Barack Obama

Il futuro della dottrina Obama

Sul magazine statunitense “The Atlantic” è di recente apparso un articolo tanto lungo quanto interessante sulla politica estera di Barack Obama, scritto dal giornalista Jeffrey Goldberg. Questo longform, come va di moda chiamarli oggi, ha avuto un notevole eco mediatico a causa di alcuni commenti del presidente USA.

In particolare Obama ha negato che l’ISIS sia “una minaccia esistenziale alla sicurezza degli Stati Uniti” e ha definito la guerra in Siria “a mess”, un “casino” tanto per essere chiari. Inoltre il 53enne nativo delle Hawaii ha criticato aspramente il comportamento degli alleati europei in Libia e rivelato lo status delle sue relazioni personali con altri importanti come Vladimir Putin, Benjamin Nethanyau e le monarchie del golfo. Infine l’articolo ha attirato molta curiosità per svariati riferimenti cinematografici molto “cool” da parte di Obama come quelli al “Padrino” di Francis Ford Coppola e al “Cavaliere Oscuro” di Christopher Nolan. Il Post ha pubblicato un’esaustiva e precisa sintesi dell’intervista in italiano.

Tuttavia l’obiettivo di Goldberg, come ben sottolineato anche dalla stessa traduzione appena menzionata, era quello di far emergere le linee guida che hanno ispirato la politica estera di Obama in questi due mandati, contribuendo al dibattito su quella che sull’altra sponda dell’atlantico chiamano “legacy” – ovvero l’eredità politica. In altre parole, ha tentato di entrare nelle pieghe di quella che era già stata prontamente denominata “dottrina Obama”, tanto per riprendere il titolo dell’intervista stessa.

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Barack Obama intervistato da Jeffrey Goldberg

In sintesi la dottrina Obama, espressa in alcuni discorsi chiave del presidente come quello all’accademia militare di West Point nel maggio del 2014, si articola nei seguenti punti cardine:

  1. Enfasi sulla diplomazia e il multilateralismo. Si è declinata negli storici accordi con Cuba e Iran, nella ricerca di coalizioni il più estese possibili nell’operazioni in Libia e nel mancato intervento in Siria nel 2013.
  2. Riluttanza nel dispiegamento di truppe militari. Attenzione, si parla appunto di truppe militari, non di strumento militare tout court. Perché per esempio in questi otto anni si è verificato un drastico incremento dell’uso dei droni da parte dell’esercito USA.
  3. Pragmatismo. In particolare riguardo al fatto che gli Stati Uniti non possano essere più il “poliziotto del mondo”. Ne sono derivati incentivi all’Europa ad unirsi e fare fronte alle proprie problematiche ma anche ai paesi mediorientali – compresa Israele – a cooperare e sbrigare le loro delicate faccende da soli, trovando nuovi equilibri. Ma pragmatismo anche nel collaborare con Vladimir Putin per sbloccare la situazione nel complicatissimo teatro siriano.
  4. Razionalità nella formulazione delle decisioni. Più che un risoluto “commander in chief” Obama è sembrato un policymaker attento a valutare tutte le opinioni dei suoi collaboratori e, solo dopo una lunga riflessione, a compiere le sue scelte. Questa razionalità, insieme alla ritrosia nei confronti dei “boots on the gorund”, si può riassumere nel principio “don’t do stupid things”.
  5. Incremento dell’attenzione verso la Cina e l’estremo oriente. Questo nuovo orientamento è ben rappresentato dalla strategia del “pivot to Asia”.
  6. Decremento dell’impegno in Medio Oriente. Dettato parzialmente anche dal raggiungimento dell’autosufficienza energetica grazie anche allo shale gas e agli investimenti su rinnovabili. Si è concretizzato nell’abbandono sostanziale delle missioni in Iraq e Afghanistan e all’ atteggiamento cauto in Siria.

I più critici addirittura mettono in discussione l’esistenza di una vera e propria dottrina, considerando la politica estera del presidente come una serie di reazione pragmatica agli eventi internazionali. In un certo senso l’etichetta di “dottrina” è impropria dato che appunto si parla di una serie di principi e non di una singola azione, come era stato nel casi per esempio della “dottrina Monroe”, della “dottrina Truman” e della “dottrina Reagan”, tanto per citarne tre molto influenti.

Parliamo proprio di influenza, ovvero del fatto che queste dottrine abbiano avuto un impatto che è andato oltre la sopravvivenza politica dei loro architetti. Alcune di queste dottrine di politica estera sono state perseguite anche dalle amministrazioni successive. Altre no perché, per esempio, erano legate ad un determinato contesto che è radicalmente mutato.

E allora sorge spontanea la domanda: quale sarà il futuro della dottrina Obama?

Barack Obama e Vladimir Putin
Barack Obama e Vladimir Putin

La fine della Dottrina Obama

Ci sono tre ragioni per pensare che la dottrina Obama non sarà portata avanti dal prossimo presidente degli Stati Uniti d’America e non avrà un impatto duraturo sulla politica estera americana.

In primo luogo la dottrina Obama apparentemente rigetta il principio ispiratore dal punto di vista ideologico e culturale della politica estera americana negli ultimi 70 anni.

Essa può essere definita anti-americana poiché mette in discussione tutti i fondamenti teorici liberali (e liberisti) del cosiddetto “eccezionalismo” a stelle e strisce e la narrativa circa una missione messianica degli Stati Uniti nel mondo come faro di civiltà. Da quando è uscita definitivamente dal suo guscio isolazionista, ovvero dalla fine della seconda guerra mondiale, la politica estera americana si è posta l’obiettivo di esportare – e talvolta imporre con la forza – il proprio modello politico, economico e culturale, in antitesi a quello sovietico.

A seguito della caduta del muro di Berlino e della guerra in Kosovo ma anche in corrispondenza dello sviluppo di teorie come quella sulla “pace democratica”, che vede nella diffusione della democrazia la strada per la riduzione dei conflitti, tale visione si è declinata nel cosiddetto “internazionalismo (o interventismo) liberale”. Questo approccio giustifica l’intervento militare in un paese straniero in caso di gravi violazioni dei diritti umani e mancato rispetto dei principi dello stato di diritto. Il primo fautore a Washington dell’internazionalismo liberale è stato Bill Clinton proprio nello scenario balcanico. Più o meno lo stesso principio, quantomeno in termini retorici, ha ispirato i falchi neoconservatori dell’amministrazione di George W. Bush ad invadere per la seconda volta l’Iraq di Saddam Hussein. Nasce dal gigantesco fallimento di quest’ultima operazione militare una dottrina Obama che non poteva che essere in contrapposizione con l’internazionalismo liberale, tanto da essere accusata di pendere verso l’estremo opposto, quello dell’isolazionismo. Che dal 1945 in poi è, come appena spiegato, sinonimo di anti-americanismo.

Oltre ad essere accusato di isolazionismo, Obama viene spesso criticato per praticare assunti realisti in politica estera. In breve la teoria del (neo)realismo delle relazioni internazionali, nella formulazione del celebre e da poco defunto accademico Kenneth Waltz, vede nell’assenza di un’autorità superiore la causa scatenante dell’anarchia tra gli stati, che agiscono in maniera razionale per garantirsi la sopravvivenza. Il realismo, causa un certo cinismo riguardo all’ideologia e ad uno scetticismo riguardo ad un uso scriteriato delle operazioni militari, è considerato anti-americano.

Le esperienze realiste nella storia recente degli USA si contano sulle dita di una mano. La più celebre è quella di Richard Nixon e del suo segretario di stato Henry Kissinger che aveva portato alla distensione con l’Unione Sovietica di Brezhnev e all’apertura alla Cina di Mao. Insomma si tratta con tutti se è funzionale agli obiettivi prestabiliti come ha fatto Obama con la Russia di Putin in Siria, con l’Iran di Rohani riguardo al programma nucleare, con la Cuba di Raul Castro per il disgelo. Si passa dal sostegno delle proteste di piazza Thahir in Egitto ad un sostanziale silenzio per quanto riguarda il regime militare di Al Sisi – nonostante pare che Obama privatamente consideri il generale un “paranoico”. Si fa ricorso all’azione militare solo con una strategia chiara e limitata, come ha fatto George H. W. Bush nella prima guerra del golfo. “I like that guy” ha detto proprio Obama nell’intervista riferendosi a Brent Scowcroft, consigliere militare di Bush padre. Sebbene sia stato sottolineato come l’ex senatore dell’Illinois non abbia pedissequamente rispettato gli assunti realisti e lui stesso abbia rigettato le accuse di isolazionismo, è indiscutibile che sussistano elementi di rottura rispetto alla tradizionale concezione di politica estera americana.

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George H. W. Bush e Barack Obama

In secondo luogo le posizioni dei due favoriti nelle primarie Democratiche e Repubblicane, rispettivamente Hillary Clinton e Donald Trump, in tema di politica estera appaiono differenti rispetto a quelle dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Non è un mistero che Hillary durante il suo incarico come Segretario di Stato abbia avuto alcune divergenze con Obama e lo si può evincere chiaramente dallo stesso articolo di Goldberg. L’ex first lady considera un errore il voltafaccia del presidente nel 2013 sulla guerra civile in Siria, con la minaccia non mantenuta al presidente Bashar Al-Assad di intervenire in caso di uso di armi chimiche. Più in generale, la Clinton ritiene poco consono l’atteggiamento cauto di Obama, più attento a non commettere errori che a mettere a segno mosse vincenti. La frontrunner democratica appare dunque più vicina all’appena descritto approccio interventista liberale, sostenuta all’epoca dal marito, piuttosto che al pragmatismo della dottrina Obama.

“The Donald”, a contrario della navigata Hillary, ha un’idea piuttosto vaga di quella che potrebbe essere la sua politica estera e, al momento, presenta alcuni gravi carenze in materia. Fino a poco tempo fa, per esempio, era molto confuso riguardo ai diversi movimenti in Medio Oriente. Basandosi però su alcune affermazioni pronunciate nei suoi comizi e sulla sua retorica incentrata su un’America forte e vincente, si può dedurre come il magnate del settore immobiliare sia intenzionato ad esplorare strade radicalmente diverse rispetto ad Obama. Tuttavia Trump è d’altra parte d’accordo con l’attuale presidente riguardo a quello che dagli addetti ai lavori viene chiamato “overstretching” delle responsabilità USA nel mondo e si auspica un ripensamento della NATO e del rapporto con gli alleati europei. Tanto che alcuni hanno già notato molte similitudini tra ciò che si può solo intravvedere di un’eventuale “dottrina Trump” e la dottrina Obama.

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Donald J. Trump e Hillary Rodham Clinton

Il terzo e ultimo elemento che mette a repentaglio la sopravvivenza della dottrina Obama è la stessa specificità del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti, sia in termini di background culturale che di esperienza personale.

Nato alle Hawaii da padre keniota, Obama non poteva che essere un presidente poco interessato ed emotivamente coinvolto nelle vicende europee. Magari l’appartenenza ad una minoranza etnica ha parzialmente influenzato il suo atteggiamento poco simpatetico nei confronti della causa israeliana.

Inoltre la sua brillante carriera accademica e la sua esperienza da docente di Diritto Costituzionale alla Università di Chicago hanno influito sul suo esercizio della leadership e sulla sua modalità di formulare decisioni di politica estera. Obama ha un modus operandis estremamente razionale: prima raccoglie le informazioni di esperti, anche discordanti, poi le valuta e, infine, giunge ad una decisione. Questo suo approccio che, a contrario dei suoi discorsi ricchi di retorica, non lascia molto spazio a impulsività ed emotività, potrebbe sembrare il più appropriato in politica estera ma lo ha fatto talvolta passare per indeciso e debole agli occhi dell’opinione pubblica. In ogni caso, a prescindere dal giudizio, lo ha nettamente distinto dai molti dei suoi predecessori e lo distinguerà anche da molti dei suoi successori.

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Barack Obama, il vicepresidente Joe Biden e l’allora segretario di stato Hillary Clinton ricevono aggiornamenti sulla missione per catturare Osama Bin Laden

La prosecuzione della Dottrina Obama

Tuttavia ci sono altrettanti elementi per supporre che Obama abbia inaugurato un nuovo trend nella politica estera americana.

In primo luogo l’opinione pubblica si può rivelare un grosso ostacolo per un presidente intenzionato ad espandere l’impegno americano nel mondo e ad avviare vaste operazioni militari in paesi stranieri, comportamento in antitesi con i principi moderati e realisti della dottrina Obama.

La popolazione statunitense ha storicamente attitudini significativamente più isolazioniste rispetto ai propri leader. Ma questa tendenza sembra in drastica crescita. Nel dicembre 2013 il prestigioso istituto di statistica Pew Research ha rilevato che per la prima volta dopo per la prima volta dal 1963 la maggioranza degli americani è d’accordo sul fatto che il loro paese debba “pensare ai propri affari” a livello internazionale. Nello stesso studio si registrava un record del 53% che ritenevano che il ruolo del loro paese fosse meno importante rispetto a 10 anni prima.

Se si va a considerare l’eventualità di un impegno specifico a stelle e strisce nelle zone calde del pianeta il quadro non cambia. Nel 2011 ben il 63% dell’opinione pubblica USA era convinta che il governo non avesse la responsabilità di agire in Libia e per il 51% la motivazione era che le forze militari erano già fin troppo impegnate. Altrettanto relativamente bassa si è mantenuta dal 2012 la percentuale di chi sosteneva un’operazione in Siria con addirittura una inequivocabile opposizione del 63% degli intervistati ai raid aerei nel settembre 2013, quando Obama stava seriamente prendendo in considerazione la possibilità di sferrare un attacco diretto contro il regime di Assad. E, infine, nel 2014 ben il 56% degli americani riteneva che il paese non dovesse lasciarsi troppo coinvolgere nella crisi ucraina.

Lo scarso interesse pubblico per un maggiore coinvolgimento USA in politica estera si è riflettuto nei dibattiti di queste primarie. Nei faccia a faccia infatti gli affari internazionali sono stati relegati ad un ruolo marginale se non addirittura ignorati, in favore della politica domestica. Il grande successo popolare tra i repubblicani di Trump, che ha una visione semplicistica e contraddittoria delle relazioni internazionali, e tra i democratici del senatore del Vermont Bernie Sanders, che per molto tempo non ha nemmeno avuto una pagina dedicata agli esteri nel suo sito, testimoniano ulteriormente la scarsa attenzione dell’opinione pubblica per la politica estera.

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La seconda ragione per presumere che la dottrina Obama avrà ancora vita lunga risiede in sviluppi internazionali che sconsigliano di cambiare rotta.

Il caos in Medio Oriente non è destinato certamente a risolversi in tempi brevi. Tutt’altro. Il continuo incancrenirsi della questione israelo-palestinese, l’instabilità libica, la guerra civile in Siria e in Iraq e il diffondersi dello Stato Islamico disegnano i contorni di un ginepraio dal quale è ragionevole tenersi alla larga, quantomeno militarmente, evitando estenuanti e inutili conflitti asimmetrici. A maggior ragione vista l’autosufficienza energetica raggiunta in questi anni grazie ad innovative tecniche di estrazione di petrolio e gas. La via diplomatica intrapresa da Obama è dunque di gran lunga preferibile, soprattutto al fine di stemperare la crescente tensione tra i due maggiori players e rivali ideologici della regione, Arabia Saudita e Iran, esacerbata dall’uccisione saudita dell’imam sciita Nimr al-Nimr.

È molto più a Oriente, verso una Cina economicamente un po’ più fragile ma politicamente più ambiziosa e militarmente più aggressiva, che Washington dovrà continuare a profondere energie e risorse, come ha fatto in questi anni. Il rallentamento della impetuosa crescita di Pechino infatti rappresenterà un fattore di rischio anche per l’economia mondiale, nel breve e medio termine. Gli Stati Uniti non faranno di certo eccezione dato che Pechino costituisce il loro principale partner commerciale ed è il paese che detiene in termini comparativi la parte più cospicua del loro debito. Inoltre la Cina sta erodendo ulteriormente l’egemonia globale USA attraverso l’incremento del suo ruolo nelle diverse organizzazioni internazionali come l’ONU, la creazione di nuove istituzioni come l’Asian Infrastructure Investment Bank e l’espansione di legami economici con Africa e America Latina. Infine, Pechino sta investendo massicciamente sul cyberspazio, preoccupando il governo di Washington e le aziende private a stelle e strisce.

La gestione delle relazioni con la Russia di Vladimir Putin rimarranno piuttosto problematiche anche se non sembra plausibile ipotizzare un forte irrigidimento della posizione di Washington. Durante il suo mandato Obama è sembrato poco interessato a contrastare le smanie di protagonismo del Cremlino. Così Putin ha potuto prendersi il suo tanto ambito palcoscenico: mediatore con l’Iran, imperatore in Ucraina, paladino anti-ISIS in Siria. Washington sperava, attraverso le sanzioni dovute all’illecita annessione della Crimea e ad un abbassamento del prezzo del petrolio, di minare le fondamenta economiche e, di conseguenza, politiche del regime di Mosca. Il rublo è crollato ma lo Zar è sempre in piedi e invia segnali bellicosi nei confini europei. Quello che è da valutare è quanto una risposta ferma della tanto vituperata NATO possa indispettire l’ex agente del KGB, che in Medio Oriente si sta rivelando un alleato bizzoso ma fondamentale. Inoltre, fondamentalmente, la Russia è un problema dell’Europa.

Ecco veniamo all’Unione Europea. Da tempo gli Stati Uniti fanno pressione sui paesi europei affinché adottino un’unica voce – naturalmente concorde con la loro – a livello internazionale e provvedano in maniera più autonoma alla propria sicurezza. Sarebbe abbastanza stupefacente che il prossimo presidente si svincolasse da questa tendenza, tornando a far scudo sull’Europa dalla minaccia russa per esempio. All’interno del vecchio continente tuttavia continuano a prevalere gli interessi nazionali a scapito della coesione quando si tratta di politica estera e la recessione economica ha ridotto in molti paesi i budget destinati alla difesa, ben al di sotto del 2% del PIL stabilito dagli accordi NATO. Questa tendenza potrebbe però essere invertita dai recenti attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles ma anche in parte dalla gestione del flusso dei migranti. Potrebbe perché fino ad ora anche su queste due vicende la coesione latita. Obama, pur avendo lo sguardo ben rivolto in altre aree, si è comunque premurato di rinsaldare l’alleanza atlantica attraverso il commercio con il TTIP, che è ancora oggetti di discussioni nel vecchio continente.

Il presidente della Cina Ki Jingping e Barack Obama
Il Presdiente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jingping e Barack Obama

Inoltre fattori domestici come un quadro economico ancora incerto e un dibattito politico sempre più aspro in parlamento potrebbero favorire la persistenza della cautela nella politica estera americana.

Nonostante le politiche economiche dell’amministrazione Obama abbiano conseguito risultati notevoli, rimettendo in sesto un’America afflitta dalla peggiore recessione dalla crisi del 1929, la crescita comunque stenta a decollare. L’economia americana sembra ormai dipendente dal mantenimento di bassi tassi di interesse tramite l’iniezione di liquidità nel mercato da parte della Federal Reserve, la banca centrale USA. Dopo anni di abbassamento del costo del denaro sotto la direzione di Ben Bernanke si pensava che la nuova direttrice Janet Yellen, visti i primi segnali macroeconomici incoraggianti, invertisse decisamente la tendenza, rassicurando i mercati finanziari. E invece continua ad usare i piedi di piombo. Ciò dipende da dati macroeconomici ancora instabili come quello sul PIL, oppure contraddittori, come quello sul ritorno della disoccupazione ai livelli pre-crisi del 2008. A questa situazione, si aggiunge la spada di Damocle del debito pubblico americano che, stando alle ultime rilevazioni ormai ha superato i 13mila miliardi di dollari, cifra corrispondente al 75,8% del PIL. Se si aggiunge anche il debito privato si passa anche il 100% nel rapporto.

In molti credono che gli Stati Uniti muovano guerra squisitamente per ragioni economiche e per sostenere la domanda attraverso le spese militari. Tuttavia uno studio del 2007 del think tank americano Council of Foreign Relations smentisce quest’assunto. Secondo questa ricerca, nel caso si protragga per diversi anni, l’intervento militare infatti sottrae risorse per l’investimento e il consumo, rallentando la crescita e incrementando il tasso di disoccupazione. L’apprezzato economista statunitense Joseph Stiglitz, ex consigliere di Bill Clinton e oggi a fianco della moglie Hillary, ha esaminato nello specifico i costi e le conseguenze economiche della guerra in Iraq. Stiglitz ha stimato il costo complessivo del conflitto in oltre 3mila miliardi di dollari, includendo anche le ricadute sull’economia domestica, come la necessità per i familiari di un invalido di lasciare il lavoro per assisterlo. In questo conteggio già impressionante ha comunque escluso l’aumento del costo del petrolio derivante dall’invasione. A ciò si deve aggiungere che George W. Bush non ha aumentato le tasse per far fronte a quesa spesa, anzi le ha abbassate, trovando risorse nel maggiore indebitamento pubblico. Tirando le somme, oggi operazioni militari su vasta scala rischiano di essere estremamente nocive per un’anemica economia americana e l’ipotesi di aumentare le tasse per coprire le spese diventa sempre meno percorribile per mantenere alti gli indici di gradimento.

Per rafforzare la difficoltosa ripresa, oltre ad evitare accuratamente di cadere in tentazioni belliciste, sembra invece più indicata una politica commerciale attiva come quella intrapresa da Barack Obama. Recentemente gli Stati Uniti, oltre al suddetto TTIP con l’Europa ancora in fase di gestazione, hanno siglato anche il TPP con altri 11 paesi del continente americano e di quello asiatico. Questi accordi, oltre a portare indiscutibili benefici economici a Washington, rivestono anche la funzione di limitare l’influenza di competitor sullo scenario internazionale come la Cina e, in misura minore, Russia.

Infine la crescente polarizzazione nel conflitto politico interno rischia di essere un vettore di pragmatismo e cautela anche in futuro. Sebbene costituzionalmente il presidente sia il primo responsabile nell’implementazione della politica estera, il congresso si riserva la facoltà di dichiarare guerra, approvare i trattati e stanziare il budget. Il drastico aumento della temperatura dello scontro tra democratici sempre più liberal e repubblicani sempre più conservatori, esemplificato dallo shutdown del 2013, rende sempre più difficile compiere scelte condivise sullo scenario internazionale. Ogni presa di posizione rischia di essere contestata, in particolare se tocca una questione particolarmente delicata per lo schieramento avversario.

Questa polarizzazione si è avvertita per esempio nel caso dell’accordo sul nucleare con l’Iran. Esso ha fortemente irritato l’establishment del partito repubblicano, tradizionalmente molto vicino alla causa israeliana. I repubblicani hanno reagito vigorosamente, invitando il premier Benjamin Netanyahu a tenere un discorso al congresso dai toni prevedibilmente ostili al presidente in carica. Lo scenario di super competizione tra le due forze politiche può di conseguenze fungere da freno inibitore per scelte nette e coerenti con una visione sistematica della politica estera e incentivare pragmatismo e decisioni compromissorie.

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Benjamin Netanyahu parla al congresso americano, alle sue spalle l’allora speaker repubblicano della camera dei rappresentanti John Boehner

Conclusioni

Prima di giungere alla mia personale ipotesi finale sul futuro della dottrina Obama, vorrei sottolineare come quest’articolo metta in luce un aspetto a mio avviso cruciale nell’analizzare la politica estera.

Vi sono una enorme molteplicità enorme di fattori incidono sul modo in cui uno stato si muove a livello internazionale. La struttura del sistema, i comportamenti degli altri stati, l’economia, l’opinione pubblica, l’assetto istituzionale, la psicologia degli stessi leader al potere, l’identità nazionale sono i principali elementi che determinano il modo in cui ogni paese si proietta all’esterno. Insomma non c’è mai un’unica spiegazione in politica estera e bisogna guardare con grande scetticismo agli approcci riduzionisti.

Da ciò si può dedurre come il presidente USA, nonostante venga definito l’uomo più potente della terra, non sia più (sempre che lo sia mai stato) onnipotente. In questo essenzialmente ritengo la dottrina Obama estremamente realistica (non realista). Il margine di manovra di chi sta alla Casa Bianca è stato drasticamente ridotto dalla perdita di potenza relativa nei confronti di altri attori ma anche, ad esempio, dal crescente potere delle multinazionali e da una maggiore sensibilità all’opinione pubblica. Con questo rimane probabilmente il leader occidentale con le mani più libere. Ma appunto le sue scelte dipendono da una grande serie di fattori domestici ed esterni.

Ma quindi, in definitiva, quale futuro prossimo si prospetta per la politica estera statunitense? Ritorno all’interventismo muscolare su scala globale in salsa George W. Bush o prosecuzione del pragmatismo diplomatico inaugurato da Barack Obama? Nonostante esistano anche argomenti che depongono a favore della prima tesi, ci sono davvero ottime ragioni per pensare che siamo di fronte ad un cambiamento storico nella strategia globale degli USA. Insomma una nuova strada sembra essere stata tracciata per sostituirne una precedente che non era più percorribile poiché ad una inferiore potenza relativa persistevano ambizioni di egemonia immutate. Se questa nuova strada a stelle e strisce, più cauta, più razionale, più egoista in un certo senso, condurrà ad un mondo più sicuro è però tutto da dimostrare. In questo senso l’era Obama desta più preoccupazioni che speranze.

Valerio Vignoli

Questo articolo non sarebbe stato possibile senza il fondamentale supporto di Mattia Temporin, gli utilissimi commenti di Luigi Lonardo e i preziosi contributi di Marco Colombo e Riccardo Casarini.

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