Al-Shabaab, la religione e il terrore: i perché dell’attentato in Kenya

garissa universityMorire per delle idee non è una bella idea, morire per la tua religione non è giusto. Eppure non si tratta del tema di riflessioni intellettuali o di dibattiti storici, ma della cruda realtà delle centinaia di studenti che ieri mattina dormivano nelle loro stanze nel campus dell’Università di Garissa, nel nord-est del Kenya e che lì hanno perso la vita. Non erano poi così lontani dalla Somalia, terra dei loro carnefici.

L’attentato, rivendicato dal gruppo islamista somalo Al-Shabaab, è costato la vita a 147 persone, delle quali due poliziotti, un soldato e i due (solo due?) guardiani dell’università che, secondo l’intelligence, era un possibile obiettivo di azioni terroristiche realizzate dal gruppo. Gli altri sono tutti studenti, per lo più cristiani. Il commando di 4 terroristi ha compiuto un’accurata selezione degli ostaggi: i 15 studenti musulmani presenti nel dormitorio dove si sono asserragliati per tutta la giornata sono stati liberati, per gli altri non c’è stato scampo fino a sera. Almeno secondo quanto hanno dichiarato le autorità keniote. Mancano, tuttavia, ancora all’appello almeno 150 persone che, si stima, dovessero essere nel campus al momento dell’inizio dell’attacco. Anche uno dei portavoce di Al-Shabaab ha dichiarato che l’organizzazione tiene in ostaggio ancora alcuni studenti.
Ma perché proprio l’università di Garissa? È stata scelta, secondo le parole di uno dei responsabili militari del gruppo, perché colpevole di “stimolare attività missionarie e diffondere ideologie devianti”, talmente devianti da dover essere sradicate con la violenza. Le testimonianze dei ragazzi liberati raccontano di una crudeltà a cui siamo tristemente abituati. Winnie Njeri, una delle studentesse riuscite a scappare, ha dichiarato alla televisione all news sudafricana News24 di aver “visto corpi senza teste“. Un altro sopravvissuto ha dichiarato all’Associated Press che i cristiani venivano uccisi sul colpo.
garissa university
Fonte: usatoday.com

La selezione della morte per religione sta diventando una sorta di tecnica ricorrente negli attacchi di al-Shabaab in Kenya. In uno dei più recenti attentati, infatti, i terroristi hanno diviso scrupolosamente i passeggeri di un autobus, seviziando 28 non-musulmani. L’organizzazione, affiliata ad Al Qaeda, dichiara di essere fedele alla sharia, interpretata in maniera intransigente e non troppo diversa da Boko Haram, il secondo gruppo islamista attualmente pericoloso nell’Africa Sub-Sahariana. Al-Shabaab ha avviato le attività in Kenya negli ultimi anni con l’obiettivo di colpire le autorità centrali di governo della zona mostrando alla popolazione la loro debolezza e vulnerabilità. Tuttavia il governo somalo, supportato dalla comunità internazionale, è riuscito a partire dal 2012 ad indebolire il gruppo islamista che, oggi, conta la metà dei guerriglieri rispetto a quattro anni fa. Proprio questo elemento, secondo alcuni analisti, fornisce un’ulteriore motivazione dell’attacco di Garissa. Appare evidente come la scelta di colpire una università compiendo una strage di così ampia portata volesse raggiungere un pubblico vasto. Di certo lo scopo non era indignare, ma piuttosto utilizzare la visibilità mediatica per mostrare la propria forza. Un attacco come quello di ieri sembra urlare al mondo che al-Shabaab sarà pure indebolita, ma non è morta e, soprattutto, è ancora in grado di far male. In questo modo, l’organizzazione vuole incoraggiare i musulmani kenioti, ma non soltanto, ad unirsi a loro. La vita di (almeno) 147 persone servirà a rimpinguare le fila degli islamisti che ne hanno forte bisogno. Anche in virtù del cambio di strategia, i vertici di al-Shabaab hanno abbandonato un warfare tradizionale basato su azioni realizzate da grandi gruppi a favore di una strategia asimmetrica, come quella di al Qaeda (come ho raccontato qui in occasione dell’attacco a Charlie Hebdo). Questa strategia è fatta di piccoli gruppi capaci di seminare il terrore contro obiettivi soft, difficili da individuare e da proteggere, ma non per questo meno pericolosi per la popolazione.

Una popolazione che, è bene ricordare, è composta da gruppi religiosi diversi che vivono in equilibrio. E che non ha alcun interesse ad assoggettare se stessa ad una versione della legge islamica fatta di privazioni, divieti e regole dal sapore in bilico tra l’antico e l’assurdo. Morire per la propria religione non è qualcosa di naturale, al contrario è uno dei più aberranti prodotti dell’uomo. La religione è quella bussola perfetta per la volontà politica, in senso ampio; permette di costruire un’identità collettiva e di fornirle le motivazioni per agire. È quel quid di senso che permette la realizzazione di quello scenario da fiaba puerile che, meglio di tanti altri, racconta il nostro tempo: lo scontro tra le forze del Bene e quelle del Male. Peccato che la storia non abbia, ancora, universalmente insegnato che questa guerra esiste solo nelle favole.

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