Gli scogli dell’accordo transatlantico

Quasi ogni persona che è arrivata a leggere queste righe e a regalarci un preziosissimo click si è, necessariamente, imbattuta almeno una volta nella sigla TTIP e probabilmente non necessita di alcuna introduzione all’argomento ma noi di TBU siamo buoni e cerchiamo di non lasciare indietro nessuno:

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è un accordo tra Europa e Stati Uniti per la creazione di un’area comune di libero scambio di merci e servizi sul modello di ciò che già accade per le nazioni europee aderenti al trattato di Schengen.
Questa intesa dovrebbe (ed il condizionale è d’obbligo, come spiegato successivamente) agire su tre principali direttrici:
  • Rimozione dei dazi doganali, ovvero la rimozione della tassazione sull’import-export;
  • Rimozione delle barriere doganali non monetarie, che è un modo elegante per indicare l’annullamento di alcuni standard qualitativi richiesti dagli USA e dall’UE.
  • Convergenza normativa, quindi una nuova politica legislativa comune.

I TTIP dovrebbero, teoricamente, apportare numerosi benefici agli stati aderenti.

In primo luogo si parla, ovviamente, di una crescita del PIL stimata attorno allo 0,5-1% che non è tanto ma visto le attuali condizioni di stagnazione del blocco occidentale lascia fare.
Si ipotizza anche una riduzione della disoccupazione, considerevolmente più alta in Europa rispetto al mondo anglosassone, come effetto di maggiori investimenti transnazionali.
Vengono anche poste questioni riguardanti una maggiore efficienza derivante dalla minor burocratizzazione e da un più rapido flusso delle informazioni tecnologiche.
Inoltre un obiettivo non secondario è evidentemente la creazione di un grosso blocco commerciale, strutturato normativamente, da contrapporre ai paesi emergenti e in particolare alla Cina: infatti UE e USA insieme aggregherebbero metà del PIL mondiale. 
Fermandosi a questo punto sembrerebbe tutto una grandissima idea, dove tutti quanti vincono.
Ma forse non è tutto così semplice.
Una campagna a livello europeo, chiusasi il 6 Ottobre, ha infatti raccolto nei mesi scorsi l’incredibile cifra di 3 milioni di firme (Pippo, senti loro, di referendum ce ne fai 48) per chiedere lo stop della discussione di questi trattati. Cerchiamo di capire come e perché una questione così tecnica è riuscita a mobilitare così tante persone.
In primo luogo si ha una questione di gestione degli accordi: le trattative tra la Commissione Europea e gli Stati Uniti sono blindate e quasi nulla riesce a trapelare dalle segrete stanze: la bozzapiù attendibile dell’articolo sale addirittura al 2013 e solo pochissimi addetti ai lavori sanno l’effettivo stato delle trattative.
Solo in ultima istanza il parlamento europeo verrà chiamato a ratificare o meno gli accordi e probabilmente, vista la delicatezza dell’oggetto, un dibattito su documenti ufficiali già da ora porterebbe a maggiori benefici. Senza contare l’effettivo problema di sovranità.
Un ulteriore tema fondamentale degli oppositori è data dallo creazione dell’ISDS (Investor-state dispute settlement ) ovvero un arbitrato internazionale dove gli investitori potranno citare direttamente gli stati qualora ritenessero di avere ricevuto dei danni ai propri capitali. Quest’organo potrebbe effettivamente creare ulteriori grossi, se non enormi, problemi di sovranità.

Ovviamente la necessità di offrire garanzie agli investitori è fuori discussione ma questa strada potrebbe non essere la migliore: infatti un arbitrato internazionale, chiamato ICSID, esiste già come organo della World Bank, dove tuttavia i 3/4 dei casi sono stati vinti dalle grosse imprese a discapito degli Stati sovrani.

Per citare Leonardo Becchetti, Professore di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata, intervistato da La Repubblica:
‘I tribunali arbitrali internazionali sono infatti quei luoghi dove la Vattenfall (azienda svedese di energia elettrica) ha chiesto alla Germania 4 miliardi di euro di risarcimento per aver abbandonato l’energia nucleare; dove la Veolia (società francese di servizio pubblico) ha reclamato all’Egitto di risarcirla per l’aumento del salario minimo; e dove l’Uruguay è stato citato per danni dalla Philipp Morris per la pubblicità antifumo e per il divieto delle sigarette ai minori di 18 anni(…)’.
Istituire quindi una commissione ufficiale, sancita da trattati fatti dai governi stessi e quindi pienamente legittimata, potrebbe rivelarsi un autogol clamoroso.
Alcuni studi accademici (W. Raza et Al., 2014 e J. Capaldo, 2014) teorizzano come i reali effetti non sarebbero quelli predetti da Commissione e Governo americano e come in realtà i benefici in termini di crescita e soprattutto di maggiore occupazione si rivelerebbero solamente d’impatto marginale.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz, consigliere economico della candidata democratica Hillary Clinton, arriva a consigliare all’Europa di non firmare il trattato in quanto iniquo e dannoso per i consumatori.
Anche la questione della regolamentazione e delle barriere non monetarie è piuttosto delicata. Infatti l’obiettivo fondamentale di questi accordi non è la riduzione dei dazi doganali, già molto bassi tra USA e i paesi del vecchio continente (intorno al 3-4%), ma una legislazione meno rigida sul commercio merci e servizi.
Se la Francia ha ottenuto l’esclusione del mercato audiovisivo dai trattati per non vedere le major americane inglobare qualsiasi impresa Europea, altri settori non sono stati altrettanto fortunati.
Una partita delicatissima è giocata ad esempio dall‘industria agroalimentare, dove da una parte si trovano i produttori di beni di alta qualità e a denominazione protetta (formaggi e vini italiani e transalpini in primis ma non solo) che vorrebbero la più completa apertura del mercato verso l’altra sponda dell’atlantico per aumentare le quote dei loro marchi, meno soggetti alle pressioni della concorrenza in quanto beni unici se non di lusso e dall’altra gli allevatori Europei, terrorizzati dalla possibilità di un’invasione di carni americane (meno costose) soggette ad una legislazione sull’OGM molto ipotetica. E ovviamente, al tavolo delle trattative, non si può ottenere una cosa senza concedere l’altra.
Inoltre è anche interessante notare, e a parere di chi scrive è uno dei punti fondamentali, come idiritti acquisiti dei lavoratori Europei siano un tantino più strutturati rispetto a quelli statunitensi; quindi magari ci sarà maggiore occupazione, ma a che prezzo?
Per chiudere questa breve riflessione credo sia tuttavia essenziale sottolineare come la necessità di accordi sovranazionali, non solo economici ma ancora più politici, sia oggi quanto mai impellente, considerando anche la fresca stipula del TPP (ovvero la stessa cosa del TTIP ma tra stati Americani e paesi del Pacifico) che proietta l’Europa in un centro del mondo molto relativo.
Tuttavia questa esigenza non dovrebbe scavalcare il buon senso e la concertazione allargata, propria di un mondo avanzato quale pretendiamo di essere.

Ultimo avviso ai naviganti: l’argomento in questione è piuttosto complicato e richiederebbe mesi di discussioni per analizzarne ogni impatto sulla nostra vita non solo in termini economici ma anche etici e sociali.

Si è cercato quindi di fornire un’analisi più imparziale possibile anche se rimanere completamente neutrali risulta spesso molto decisamente difficile.

Si consiglia quindi ai più interessati e volenterosi di approfondire questa questione con i link seguenti che riportano alle fonti citate e alle linee guida nella stesura di questo contributo.

Il Post su TTIP
La Repubblica su TTIP
Stiglitz su TTIP, intervista

LEFT su TTP e TTIP

Andrea Armani

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