Critica all’antilingua cinematografica: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, R. Andersson (2014)

Il panorama della distribuzione cinematografica in Italia, si sa, è quello che è, e nella settimana di uscita di Fast & Furious 7 c’è solo da mettersi le mani nei capelli e sperare che qualche cinema d’essai vada controcorrente. Questa è la consapevolezza del lunedì del povero cinefilo. Arrivato al mercoledì è quasi pronto a soccombere, ma all’improvviso si apre un varco nel cielo plumbeo: un’occasione unica per vedere quel film di cui “la critica ha parlato bene”. Il povero cinefilo lo sa, dietro al giudizio della critica spesso si nasconde un tranello travestito da profezia, ma sempre meglio di Fast & Furious.

Questo il percorso che presumibilmente porta a sedersi nella sala in cui proiettano l’ultimo film di Roy Andersson, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014). Gli ostacoli che si celano dietro questa visione emergono prima ancora di entrare: nei minuti di fila per acquistare il biglietto si tenta con fatica di tenere a mente il titolo del film — “Un piccione si siede… no. Un piccione seduto… dove?” —, più ci si approssima alla cassa e più la memoria svanisce lentamente — “Una tortora?” —, manca ormai una persona al proprio turno, si cerca affannosamente con lo sguardo una locandina, un poster, un manifesto del film, niente, e quando infine arriva il momento, con la fronte imperlata di sudore, si chiedono: “Due piccioni, grazie”.

I piccioni poi non ci saranno nel film, se non come protagonisti della poesia di una bambina, e fungono semplicemente da richiamo al celebre dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve. La ricerca estetica è forse l’unico degli obiettivi di Andersson ad essere stato centrato: 39 tableaux vivants, ad inquadratura fissa, all’interno dei quali si compie l’azione. Se di “azione” si può parlare. L’opera chiude la trilogia dedicata alla condizione dell’uomo di “essere un essere umano”, preceduta da Canzoni del secondo piano (2000) e You, the Living (2007). Per quanto riguarda il piano dell’intreccio, poco c’è da aggiungere, gli unici personaggi che seguono un filo narrativo sono due bizzarri individui che lavorano nel campo dell’intrattenimento, vendendo scherzi.

Il caso ha voluto però che tale lungometraggio vincesse il Leone d’Oro a Venezia nel 2014, ed è stato proprio questo a trarre in inganno il nostro povero cinefilo. Eppure lo scarto tra critica e pubblico non è cosa nuova, bisognerebbe saperlo. Per cause speculari ci si era infatti recati al cinema quando, nel 2012, era uscito il tanto atteso Holy Motors, grande ritorno di Leos Carax, che a Venezia era stato stroncato dai giudici e dal presidente Nanni Moretti. Della serie “se è vero che un film promettente è osannato dalla critica, lo è anche l’esatto contrario”. E invece Nanni aveva ragione a bocciarlo, per questo — e molto altro — gli siamo sinceramente riconoscenti.

In sostanza, Un piccione seduto… e Holy Motors (due tra i tanti) rientrano in quella categoria di film al termine dei quali è impossibile non domandarsi: “Ma cosa sono venuto a vedere?”. Lunghe riflessioni su tematiche fondamentali, come la morte, l’avarizia, l’insensatezza dell’esistenza, l’inettitudine umana, espresse attraverso un collage di scene che non si lasciano decifrare. Quel cinema autoreferenziale e di nicchia che tanto piace ad alcuni esperti, dimenticando la difficoltà che i più devono affrontare non avendo gli strumenti per poterlo comprendere. Perché piace così tanto questa antilingua? Se è concesso un salto da letteratura a sesta arte, vi sono alcune parole di Calvino che non possono non aprire gli occhi: “Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: ‘Io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso’. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza di un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi”. 

Questo porta a riempire le opere di tecnicismi dimenticando il motivo principale per cui ci si reca al cinema: sentirsi fisicamente e mentalmente parte di qualcosa d’altro, qualcosa che non sia la nostra vita. Motivo per cui si piange, ci si commuove, si ride: alla base vi è l’empatia che si prova durante un’esperienza artistica. Quando questo legame viene a mancare, ci si riduce alla produzione di allegorie vuote, dietro alla quali è impossibile capire cosa si celi. Mentre lo spettatore è deluso e confuso, il critico-tecnico gode alla ricerca di quelle analogie inesplicate: l’arte fiamminga, Paolo Uccello, Didi e Gogo di Aspettando Godot (Beckett); addirittura Andersson ha dichiarato di essersi ispirato a Ladri di biciclette. Di neorealismo però ce n’è ben poco, piuttosto qualcosa di quel Godard dell’82 che sperimentava già i tableux vivants con Passion. Poi sì, ci sono i tre incontri con la morte, tematica ampiamente affrontata da un altro mostro sacro svedese (forse il nome Ingmar Bergman vi dirà qualcosa), che già ci aveva riempito gli occhi e la mente.

Nel vortice di queste elucubrazioni sorge spontaneo il dubbio di sottovalutare, in fondo, la capacità di comprensione del grande pubblico. Magari si è abbassata troppo l’asticella, ed in modo forse spocchioso si è finiti per fare del becero populismo in difesa delle masse. Ma vi basterà fare una veloce ricerca su internet, digitando le parole “film rompicapo”, “film incomprensibili”, per scoprire che invece in cima alla lista ci sono titoli come: Fight Club, 2001 – Odissea nello spazio, Mulholland Drive, Memento, Inland Empire… insomma, opere d’arte vere e proprie che hanno segnato la storia del cinema. Se questo è il metro di paragone, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza non ha speranze. In fondo Andersson ha iniziato facendo spot pubblicitarie corti, che a ben guardare riescono con maggior efficacia a trasmettere un significato, e sono forse la giusta visione per chi non ha la minima intenzione di dedicare due ore del proprio tempo a spaccarsi la testa (e sbadigliare). Compreso il povero cinefilo.

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