Datemi un prescelto : cronache da una finale NBA.



Il sole è spuntato da un pezzo.
Ho fame, voglia di caffè.
Duncan ha appena trivellato del petrolio con una manata sul parquet della AAA.
Lebron è elettrico: parla, si agita, comanda la difesa.
Non è la notte del prescelto.
E’ la notte di Lebron James.
Inutile girarci attorno: tutto passava per le mani del numero 6 in maglia bianca.
E così è stato. 
Miami sembrava sfibrata dalle 7 durissime partite con Indiana, ma ha saputo reagire da grande, enorme squadra di pallacanestro, guidata da un Campione (la C maiuscola è d’obbligo), un gruppo solido e un allenatore capace di interpretare le partite per come si sviluppavano.“One possession at the time” è stato il mantra del filippino.
Una cosa alla volta, non avere fretta, non tutto e subito.
Non siate ingordi.
Quanto è appagante vedere uno sport che si intreccia con la psicologia, con l’agonismo, col rispetto, con la volontà.
E queste Finals lo sono state, senza che sia necessaria l’ipocrisia di cui sono capaci gli addetti ai lavori di sport minori come il calcio.
La storia apre sempre due porte, e per il secondo anno di fila quella principale ha visto passare attraverso i “big three” di South Beach.
Ecco la prima differenza rispetto agli anni scorsi: Miami è stata più squadra.
Lo si è visto palesemente ieri notte.
Gli Spurs si sono affidati a Duncan e Ginobili; Parker è scomparso; Green è stato costretto a metterla per terra, dimostrando di avere ancora molto su cui lavorare.
Paradossalmente, le due squadre si sono invertite il carattere in gara 7: gli Spurs hanno giocato da Miami, mentre gli Heat si sono vestiti di nero-argento.
In che senso? Gli Spurs, con le rotazioni ridotte al minimo (solo Neal e Diaw, senza contare la breve apparizione di Splitter) si sono aggrappati a Duncan e Leonard (quello di ventun anni, sì).Miami ha reagito per merito di una panchina lunga (infinita), trovando da Battier (scongelato in gara 7, mentre nelle prime tre partite si limitava a passare gli asciugamani agli altri) quello che non ha dato Miller (particolarmente in attacco, ma anche in difesa); un Chalmers definibile solo con l’immagine di Belinelli contro gli stessi Heat (costata due spicci, per giunta); un Allen dalle caviglie nuove, che ha deciso gara 6 con un canestro di inenarrabile importanza; un Andersen dai piedi dolcissimi, che come si mangia lui la riga di fondo neanche il Flachi dei migliori anni.
Ma più di tutti, perchè è giusto così, è stata la finale di Lebron James.
“One possession at the time”.
“It’s a big-boy game”.
Stimolato dal filippino, caricato dall’ambiente, conscio della storia che si sta scrivendo sulle sue dita, Lebron ha fatto quel che doveva. E chi si limita a guardare i punti è fuori strada.
Se eravate tra quelli imbottiti di caffè per non perdervi gara 7, non c’è bisogno che vi ricordi della chiusura in scivolamento su un attacco di Parker dal palleggio. 
Non c’è bisogno che ve lo ricordi, perchè se avete un minimo di cultura cestistica (se giocate, o semplicemente seguite da tanto tempo), sapete quanto sia difficile per un due-metri-due chiudere sul playmaker avversario senza commettere fallo.
Perchè Lebron, ancora prima che punti, è difesa, assist, rimbalzi e recuperi. Poi i punti vengono, chiaro, anche solo per il fatto che tutti se li aspettano.
“The Chosen One”. 
Mi chiedo quanto sia difficile convivere con quel soprannome.Soprattutto se ce l’hai tatuato sulla schiena.
Sono davvero finiti i tempi del talco, delle maragliate da star Hollywoodiana, degli “uno-contro-tutti”.
Lebron, alla corte di Spoelstra, ha trovato la sua dimensione, in una squadra che interpreta al meglio il basket moderno: un lungo agile, un play/guardia, due tiratori, e Lebron. 
Sostituite Lebron a qualsiasi ruolo: il rislutato non cambia.Giù il cappello per gli Spurs, che forse hanno pagato l’eccessiva adesione alla filosofia Popovich (anche se la storia non si fa con i discorsi da bar), un grande allenatore, come (forse, e purtroppo) non ce ne saranno più.
Di queste finali mi rimangono due immagini.
Una è quella che ho richiamato in apertura: Duncan che si china e frantuma il parquet con una manata, conscio del peso dei lay-up appena sbagliati.
L’altra è quella di Lebron negli ultimi possessi. Elettrico, concentrato, deciso, leader.
Non uomo solo al comando, ma leader.
Perché di leader ce n’è bisogno.
E io chiamo leader chi sa lasciare spazio agli altri, ma sa altrettanto bene quando gli altri hanno bisogno di lui. Lebron è tutto questo: non si dimentica da dove viene, anzi, riscrive la sua storia, dà un’altra interpretazione di sè stesso.
Lui è il prescelto non per il basket-show, ma per la pallacanestro.
E’ lui stesso la pallacanestro del nuovo millennio, e in Spoelstra ha trovato chi ha saputo coglierlo e metterlo a frutto.
Io ero fra quelli convinti che gli Spurs fossero la pallacanestro, mentre gli Heat un tiro al bersaglio.
Oggi rimango convinto che in Texas si giochi una pallacanestro di rara purezza.
Gli Heat, con ancora parecchi angoli da smussare, sono un nuovo tipo di pallacanestro, che sta perlomeno fiancheggiando quella che ha dominato fino ad oggi.
Se poi il 6 te lo veste quello che “viene dalla strada”, il Bingo l’hai bell’e fatto.Al bar ci chiedono come mai siamo già svegli, e buttiamo lì una battuta qualunque.
Personalmente non credo si possa spiegare quello che ti spinge a perdere il sonno per questo sport.Soprattutto se sei Spurs, ma riconosci che ha vinto il più forte.
Lorenzo Gualandi
@Larkinoshi

http://www.youtube.com/watch?v=nFQy-qmyotc

(Se vi state chiedendo perchè ho postato un video riguardante gara 6 e non 7, allora siete pronti per andare a vedere la nuova puntata di “Bobo&Marco: i re del ballo).

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