House of Cards, lo spettacolo del potere in una serie televisiva

Quello che vi accingete a leggere è l’ennesimo articolo dedicato alla serie televisiva House of Cards, diventata ormai punta di diamante dell’universo Netflix e delle serie televisive in generale. Un prodotto sulla bocca di tutti gli appassionati di serie tv, di politica, di Kevin Spacey ma soprattutto di cross-medialità. Sì, perchè House of Cards non è solo un prodotto televisivo ma anche un fenomeno mediale nel quale si rappresenta e si mette in scena il potere e tutte le sue dinamiche e sfaccettature. 

Se ne è parlato mercoledì 27 aprile presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in una conferenza dal titolo Da House of Cards alla Casa Bianca, lo spettacolo del potere nello specchio della serialità televisiva, in occasione della quale sono intervenuti i docenti Aldo Grasso, Luca Barra, Andrea Locatelli, Massimiliano Panarari, Massimo Scaglioni e Antonio Zotti, oltre ad Antonio Visca, responsabile del canale Sky Atlantic sul quale è andata in onda la serie.

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Chi si interessa anche un minimo di politica sarà sicuramente rimasto da subito affascinato dalla narrazione e dalla rappresentazione messe in atto in House of Cards, serie densa di trame, intrighi e colpi di scena su tutto ciò che riguarda la politica e la lotta al potere che ne consegue. A fare luce sulla serie è Aldo Grasso, che vede nella serialità americana la narrativa dei nostri tempi, nella quale la politica diventa una grande narrazione”. Nello specifico Grasso vede in House of Cards “un decalogo di come trasformare la politica in narrazione attraverso nuove forme di retorica come la seduzione, i ricatti e addirittura il matrimonio come arma da guerra e di potere”. In tutto questo la serie prodotta da Beau Willimon diventa una vera e propria celebrazione ed esibizione del potere e uno strumento di soft power: House of Cards è un esempio di fine della democrazia nel quale fa da sfondo una sorta di globalizzazione della paura che vede la fine dell’hard power statunitense.

Su questo stesso concetto, Panarari vede nella serie un immaginario che occupa lo spazio della politica a seguito della disgregazione delle ideologie, con l’obiettivo di descrivere un’America della globalizzazione della paura, senza etica e valori e del post 11 settembre. Si mette in atto una post-modernizzazione della politica che vede la crisi della rappresentanza, sostituita dalla rappresentazione del leader. Il leader diventa così figura centrale in un panorama politico che vede anche la crisi della partecipazione dei cittadini, ma anche all’interno di un processo di personalizzazione e spettacolarizzazione della politica (negli USA introdotto dall’ex attore, poi Presidente, Ronald Reagan). Il leader diventa narrazione e il binomio spettacolo + potere diventa narrazione del potere stesso. Si crea di conseguenza una consensus building all’interno dello spazio mediatico nel quale il potere è centrale e quindi personale, data la centralità del leader.

A questo punto dell’articolo gli appassionati di filosofia politica staranno magari prendendo appunti mentre i più “umani” si saranno già persi. Per spiegare meglio questa nuova frontiera del potere (e della sua narrazione) prendiamo il protagonista, Frank Underwood. Secondo Scaglioni rappresenta una specie di visione machiavellica della politica, essendo bravo come il Principe di Machiavelli nel dissimulare la realtà presentandosi come un personaggio buono e pio, a sostenere una visione pessimista e negativa dell’uomo, ad incarnare un’amoralità della politica dove il fine giustifica i mezzi, dispensando poi massime e regole sulla politica giustificandosi con gli spettatori in tutte le sue azioni amorali (tranquilli, #nospoiler). Insomma, Frank Underwood piega la politica e le sue regole alle sue necessità nella sua lotta al potere ed è interessante come per lui non ci siano avversari, ma solo nemici. L’avversario è infatti qualcuno da sconfiggere e con il quale si può scendere a patti e compromessi, mentre il nemico è colui che va assolutamente eliminato: ecco per il Presidente Underwood sono tutti nemici, perfino la moglie Claire.

E veniamo dunque ai personaggi. Essi diventano tutti personaggi della vita reale di tutti i giorni: vengono ad interagire con noi spettatori ma anche con la politica reale. Come sottolinea Barra politici reali come Obama e Hillary Clinton vengono ad interagire con Frank Underwood in una dinamica che vede l’attore Kevin Spacey diventare un politico e i politici veri diventare attori. Il confine fra realtà e finzione è sempre più labile e ciò comporta un alleggerimento e coinvolgimento nella politica che a sua volta cerca engagement per raggiungere target televisivi sfruttando la serialità. Ecco che il vuoto della partecipazione politica viene riempito dalla emotività della serialità.

È quella che Scaglioni definisce “politica della commistione”, che si va ad aggiungere alla “politica della rappresentanza” andando a formare un nuovo genere mediale, il political drama. La meccanica dei processi politici viene così espressa dallo spettacolo del potere e dalla rappresentazione dei retroscena della politica. La “politica della rappresentanza” è quella che si può definire una relazione diretta con la realtà nella quale lo storytelling orienta una lettura moralmente condizionata portando lo spettatore a prendere posizione circa gli eventi della serie. La serialità mediale quindi diventa il terreno della costruzione di prese di posizione attorno a political issues – dalla sanità alla discriminazione razziale, dal lavoro alla tematica del controllo dei Big Data passando per la violenza sulle donne – proprio come quando i cittadini prendono posizione su politiche pubbliche della politica reale.

E Zotti vede in questa dinamica un ruolo preciso di House of Cards: quello di essere espressione di una politica delle policies. La serie è infatti molto dettagliata nel descrivere i processi di formazione delle politiche pubbliche definendo il ruolo di spin doctors, sondaggisti, lobbisti, stakeholders e giornalisti: media, lobby e politica vengono ad intrecciarsi sotto il comune denominatore del potere. 

La commistione fra realtà e rappresentazione mediale però riguarda anche la promozione della serie stessa, come più volte ribadito da Visca, responsabile di Sky Atlantic. Il canale ha infatti utilizzato Frank Underwood come primo sponsor pubblicitario della serie attraverso varie iniziative di marketing in grado di permettere allo spettatore e fan di toccare con mano la serie. Ecco che a Milano lo scorso anno per lanciare la terza stagione, Sky ha riprodotto il celebre locale di Freddy nel quale Underwood va a mangiare le costolette, oppure il castello di carte in Piazza Gae Aulenti e le citazioni della serie per le strade di Padova e Torino.

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La riproduzione del chiosco con le costolette di Freddy tanto amate da Frank Underwood
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Il castello di carte in Piazza Gae Aulenti prodotto dall’agenzia Jungle per promuovere la terza stagione su Sky Atlantic
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Le massime di Frank Underwood per le strade di Torino e Padova

Ma anche Netflix in questo senso ha avuto un’idea geniale, sincronizzando la campagna elettorale di Underwood con quella reale dei candidati alle Presidenziali 2016. Frank diventa così attore della politica reale al pari di Donald Trump, Hillary Clinton e Bernie Sanders. In conclusione si può dire che le serie televisive stiano contribuendo oggi a pensare nuovi e diversi modelli di politica e dal punto di vista mediale stanno prendendo quel posto che nel Novecento era occupato dal cinema. Sul tema c’è sicuramente molto altro da dire e House of Cards è un prodotto interessante da analizzare in questo campo. Ma per ora basta così, mettiamo il tasto pausa. Stay tuned.

Giuliano Martino

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