Il dramma silenzioso dei bambini soldato

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I bambini costretti a vivere in qualsiasi situazione di conflitto sono vittime di innumerevoli forme di violenza, concreta e psicologica: l’associazione tra bambini e guerra è qualcosa di mefistofelico caratterizzato da sfumature che vanno rendere particolarmente complesso l’argomento.
La tutela dei minori sembra essere uno dei pochi temi sui quali tutti gli stati parte delle Nazioni Unite siano d’accordo. L’azione dell’Unicef, l’agenzia ONU dedicata a questo argomento, è trasversale e di riconosciuta importanza; nel 1989 è stata promulgata una Convenzione sui diritti dell’infanzia, integrata da due protocolli aggiuntivi concernenti l’uno il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati, l’altro la lotta contro la vendita, la prostituzione e la pornografia rappresentante bambini. Sebbene organi e strumenti di garanzia siano previsti, la tutela non è efficace a sufficienza. 
Un esempio è quello descritto dal regista Stefano Moser che ha avuto modo di osservare da vicino il trattamento dei minori al confine tra Uganda e il Sud Sudan in occasione degli scontri tra le forze statali e i ribelli dei Lord Resistants Army guidati da Joseph Kony. Moser si trovava lì per girare un docu-film e la realtà davanti ai suoi occhi gli è apparsa davvero sconvolgente ed impossibile da ignorare. Le bambine venivano rese schiave sessuali e serve del signore del gruppo di guerriglieri; generalmente avevano soltanto 8/10 anni. Il ricatto era all’ordine del giorno: ad una ribellione corrispondevano ripercussioni sulla famiglia nel villaggio d’origine. I bambini, invece, venivano addestrati e poi arruolati per sparare, combattere, uccidere. Anche loro erano minacciati quotidianamente e per inibire ogni possibilità di fuga venivano obbligati all’omicidio a sangue freddo di un componente della propria famiglia e del proprio villaggio. I più piccoli vengono sfruttati per tutte quelle attività che servono a mantenere un esercito: i lavori e i compiti più umili sono tutti assegnati ai più fragili tra tutti. 
I bambini tutti, in situazioni analoghe a questa, sono schiavizzati, ad un livello paradossalmente ancora inferiore e più profondamente doloroso rispetto all’immagine superficiale di un ragazzino che abbraccia un fucile, stereotipo occidentale del “bambino soldato”. 
In qualsiasi situazione dove vi sia conflitto, i bambini assieme alle donne e agli anziani sono le prime vittime: vengono colpiti perché sono prede facili e su di essi è più facile far leva, viene subdolamente sfruttata la loro innocenza. La presenza delle organizzazioni internazionali si sta rivelando insufficiente, per questo motivo è particolarmente preziosa l’attività di sensibilizzazione ed informazione di molte ONG, sviluppata soprattutto grazie e attraverso la rete. Ricordiamo che sono attualmente in corso più di settanta conflitti armati nel mondo, tuttavia un numero estremamente esiguo è quello di cui sentiamo parlare. Molti scontri non fanno notizia, alcuni sono talmente endemici da diventare mediaticamente poco interessanti, questo però non impedisce violenze, crudezza, ingiustizia di fronte alle quali una coscienza non può tacere.

Angela Caporale
@angisel18

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