Mid-term 2014: Obama sotto attacco: intervista a R. Baritono

Il 4 novembre scorso si sono svolte le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti o, per meglio dire, le mid-term, come le chiamano loro. Per i non addetti ai lavori spiegare in cosa consistano non è proprio facilissimo. In parole povere, principalmente, si rinnovano i mandati di tutti i 435 componenti della Camera dei Rappresentanti e di un terzo dei senatori, 33, più quelli resi vacanti, che in questa occasione erano altri 3. Inoltre martedì scorso sono stati eletti 36 governatori e si è votato per alcuni referendum nei singoli stati. Infine sono state assegnate anche le cariche di alcuni sindaci, membri di assemblee legislative e contee e altro ancora. Sembra un po’caotica la questione e in realtà… lo è per davvero. D’altronde gestire una delle democrazie più popolose al mondo può richiedere procedure molto complesse.
Come da pronostico, le urne non sono state favorevoli al Presidente Obama. Infatti il Partito Repubblicano ha confermato e allargato il suo controllo sulla Camera e strappato il senato dalle mani dei Democratici. Bastavano 6 seggi alla destra per ottenere la maggioranza alla camera alta, che, tra le sue funzioni, ha la facoltà di bloccare le nomine presidenziali. I Repubblicani ne hanno conquistato uno in più, rompendo un dominio Democratico che durava da otto anni. Si va dunque verso un governo diviso, prassi piuttosto consolidata nella politica a stelle e strisce.
Per mettere un po’ d’ordine in queste mid-term e interpretarne il risultato, abbiamo deciso di consultare Raffaella Baritono, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti presso l’Università di Bologna.
Oltre ad avere un carattere locale, le elezioni di medio termine in America sono interpretate anche come un sondaggio di popolarità per il presidente in carica. Mi sembra chiaro che il riscontro sia stato piuttosto negativo per Obama…
Che i sondaggi non fossero molto favorevoli ad Obama in realtà era abbastanza evidente anche prima delle elezioni di metà mandato. Il suo indice di gradimento si attestava intorno al 41%, un dato abbastanza inusuale. A suo parziale discapito, c’è da dire che un Presidente al sesto anno ha un’opinione pubblica molto più critica rispetto a quando inizia il suo primo mandato. Tuttavia, ad ulteriore dimostrazione dello scarso appeal nei confronti degli elettori, si può sottolineare che una parte consistente dei candidati Democratici hanno preso le distanze da Obama e dalla sua amministrazione. 

fonte: vox.com

Quali colpe gli sono imputabili per la sconfitta?  

Ne ha avute probabilmente di due tipi: immediate e di lungo periodo. La principale colpa di lungo periodo è una certa difficoltà a creare un rapporto di comunicazione con il partito. Nel senso che Obama ha costruito una macchina presidenziale derivata dalle campagne elettorali del 2008 e del 2012 e su questa organizzazione ha basato il suo consenso durante la permanenza alla Casa Bianca. Ma in questo modo, secondo me, non ha curato a sufficienza i rapporti con il Partito Democratico che, in questo momento, è più complesso di quello Repubblicano poiché presenta molte più anime ed è meno ideologicamente coeso. Quindi una maggiore cura rispetto alla leadership del partito avrebbe forse giovato, sia dal punto di vista delle politiche e di come i suoi progetti di legge sono stati recepiti dal Congresso, sia da quello della campagna elettorale per le mid-term. Questo elemento si associa alle critiche diffuse di portare avanti una leadership un po’fredda, poco comunicativa e, in particolare, poco decisionista. Nell’immediato c’è stato il problema di non aver saputo valorizzare le cose positive che l’amministrazione ha fatto. Soprattutto in termini di politiche economiche. Il PIL in crescita e la disoccupazione in discesa, avrebbero dovuto costituire punti chiave della campagna elettorale dei Democratici. Specialmente visto che i Repubblicani non hanno un’agenda propositiva significativa. Invece non è stato così, paradossalmente.
Su cosa (non) hanno costruito la vittoria i Repubblicani? L’economista liberal Premio Nobel Paul Krugman sul “New York Times” l’ha definito il “trionfo del male”. Altri opinionisti dicono che è ora che arriva il difficile per il partito Repubblicano. Cosa ne pensa?
In maniera abbastanza semplice il Partito Repubblicano ha adottato una strategia tutta incentrata sull’opposizione all’amministrazione Obama: i presunti fallimenti nel far ripartire l’economia, la serie di promesse non mantenute ma, soprattutto, una certa debolezza in ambito internazionale. Comunque è opinione condivisa da molti osservatori che il Partito Repubblicano sia risuscito a vincere anche perché ha prima giocato la sua partita interna. Nel senso che durante le primarie era riuscito ad arginare l’attacco del Tea Party Movement. Ciò ha permesso di presentare esponenti più moderati che sono riusciti ad intercettare il voto di quell’elettorato centrista insoddisfatto della politica di Obama ma che non sarebbe stato disposto a votare un esponente della destra radicale, accusata di aver prodotto lo stallo politico nel Congresso. Inoltre era già chiaro da  alcuni meeting  di Gennaio che i Repubblicani volessero mettere in luce la sua faccia più accomodante in grado di raccogliere il voto di quel ceto medio impoverito dalla crisi. In altre parole smetterla di presentarsi come il partito del grande capitale dei self-made men. Ora bisognerà valutare se questa leadership moderata è in grado di elaborare un’agenda competitiva per le presidenziali oppure no. 
Se da una parte vince la destra, i sì nei referendum sulla legalizzazione della cannabis, sull’approvazione di un salario minimo e sull’aborto in alcuni stati disegnano un’America sempre più liberale…
Fonte: quotidiano.net
Questa è una caratteristica che si riscontra da tempo nel comportamento dell’elettorato americano. Su alcune questioni appare progressista. Una serie di temi che sono stati al centro dello scontro culturale e dei conflitti ideologici degli anni Ottanta e Novanta in qualche modo sono stati superati. Questioni come il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono accettate anche da una parte di elettorato Repubblicano, meno legato alla destra religiosa e populista. Il referendum sui minimi salariali dimostra appunto quell’istanza che i leader del GOP (sigla che sta per Grand Old Party come vengono alternativamente chiamati i Repubblicani) hanno capito di dover cogliere. Una fetta considerevole dell’elettorato americano non è più disposto ad avvallare politiche fortemente orientate al libero mercato. Al contrario comincia a pensare e domandare interventi di tutela sociale garantiti dallo stato. Questa tendenza va inserita in un contesto economico in cui la ripresa sembra non avere inciso sulla redistribuzione della ricchezza.
Come si presenta l’ultimo quarto del presidente? Sarà davvero “un’anatra zoppa” ? Su quali punti potrà raggiungere un intesa con i Repubblicani e su quali no?
Obama ha due strade. Una è quella del confronto con il congresso. L’altra è quella dello scontro. Perseguire la seconda significa, per esempio, esercitare l’arma del veto su proposte del congresso considerate lesive degli interessi Democratici. Ciò avverrebbe probabilmente nel caso in cui il Partito Repubblicano volesse mettere mano alla riforma sanitaria, smantellando o ridimensionando l’impianto dell’Obamacare. Un altro strumento, ma solo su questioni molto specifiche, sono gli Executive Orders. Cioè una sorta di decreti presidenziali. 
Si era vociferato di un intervento di questo tipo in materia di ambiente…
Sull’ambiente sì, ma anche in ambito economico e altro ancora. Attraverso gli Executive Orders il Presidente potrebbe portare avanti un’agenda molto più liberal di quella conseguita finora. Ovviamente l’approccio di Obama dipende anche dal Partito Repubblicano. I segnali che vengono dalla camera sembrano improntati alla distensione. Ciò dipende dall’intenzione del Partito Repubblicano di presentarsi come un attore di governo responsabile, che non ha come obbiettivo lo stallo politico ma, bensì, la creazione di un’agenda costruttiva che può portare come argomento positivo nella campagna elettorale del 2016. Questa è la partita che si devono giocare i conservatori per migliorare la propria immagine. Perché se è vero che gli indici di popolarità del Presidente erano bassi quelli del Congresso a guida Repubblicana erano ancora peggiori.
Spostiamoci sulla politica estera. Quanto può influire il risultato delle mid-term nella lotta allo Stato Islamico? Il senatore Repubblicano dell’Arizona ed ex candidato alla presidenza nel 2008 John McCain aveva promesso i “Boots on the ground” in caso di vittoria… 

Intanto Obama ha già aumentato il contingente. Tuttavia quella di McCain  mi pare più una battuta elettorale che non l’avvio di una nuova strategia di politica estera. Mancano le condizioni. Non mi sembra che l’opinione pubblica americana voglia rischiare un impegno molto più assertivo nei confronti dei focolai che si sono aperti in Medio Oriente. Detto questo il problema della lotta all’ISIS presupporrebbe una azione diplomatica più forte che ridefinisca le alleanze americane nell’area. Gli USA dovrebbero probabilmente rinegoziare tutta una serie di rapporti bilaterali: non solo con l’Iran, ma anche con l’Arabia Saudita e le altre Monarchie del Golfo e la Turchia. Poiché lo Stato Islamico si nutre di posizioni molto ambigue e ambivalenti da parte delle élites di questi paesi, storicamente considerate alleate degli Stati Uniti. Quella potrebbe essere la scommessa di Obama ma anche del Partito Repubblicano che vince la presidenza tra due anni, al di là di queste uscite da campagna elettorale. 
Tocchiamo un tema che ci riguarda più direttamente: è vero che la vittoria Repubblicana potrebbe facilitare la ratifica dell’accordo transatlantico con l’Unione Europea, il Ttip?
Sì, rientra in una visione neoliberista di cui il partito repubblicano è sempre stato un alfiere. Bisogna vedere poi sui diversi aspetti di questo enorme accordo quali sono le posizioni americane e quali sono quelle europee per capire se c’è un’asimmetria o meno tra USA e Unione Europea. Ricordo che qualche settimana fa l’economista Joseph Stiglitz aveva pubblicato un articolo in cui metteva sull’avviso gli europei rispetto alla ratifica di questo accordo che, secondo lui, soprattutto in alcuni settori come quello agroalimentare, finiva per favorire le industrie statunitensi e un certo lassismo su  controlli e tutele per la salute che per esempio non si trovano nel contesto europeo, come quelle sugli OGM. 
Quali indicazioni ci arrivano per le presidenziali del 2016? Hillary Clinton esce rafforzata o indebolita dalle mid-term? 
Fonte: edition.cnn.com
Lei è proprio una di quelle che si è smarcata dall’amministrazione Obama. Hillary Clinton in realtà ha dato prova di un grande intuito politico. Infatti dapprima ha dimostrato la sua natura di statista, accettando la carica di Segretario di Stato in apparente cooperazione con il Presidente. Poi però nelle sue memorie e nelle dichiarazioni ne ha preso le distanze. Non so quanto questo risultato possa rafforzarla. Sicuramente non c’è un’altra candidatura altrettanto forte all’interno dei Democratici. Sembra in effetti avere buone possibilità questa volta di arrivare alla Casa Bianca. Però tutti dicevano che ce le aveva anche nel 2008 e sappiamo come è andata a finire…

Sul fronte Repubblicano cosa si sta muovendo?
Sul fronte Repubblicano la situazione è ancora più oscura.
Una specie di lotteria…
Sì davvero sembra proprio una specie di lotteria. Lì il nodo centrale è trovare una persona che sia in grado di dare discontinuità rispetto al passato. Da questo punto di vista la candidatura di Jeb Bush non mi pare praticabile in quanto si ripresenterebbe di nuovo un esponente di una dinastia politica, per di più con alle spalle un’eredità pesante che non può non influire. È possibile che quindi il Partito Repubblicano possa puntare su figure come quella di Marco Rubio per ottenere l’appoggio della comunità latina. Oppure mi pare abbastanza interessante la parabola politica di Rand Paul, che, da posizioni molto libertarie ed isolazioniste, ultimamente sembra essersi mosso verso il mainstream del movimento, per raccogliere i consensi che lo renderebbero un credibile contendente alla corsa di candidato presidenziale per i Repubblicani.
Valerio Vignoli

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