lasciando al suo posto un’Italia, almeno da nord a centro, certamente più industrializzata e moderna, ma anche più fredda e tentacolare. Oltre l’Atlantico e Oltremanica andava esplodendo la sottocultura punk. […] Da noi quella pulsione iconoclasta, quel senso di inadeguatezza ai “tempi moderni”, veniva sublimato nell’impegno politico. […] Zanardi è il fondo abissale di un’intera generazione refrattaria alla militanza politica, che ad un certo punto si è sentita tagliata fuori dalla società (e perfino dall’annessa contro-società) che si andava trasformando. Da questo impatto ne è uscita fuori alienata e annoiata.

Eppure, mi sembra manchi ancora qualcosa.

Anedonia

Leggere Pazienza per me ha sempre un effetto disorientante, mi dà una leggera vertigine, come lo smottamento della terra sotto i piedi.

Il suo non è un cinismo sterile, disinnescabile con una risata. Non è il pacato nichilismo o l’indulgente edonismo degli Altri libertini tondelliani. È l’esasperazione di una certa condizione umana, borghese ma non solo; è la crepa che rimane in ogni tentativo di essere socievoli, pacifici; è un occhio incredibile per il vizio comune o il dettaglio sbagliato latente nell’inerzia quotidiana della maggior parte delle persone. Siccome queste mancanze, questa fragilità, esistono in tutti noi, ci sono solo due strade possibili (due strade coerenti, se non altro): sentirsi in difficoltà per tutto o imparare ad accettarle ed essere persino felici dell’umanità che sottintendono. Di solito la gente, consciamente o meno, sceglie la seconda.

Andrea Pazienza il male
Andrea Pazienza – da Il Male
Andrea Pazienza - Il segno di una resa invincibile
Andrea Pazienza – Il segno di una resa invincibile

Pazienza invece ha il dono – o la maledizione – di farmi sentire in colpa, o quantomeno in imbarazzo, quando scopro di fare lo stesso gesto di uno dei suoi personaggi, di dire la stessa frase inappropriata, di credere negli stessi valorucci. di essere buono – buono nel senso di fesso. Di farmi domandare una volta di più se le cose di cui penso di essere felice bastino davvero a soddisfarmi, mi bastino per vivere. Di svalutare la realtà, costringendomi a domandarmi se la mia percezione positiva non poggi soltanto sul bisogno che ho (che tutti abbiamo) di convincermi che le cose, in fondo, vanno bene come sono (sulla paura, insomma).

Andrea Pazienza L'appuntamento
Andrea Pazienza – L’appuntamento

E quel che è peggio, lo sa fare con pochissimo: un brufolo schiacciato, una caccola, due lettere cambiate nella grafia di una parola, una citazione decontestualizzata.

Non devo essere del tutto matto, comunque, a vederla così, perché combacia con quello che dice lo stesso Pazienza in un saggetto intitolato Il plesso solare e la tecnica del fumetto:

secondo me un fumetto, cosi come un libro o un film, deve muovere il kiai. Il kiai, secondo la disciplina del kendo, corrisponde al plesso solare. Se io devo battere qualcuno non lo batto con la testa, non gli do le botte con le zampe, gliele do con il plesso solare. […] È allora che si fa paura veramente, e a me interessa far paura, tutto il resto non esiste.

La verità, vi prego, sull’amore

Provo a spiegarne quali sono secondo me le implicazioni facendo della psicologia spicciola: per come la vedo io, si può volere bene alle persone nonostante i loro difetti (sono, diciamo, i conoscenti: hanno qualche aspetto che non sopportiamo, ma alla fine tutto sommato sono a posto – oppure non lo sono, e sono le persone che odiamo, detestiamo, malsopportiamo, blablabla) o con i loro difetti (sono gli amici, quelli di cui si prende il pacchetto completo, un blocco unico che comprende il tono paternalista e il bisogno di mangiare un gelato ogni volta che si passa di fronte a una gelateria esattamente tanto quanto le conoscenze musicali o la capacità di esserci sempre quando se ne ha bisogno).

Paz ha creato universi i cui pochi eroi sono ammirevoli per i loro difetti (l’apatia di Penthotal, il bieco narcisismo di Zanardi, l’autodistruttività romantica di Pompeo), il coraggio che hanno nel prendere in mano la loro vita e distruggerla; e tutti i personaggi secondari, soprattutto quelli che cercano di difendere quel poco che hanno e negarli, quei difetti (come facciamo tutti, no? Come facciamo tutti), sono irrimediabilmente fragili e destinati a conseguenze e conclusioni quasi sempre tragiche.

Esiste allora un modo di essere buoni, di poggiare su sentimenti positivi e creare su questa base un qualche tipo di relazione con un’altra persona, senza essere fessi? Si può essere imperfetti e fallibili e però meritevoli di amore? La risposta che dà Pazienza, per come la vedo io, è no. Non c’è nei suoi fumetti alcun legame affettivo forte abbastanza da poter reggere l’impatto con la realtà, e chiunque tenti di farne appello finirà inevitabilmente per soccombere.

Andrea Pazienza Zanardi
Andrea Pazienza – Zanardi
Andrea Pazienza - Penthotal
Andrea Pazienza – Penthotal
Andrea Pazienza - Zanardi
Andrea Pazienza – Zanardi

È un discorso che ha ricadute molto ampie, che riguardano, ad esempio, i suoi personaggi femminili. Sono quasi sempre figure desiderate più che desideranti, o desideranti-di-essere-desiderate; donne oggetto che si fanno fare di tutto, ma in maniera acquiescente, annullandosi nel godimento altrui.

Non sto dicendo che sia una dinamica poco realistica (tutt’altro), e neanche che sia necessariamente sbagliata; dico che ha più a che fare con il narcisismo e con i rapporti di potere che con l’idea della soddisfazione reciproca che accompagna, di solito, il discorso (la retorica?) del rapporto amoroso (contemporaneo).

Andrea Pazienza - Zanardi
Andrea Pazienza – Zanardi
Andrea Pazienza - Zanardi
Andrea Pazienza – Zanardi
Andrea Pazienza - Zanardi
Andrea Pazienza – Zanardi

Anche questo è maggiormente evidente in Zanardi: nella vignetta finale di Cuore di mamma come nell’arrendevolezza inerme della ragazzina innamorata di Colasanti in Cenerentola 1987. Non è tanto lo stupro – le storie di Zanardi sono tutto un susseguirsi di stupri, omicidi ed efferatezze varie – è l’idea, anche solo l’idea, che le persone non possano restare pure neanche per un momento, che l’innocenza si perda una volta per sempre e da quel momento non si possa più riacquisire.

E contemporaneamente, è la capacità di Pazienza di mettere in bocca a Zanardi – quello che sarebbe vuoto, e che innocente non lo è mai stato – frasi taglienti e memorabili come quella sul freddo (“quello vero, [che] sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo”) o quella sul lupo (“che non mi si chiami Fido, quindi”), di renderlo spietato e carismatico, senza bisogno dell’affetto né della stima di nessuno, senza rispetto per nessuna persona o nessuna cosa. La capacità di instillare il dubbio non solo, come dice giustamente Giardino nel documentario citato prima, che nella vita reale il colpevole non paghi mai, ma anche che essere colpevoli sia l’unico modo per essere vivi.

Ama il prossimo tuo come te stesso

Per questo se dovessi ipotizzare un pericolo delle opere di Pazienza non sarebbe quello della risata assolutoria, ma semmai quello dell’assuefazione, quello della resa a – come dire? Alla bruttezza del mondo.

Dice Brolli parlando del Paz (eccolo, il facile biografismo): “il suo sorriso sono più sentimenti messi insieme, contrastanti tra loro; è sincero ma contiene una vertiginosa tristezza: è una smorfia di dolore, è la dichiarazione che se ti lascerai sedurre dalla perfezione apparente delle sue labbra un giorno la pagherai condividendo la sua parte oscura”.

Le altre testimonianze (le due più interessanti tra quelle pubblicate da Fumettologica sono quella di Igort e quella di Sandro Visca, suo insegnante al liceo artistico di Pescara e da vari punti di vista suo mentore) dipingono un quadro simile, fortemente in chiaroscuro: bravo con le donne e da esse adorato, bugiardo patologico, egocentrico, scostante, spesso spiacevole – e poi ovviamente geniale, brillante, unico, complimenti sinceri da parte di chi lo conosce e l’immancabile agiografia che in Italia non si nega a nessuno, specie se postuma.

Curiosamente, però, ci sono almeno due punti che nessuno, tra le cose che ho letto negli ultimi giorni, ha sottolineato.

Andrea Pazienza - Pompeo
Andrea Pazienza – Gli ultimi giorni di Pompeo

Il primo, che si nota soprattutto in Penthotal e in Pompeo, è l’abitudine di Pazienza di allontanarsi dalla realtà. Perlomeno in due sensi: nel suo continuo assumere, e far spesso assumere ai suoi personaggi, il ruolo dell’osservatore, del cronista e del fustigatore implacabile, un risultato che si può ottenere solo se si guarda la vita da sufficientemente lontano, con sufficiente distacco. E poi per fuggirne, per evitarne le infinite crepe, le innumerevoli, meccaniche routine. È una prospettiva coerente tanto con l’onirismo di Penthotal, che il ’77 lo vive sempre da una certa distanza, fisica e mentale (tanto da essere pubblicato su alteralter, il supplemento “di viaggi e di avventura” di Linus), quanto con le continue fughe di Pompeo attraverso l’eroina; per tacere delle ultime pagine, in cui la scelta del suicidio non è solo un modo per evitare la propria esistenza (per distaccarsene), ma per risolverne radicalmente i problemi in un modo che solo un osservatore sufficientemente distante (da sé) potrebbe decidere di adottare.

Andrea Pazienza
Andrea Pazienza – Scommessa
Andrea Pazienza pertini
Andrea Pazienza – Pertini
Andrea Pazienza
Andrea Pazienza – Le straordinarie avventure di Penthotal

La seconda cosa riguarda l’uso dell’ironia da parte di Pazienza, e se siete arrivati fin qui (prendendovi, come detto, un giorno di ferie – che, ormai ve lo posso dire, avreste potuto passare in modo molto migliore) avrete capito come la penso: quando parlava di sé e scherzava sul suo essere un tossico, non credo intendesse alleggerire l’argomento. Credo che il suo occhio implacabile guardasse e giudicasse con lo stesso peso se stesso come gli altri, che la sua incapacità di perdonare riguardasse i suoi errori ancora prima di quelli degli altri.

Anche qui, per non dare l’impressione di star ricamando troppo di mio, vorrei citare Pazienza stesso – cioè la postilla a Gli ultimi giorni di Pompeo, la cui onestà – e io, come dovrebbero fare tutti quelli che hanno studiato letteratura, odio usare questo termine – è totale:

In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Però, c’è sempre un però, è vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficenze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi. […] Ora che vivo in campagna come un cretino non sono più depresso e quindi saluto volentieri gli amici che mi rimastono qua e là nelle città. Le amiche soprattutto. Di me, volendo, si può dire tutto il male che si vuole, però tante di quelle cose non sono vere. Capisco viceversa la delusione di qualcuno quando si è accorto che il fumettaro per cui tifava altri non era che il fesso di cui sopra. Ora, naturalmente, che sono fesso me lo posso dire io da solo, perché sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostri. Però (di però ce ne possono essere i pacchi), non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante.

C’è tantissimo Pazienza, in queste due paginette. C’è una lunga autocritica, ci sono le ambizioni più personali, ingenue ed indicibili messe alla mercé del lettore più indiscreto, gli slanci di orgoglio (“sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostrI”), le alzate di testa (“le amiche soprattutto”), le professioni d’onestà intellettuale (“non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo”) e innocenza (“tante di quelle cose non sono vere” – e quanto pesa quel “tante”). C’è l’affetto, mascherato da storpiatura grammaticale (“gli amici che mi rimastono”). C’è la tranquillità ritrovata in campagna (Pazienza si era spostato da Bologna a Montepulciano per questioni legate all’eroina, e lì pare fosse riuscito in buona parte a disintossicarsi) – ma c’è, anche qui, l’inevitabile crepa, l’ammissione di vivere “come un cretino”.

Andrea Pazienza
Andrea Pazienza – Gli ultimi giorni di Pompeo
Andrea Pazienza droga
Andrea Pazienza – da Il Male

Questo distacco, questa insoddisfazione continua, questa impossibilità di perdonare se stesso e gli altri, io non riesco a scinderli dalla vita di Pazienza; non riesco a non pensare che fossero veri, e che combinati tra loro bastino a rendere la vita intollerabile. Non riesco a non pensare che Pazienza sia stato in primis coerente, fino in fondo, nei confronti di se stesso. Che la sua non sia mai stata una posa, che la serenità per lui sia stata solo momentanea, e che proprio per questo – voluto o meno, evitabile o meno, e comunque da rispettare – l’unico epilogo possibile fosse lo stesso che ha impedito, lunedì scorso, di festeggiarne il sessantesimo compleanno.

Ed è questa la vertigine che mi dà leggere Pazienza: pensare che se avesse davvero ragione lui, se fosse tutto come dice lui, beh, allora.

Giorgio Busi-Rizzi

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