Eric Cantona, i primi 50 anni del King

Tutte le storie hanno un inizio. Che poi non deve realmente essere la prima cosa successa, può essere anche a metà, o dalla fine, perchè no. L’inizio di questa storia è questo.

FIFA 2006. Io di dieci anni più giovane davanti alla Play che guardo a ripetizione questo video di alcuni dei gol più belli della storia. Messi peraltro abbastanza a caso, scelti senza un’ordine preciso. Ma a forza di vederlo cresceva dentro di me l’amore per… beh, praticamente per tutti questi giocatori. Tranne che per Bergkamp, ma questo è un altro discorso. Ma soprattutto uno si fece largo nel mio giovane e al tempo perfettamente funzionante cuore. L’ultimo. Eric Cantona.

Il gol è di altri dieci anni addietro. E’ il 1996, la vittima è Perez del Southampton. Eric Cantona aveva compiuto, il 24 maggio di quell’anno, trent’anni. Ed il 24 maggio di quest’anno, Eric Cantona ne ha compiuti cinquanta. Questo è il mio personale augurio a quello che io, come molti altri, ho assurto all’Olimpo del Calcio.

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Eric Cantona nasce fisicamente a Marsiglia. Ma calcisticamente nasce in una cittadina della provincia borgognona di cui abbiamo già avuto modo di parlare, in un grande centro sportivo all’avanguardia, sotto gli occhi di un signore rubizzo e dalla faccia simpatica. E’ Guy Roux, e quello è il centro sportivo dell’Auxerre. Vive in un ambiente profondamente multiculturale, e lui stesso è un miscuglio di storie nazionali diverse. Suo padre, Albert, è di origini sarde, mentre i genitori della madre erano di Martorell, in Catalogna, da cui erano fuggiti durante la guerra civile. All’Auxerre lui ci arriva grazie al suggerimento di Celestin Olivier, che ha una scuola calcio a Marsiglia, dove Cantona gioca prima come portiere, spinto tra i pali dal padre, e poi finalmente come ala. Olivier, che aveva partecipato con la Francia ai Mondiali del 1958 e aveva giocato con Just Fontaine e Raymond Kopa, i campioni li sa riconoscere. E Roux decide di puntare sul quindicenne Eric, che molla tutto e va a vivere ad oltre seicento chilometri da casa. Questo è il suo inizio. Un suo inizio.3f5eb53d47ec5f6646deb7ffbd3a8ed5.jpg

Cresce bene, e a diciassette anni esordisce in Prima divisione. Gioca insieme ad Andrzej Szarmach, che sarà il miglior marcatore della storia dell’Auxerre. In realtà Roux, che se ha un pregio è quello di saper far crescere bene i giovani, ha già stabilito un piano per non bruciarlo. Eric parte per il servizio militare, nel 1984, e quando torna si mette pure a segnare. Il piano di Roux sta funzionando, quando di mezzo ci si mette il carattere non proprio facile di Eric. Già, sarà una costante nella sua carriera, il difficile rispetto per l’autorità. Ancora di più, l’assoluta mancanza di volontà di riconoscere un’autorità superiore a lui. Un giorno Cantona cominciò a lamentarsi per quest’uso a singhiozzo, per dover sempre essere usato tra primavera e prima squadra. Roux, di carattere simile ma con dalla sua l’essere l’allenatore, fa trovare sull’armadietto di Eric, al termine dell’allenamento, i documenti già pronti per il suo trasferimento in Serie B, al Martigues.

Martigues è una città di cinquantamila abitanti, soprannominata la Venezia Provenzale. Nella mente di Cantona, però, ha un grande pregio. E’ a meno di quaranta chilometri da Marsiglia. Eric ha così modo di tornare a casa, e frequentare nuovamente gli amici. Comincia a (ri)frequentare Isabelle Ferrer, che diventerà la sua prima moglie. In un ambiente più casalingo, le sue prestazioni migliorano, tanto che un giorno Guy Roux stesso, che ha capito il potenziale del ragazzo, va a vederlo giocare. Al Martigues rimane solo una stagione, è già il momento di tornare all’Auxerre.

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Il 1987 lo trova titolare all’Auxerre in prima divisione, sposato con Isabelle Ferrer e per la prima volta convocato in Nazionale. Ha 21 anni. Precoce in tutto, forse troppo. Perchè il matrimonio non andrà a buon fine ed  il rapporto con la Nazionale si fa difficile quasi da subito. Gioca sia in nazionale maggiore che in Under 21. E l’anno successivo guida la giovanile a conquistare il campionato europeo, sconfiggendo Italia, Inghilterra e Grecia in finale. Ma quando vorrebbe fare il salto di qualità, e diventare titolare, il CT Henri Michel non lo convoca. E Cantona esplode. Nel corso di una intervista in diretta, Eric dice “Mickey Rourke dice che chi assegna gli Oscar è un sacco di merda. Non giocherò più nella Francia finché Henri Michel sarà il selezionatore”. Detto fatto.

Sul campo intanto si interrompe l’avventura all’Auxerre. Arriva sul tavolo di Roux l’offerta del Marsiglia. Che capisce che è giunto il momento di cederlo. Eric ha un carattere troppo difficile (la dichiarazione di cui sopra arriverà solo qualche mese dopo) come dimostrato dall’atteggiamento che ha in campo e in allenamento.Alcune settimane prima, in una gara contro il Nancy, ha rischiato di azzoppare definitivamente Zakarian con un fallo killer, fortunatamente senza conseguenze, evitando anche una lunga squalifica grazie ad un certo savoir faire (a.k.a. Faccia di bronzo) davanti ai giudici. Pensò bene non solo di spiegare che era un gesto scherzoso, del resto lui e Zakarian si conoscevano fin da bambini, ma sottolineò la sua stessa importanza nelle gare per l’Europeo U21 di lì a pochi giorni. Tre giornate ridotte a due. E Cantona può approdare al Marsiglia tranquillamente. Beh, tranquillamente. Insomma.

L’amore tra Marsiglia e Cantona dura cinque mesi. Cominciati comunque con la squalifica per le gentili frasi verso Michel. E la frattura si creò in una freddissima sera di gennaio. Si giocava a Sedan, nelle Ardenne, contro la Torpedo Mosca per un’amichevole in favore dell’Armenia dopo il terremoto di Spitak. L’allenatore del Marsiglia, Gerard Gili, vede Eric nervoso e stanco. E così decide di sostituirlo. Apriti cielo. Non appena Eric si accorge che il sostituito è lui, prende il pallone e lo calcia in tribuna, non saluta il compagno né l’allenatore, si strappa la maglia di dosso e la getta a terra. Non la prende bene nessuno. I tifosi lo attaccano, il presidente Bernard Tapie la tocca piano: “Se servirà, lo porteremo in una clinica psichiatrica”. Viene messo fuori rosa per un mese, ma lui non sa incassare, sa solo contrattaccare. Litiga con tutti, in squadra e nella dirigenza, ed il risultato è che viene spedito in prestito, prima al Bordeaux fino alla fine della stagione, poi per tutto l’anno successivo al Montpellier.

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Cantona al Bordeaux

Ma anche qui Cantona attira problemi come mosche. In spogliatoio dopo un allenamento cominciano a volare parole grosse tra lui ed altri compagni, e si va oltre le parole. All’improvviso, mentre cominciano gli spintoni, Eric colpisce con un calcio in faccia il compagno di squadra Jean Claude Lemoult. Il giorno dopo sei giocatori, tra cui lo stesso Lemoult, si presentano nell’ufficio del presidente, per chiedere la cacciata del Mostro. Ma dopo questi sei, entrano nell’ufficio altri due giocatori, che invece convincono della necessità di tenere Cantona in rosa, perchè indispensabile. Quei due sono Laurent Blanc e Carlos Valderrama, e Nicollin, il presidente, li ascolta. Alla fine della stagione vince la Coppa di Francia, la prima della storia del club.

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Al Marsiglia intanto le cose sono cambiate. Con gli anni ’90 è arrivato sulla panchina dell’Olympique Franz Beckenbauer, che rivuole in squadra Eric. E così basta giro di prestiti, Cantona torna a Marsiglia. E la scelta sembra premiare tutti, perchè le prestazioni sono di altissimo livello. Ma, come già detto, Cantona attira sventure. Beckenbauer viene esonerato ed al suo posto arriva Goethals, che non sopporta Cantona. La squadra vince lo scudetto, anche grazie ai gol di Eric (13) ma l’allenatore non lo vuole. Il Marsiglia arriva anche in finale di Coppa dei Campioni, a Bari, contro la Stella Rossa. E perde. Mentre Eric guarda la partita da casa. E’ finita, di nuovo.

Viene ceduto al Nimes. Il presidente della squadra Jean Bousquet usa fondi pubblici per comprarlo, dato che è pure il sindaco della città. Tutti credono in lui, ma Cantona sembra essere vinto dal nervosismo che ne ha contraddistinto la carriera. E’ dicembre, e lì da tre mesi. In casa, contro il Saint Etienne, l’arbitro gli fischia un fallo. Lui in tutta risposta gli calcia il pallone contro, e va verso gli spogliatoi senza neanche aspettare l’espulsione. In commissione disciplinare questa volta insulta tutti, e si becca tre mesi. Non li aspetta. Nei giorni successivi alla decisione della commissione, annuncia il ritiro. Ha 25 anni.

Fortunatamente però, qualcosa che vada bene c’è. Dal 1988, il commissario tecnico della Nazionale non è più Henri Michel, ma è un suo estimatore. E’ Michel Platini. Che lo ha convocato per tutte le gare della nazionale, che giocasse o meno con il club. E ora lo chiama. Eric intanto si è ritirato in vacanza, dove fa il pittore e studia recitazione. Ma Platini ci parla, e riesce a convincerlo. Tornerà a giocare. Ma è un compromesso, perchè Cantona è sicuro: non tornerà mai a giocare in Francia.

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Platini allora prende il telefono e chiama un avversario ai tempi della Juventus, ora diventato allenatore. Graeme Souness, ex Sampdoria, però non lo vuole al Liverpool. E così Eric approda allo Sheffield Wednesday, un club in forte ascesa. L’esperienza dura solo una settimana, le parti non trovano un’accordo e così Cantona è nuovamente senza squadra. Ma ci pensa il Leeds ad offrirgli il contratto, e così nel gennaio del 1992 Eric Cantona è un giocatore di First Division. L’esperienza è gratificante e glorificante. Quindici partite, tre gol, tanti assist per Chapman e lo scudetto. L’ultima First Division, prima del cambio in Premier League, è sua.

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L’estate porta l’Europeo, che va malissimo, con la squadra buttata fuori ai gironi. Ma appena torna a Leeds vince il Charity Shield, la supercoppa, con una sua tripletta contro il Liverpool che non lo aveva voluto. Il campionato comincia con il botto. Tra assist e gol, è decisivo in ogni gol del Leeds. E le sue prestazioni non restano ignorate. Sir Alex Ferguson va a vederlo giocare, e decide che lo vuole. Un milione e duecento mila sterline volano direzione Leeds per lui. Non sono tanti soldi, ma i problemi caratteriali fanno paura. Ferguson però sa come motivare i suoi giocatori. Appena arrivato, prende Cantona da parte e gli dice “Mi chiedo se tu sia abbastanza bravo per giocare all’Old Trafford.” E lui, senza pensarci troppo, risponde: “Mi chiedo se Manchester sia abbastanza per me”. Lì diventa il mio Cantona.

82 gol in 185 presenze in tutte le competizioni. Tre Charity Shield, quattro Premier Division (vince sia l’ultima First che la prima Premier), due coppe di Inghilterra. Giocatore dell’anno della PFA (secondo i giocatori) nel 1994, primo extra Regno Unito a vincerlo, e giocatore dell’anno della FWA (secondo giornalisti) nel 1996. Cinque stagioni in cui è il centro del Manchester United.

Il carattere per carità è sempre quello. Sono tanti i cartellini gialli, e tanti i cartellini rossi. Contro il Galatasaray, agli ottavi di finale, scatena una rissa in campo e viene espulso tra i fischi del pubblico, non proprio tra i più tranquilli. E nel tunnel degli spogliatoi viene picchiato da un poliziotto turco. Poi arriva l’episodio che entra nell’immaginario collettivo. E’ il 25 gennaio 1995. La scena è quella di Selhurst Park, della sfida tra Manchester United e Crystal Palace. Cantona è appena stato espulso per ripetuti falli su Richard Shaw, mandato in campo con il preciso compito di farlo innervosire. Mentre esce, i tifosi si accaniscono su di lui. Eric sta pensando a suo padre, malato, in Francia, le cui condizioni si sono aggravate negli ultimi giorni. Ma un tifoso più di tutti lo infastidisce. Matthew Simmons. Lo insulta, lo insegue verso l’ingresso degli spogliatoi. Cantona si gira verso di lui, lo guarda, e parte. Lo colpisce, non lo colpisce, poco importa. Cantona torna ad essere il mostro.

In primo grado viene condannato a due settimane di carcere, convertite poi in 120 ore di servizi socialmente utili. Nove mesi di squalifica, fino all’ottobre successivo. Ed è l’unico scudetto che il Manchester United perde, a favore del sorprendente Blackburn. Nell’ultima stagione è la bandiera, è il faro di tanti giovani che si affacciano in prima squadra, come Scholes, Gary Neville o David Beckham. E a trent’anni, l’11 marzo del 1997, si ritira dal calcio giocato. La decisione è un fulmine a ciel sereno, è nel pieno delle forze, titolare nella squadra più forte d’Inghilterra e tra le più forti d’Europa. La Nazionale ormai è di altri, ma quello non è mai stato un problema. Annuncia. “Ho giocato da professionista per tredici anni. E’ il momento di dedicarsi ad altro.” E stop.

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E cos’è questo altro? Tutto quello che gli passa per la mente. Si dedica a quelle che lui stesso definisce arti maggiori, a differenza del calcio. Diventa attore e pittore. Diventa giocatore di beach volley, per due partite, e poi allenatore della stessa nazionale, per sei anni. Viene incluso nel FIFA 100 e scelto come Calciatore del Secolo dai tifosi dello United, nonostante, due nomi a caso, Bobby Charlton e George Best. Diventa una bandiera per le cause che si riveleranno perdenti. Si oppone strenuamente all’acquisizione dello United da parte del magnate Glazer, che comprerà la società, e insiste perchè Cristiano Ronaldo non lasci la squadra, cosa che farà. Diventa direttore tecnico dei New York Cosmos nel 2011, e dopo tre anni viene licenziato a seguito di una rissa. In tutto ciò entra nelle nostre vite, attraverso i tubi catodici. E’ il testimone del Joga Bonito, una campagna Nike al cui centro c’è il piacere di giocare pulito. Lui. Ironico. Ma non del tutto. Perchè Cantona è così, non è mai stato ascrivibile ad una sola categoria, nel gioco e nella vita. E per chi ci avesse provato, aveva in serbo sicuramente una parola carina ed una carezza. A pugno chiuso, o a tacchetti appuntiti, se preferite.

Marco Pasquariello

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