La Repubblica Centrafricana: tra l’eredità del dittatore cannibale e fiumi di profughi

Di conflitti dimenticati, purtroppo, è pieno il mondo. Così come per trovare una qualche forma di ingiustizia ed iniquità non c’è bisogno di andare poi così lontano dal proprio angolino di mondo. Eppure ogni tanto allungare lo sguardo oltre la siepe è necessario. Non per sentirsi egoisticamente migliori o fortunati, ma perché tutto ciò che l’uomo fa, tutto ciò che l’uomo disfa ci riguarda ontologicamente.  La storia che ho in mente di raccontare oggi non è quella della nostra nemesi, ma piuttosto di un nostro simile, un cugino, un vicino di casa, quello “che salutava sempre e sembrava tanto una brava persona”.  Insomma, non è il colore della pelle quello che fa la differenza tra un uomo e un altro, così come non è perché se si parla di Africa che è lecito pensare che non ci riguardi.
Jean-Bedel Bokassa il giorno della sua incoronazione. Fonte: vice.com
La Repubblica Centrafricana è uno staterello posto esattamente al centro del continente africano (quello che non comincia e finisce con l’ebola, guardare questa mappa per credere). Grande circa il doppio dell’Italia, ci vivono solo 5 milioni di persone, 5 milioni di sopravvissuti ad una delle dittature più feroci tra le feroci dittature africane del Novecento. Infatti, Jean-Bedel Bokassa, ex sergente dell’esercito francese in Vietnam, ha preso il potere, appoggiato dai francesi, nel 1966, un anno di golpe e sconquassi che hanno incrinato il giovanissimo e fragile equilibrio africano. Bokassa non è stato un dittatore come gli altri: soltanto la sua corona è costata alle casse statali più di 5 milioni di dollari e l’intera cerimonia ha quasi mandato in bancarotta il paese. Tra le sue passioni possiamo ricordare il piacere nel far picchiare con martelli e catene i ladri, la bizzarra scelta di dare in pasto ai coccodrilli i presunti criminali e, non ultima, la dedizione culinaria per la carne umana.
Come fosse possibile che un governante cannibale fosse sostenuto dalla moderna Francia è solo parzialmente un mistero. Pare che questa amicizia speciale fruttasse a Valéry Giscard d’Estaing la possibilità di importare diamanti e uranio, inoltre il Presidente amava cacciare elefanti nelle savana e l’amicizia con l’imperatore gli permetteva di coltivare il suo hobby durante il tempo libero. Fu l’opinione pubblica d’oltralpe a premere, nel 1979 affinché questo fruttuoso scambio (che permetteva a Bokassa di ottenere anche armi e aiuti umanitari -sic!-) fosse portato a termine.
Come spesso accade, però, la fine di un regime brutale non ha come naturale conseguenza un miglioramento a lungo termine delle condizioni di vita di un paese, soprattutto in Africa dove povertà, fame e malattie continuano ad essere minacce concrete. Diamanti e avorio sono ancora oggi le risorse al centro della contesa per il potere, e alla crudeltà del regime di Bokassa si è sostituito lo scontro, fatto di schermaglie e rappresaglie continue, tra ribelli musulmani, Séléka, e ribelli cristiani che vi si oppongono, scatenando un conflitto senza fine.
Fonte: theguardian.com
La continua violenza tra i due gruppi sembra non risparmiare nemmeno le fasce più deboli e fragili della popolazione: di fronte al silenzio della comunità internazionale, è impossibile contare quante donne siano state violentate, e quanti bambini siano stati uccisi per strada, a colpi di macete. Una testimonianza riportata da Brian Klaas su VICE racconta di come in un ospedale di Bangui, la capitale, sia capitato di dover prestare soccorso ad una decina di bambini gravemente mutilati e sotto shock, costretti ad assistere all’esecuzione dei propri genitori e poi feriti a loro volta.
Questa situazione drammatica che non accenna a migliorare ha portato oltre 427.000 centrafricani a scappare dal proprio Paese, richiedendo asilo negli stati vicini. Tra questi, secondo i dati diffusi dall’UNHCR, 187.690 sono quelli che hanno abbandonato la Repubblica Centrafricana nell’ultimo anno, dei quali la maggior parte è composta da un’ampia frangia della comunità musulmana, dettaglio che ha portato alcune organizzazioni internazionali a parlare di genocidio e pulizia etnica. Richiedenti asilo e rifugiati vivono oggi nei campi gestiti dalle organizzazioni internazionali in Camerun, Ciad, e Repubblica Democratica del Congo. Nonostante gli sforzi dell’UNICEF e delle organizzazioni partner, è particolarmente complicato poter assicurare ai Centrafricani sicurezza, acqua, un ambiente salubre dove stare e cibo sufficiente, senza considerare altri bisogni quali l’istruzione o un qualche riconoscimento civile.
Le attività promosse dalle agenzie delle Nazioni Unite mostrano, ancora una volta, quello che è il principale paradosso che ricorre in molte di queste situazioni tanto drammatiche, quanto sconosciute ai più: da un lato, infatti non vengono fatti mancare i finanziamenti (anche se ancora adeguati rispetto alle necessità) né gli operatori sul campo, mentre, dall’altro,  si continua a tollerare una situazione di guerriglia e anarchia di fatto che non farà che accrescere il problema dei profughi e a impoverire il Paese. Sebbene né la via dell’intervento militare né l’imposizione della democrazia si siano dimostrati strumenti all’altezza in altre situazioni, bagni di sangue innocente come quelli che sono oramai all’ordine del giorno in Repubblica Centrafricana non possono essere ignorati e tollerati.
Catherine Samba-Panza nel suo studio. Fonte: theguardian.com
Probabilmente dovrebbero essere proprio questi i terreni dove le grandi Nazioni Unite, vanto del secolo breve, possono fare la differenza, non soltanto con le sue agenzie specifiche che limitano le conseguenze, ma sostenendo, per esempio, con forza la Presidente di transizione, eletta dal Parlamento la scorsa primavera affinché sia possibile ridurre il problema alla radice. Catherine Samba-Panza è la prima donna a ricoprire una carica di tale importanza nella Repubblica Centrafricana, tuttavia le concrete opportunità di migliorare le cose senza l’appoggio internazionale sono ridotte all’osso. 
Così la Repubblica Centrafricana sembra correre da sola una folle corsa verso il baratro, una perdita che i più nemmeno sentirebbero, ma che sarebbe un grande fallimento per l’Africa, proprio quel meraviglioso continente in cui tutto è fluido, embrionale, non cristallizzato. Dove tutto, sessant’anni fa così come oggi, è una possibilità. Perché perdere una tale occasione di essere parte di qualcosa di costruttivo e non, ancora una volta, inani testimoni dell’ennesimo massacro senza un perché?

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