Simone Cristicchi, “Magazzino” e gli spettri del recente passato

Il teatro è, per me, come un luogo sacro. Uno spazio dove si compie un rito laico che, nell’amore per la cultura, acquista una sacralità speciale che lo rende insostituibile e prezioso. Un’isola, lontana dalla realtà, capace di stimolare riflessioni, ma anche di far sorridere. Sì, insomma, ho una visione un po’ snob del teatro e, a suo modo, ha pure cambiato la mia vita, ma questa è decisamente un’altra storia. Sicuramente, però, in un contesto così, universalmente, solenne non ci si aspetta di andare ad ascoltare quello che ha da dire Simone Cristicchi. Sì, proprio quello di “Vorrei cantare come Biagio Antonacci”, e, caro Simone, per fortuna che non canti come Biagio, aggiungerei io!, il cantautore romano dalla capigliatura seconda solo a Caparezza che si è fatto conoscere con la leggerezza di un motivetto estivo.
Che Cristicchi fosse capace di molto di più, l’abbiamo capito tutti al Festival di Saremo 2007,  quando si è presentato (e ha vinto), serio serio, cantando “Ti regalerò una rosa”, raccontando così la vita nei manicomi con una dolcezza e una sensibilità che ha conquistato anche quella parte di pubblico impermeabile ai jingle da spiaggia. Un artista multiforme, sospeso tra leggerezza e sensibilità sociale. Simone Cristicchi riesce con abilità a bilanciare queste sue due anime, senza tradirsi. E ad esprimerle nella maniera più riuscita in “Magazzino 18”: uno spettacolo teatrale, un concerto, un’opportunità, purtroppo unica, di scoprire qualcosa di più della nostra storia. 
Abbandonato ogni scetticismo all’ingresso, il Politeama Rossetti è colmo come nelle grandi occasioni per accogliere questo spettacolo che proprio qui, circa un anno fa, ha esordito, non senza qualche difficoltà (ricordiamo l’ampio dispiegamento di forze dell’ordine all’ingresso, le contestazioni ricevute in giro per l’Italia, i rifiuti di molti teatri per la messa in scena). Oggi, un anno e oltre 100 repliche dopo, “Magazzino 18” non ha perso un briciolo della sua forza espressiva e, anzi, rafforzato dall’interesse di pubblico e critica racconta con ancora più veemenza la sua storia. 

fonte: ilbureau.com

Un goffo funzionario del Ministero dell’Interno viene spedito a Trieste per catalogare l’ammasso di mobili, oggetti, vestiti abbandonati da anni in un magazzino del Porto Vecchio, il magazzino numero 18, per l’appunto. Proprio lì tra fantasmi e la sensazione di essere finito in un altro mondo, il funzionario Persichetti farà una scoperta che lo porterà a ripercorrere, accompagnato dai proprio fantasmi del magazzino, un pezzo di storia italiana quasi completamente rimosso. Quello che sembrava un trasloco finito male, si rivela come il lascito di un drammatico esodo che ha portato un’intera fetta della popolazione italiana di Istria e Dalmazia a lasciare la propria terra. 

Al semplice funzionario fa da contraltare la presenza, vagamente spettrale, dello spirito del custode del Magazzino 18, interpretata dallo stesso Cristicchi. Il cantautore, accompagnato da canzoni scritte ad hoc e lunghi monologhi, narra una storia che ha le sue radici nell’inizio del secolo breve e prosegue fino agli anni Sessanta. Sul palco si rincorrono storie di soprusi e sofferenza, di faide e vendette, di ingiustizia e paura. All’arrogante amministrazione fascista, seguirà la crudele rappresaglia della neonata Jugoslavia di Tito che in due anni, tra il 1943 e il 1945, farà letteralmente sparire migliaia di italiani d’Istria e Dalmazia, uccisi e abbandonati nelle foibe (a cui è dedicata “Dentro la buca“. Da ascoltare.), molto più che semplici buche nel terreno. La fine dei rastrellamenti notturni non ha segnato la conclusione delle stragi, come quella, rimossa, di Vergarolla, spiaggia ai piedi di Pola, dove persero la vita non meno di 80 persone: famiglie, bambini che stavano seguendo una gara natatoria e pranzando sulla riva. Gli episodi e i volti delle vittime scorrono sul palco e trasportano il pubblico tra eventi storici che, ancora oggi, sono balìa di scontri ideologici più che di precise analisi storiografiche.

Chi ha studiato la questione dell’Istria e della Dalmazia a scuola, chi si è occupato dell’esodo giuliano-dalmata, chi ha denunciato le condizioni nelle quali i profughi vivevano nelle centinaia di campi distribuiti in tutta Italia, alzi la mano. Nessuno, o quasi. Finché il ricordo delle foibe verrà considerato un contraltare di destra alla celebrazione della resistenza partigiana, sarà impossibile riscoprire e dare il giusto risalto a questa pagina della storia del nostro paese che, è bene ricordarlo, è fatta di storie di persone normali, di Domenico, Norma, Geppino e tutti gli altri che hanno perso la vita, la casa, la terra, rifiutati anche da quella che solevano chiamare “madrepatria”.

Sebbene il monologo talvolta ecceda nel bisogno di raccontare perdendo in incisività, il grande merito dell’ispirato Cristicchi è di portare alla luce con estrema lucidità e senza cedere in drammatizzazioni una storia che assume i contorni della tragedia proprio perché così sconosciuta ai più. 
Sala Assicurazioni Generali – Politeama Rossetti, Trieste

Assistere alla rappresentazione a Trieste, dove è arricchita dalla musica dal vivo dell’orchestra diretta dal maestro Valter Sivilotti e dal, meraviglioso, coro di voci bianche della scuola StarsTs lab, aggiunge un carico emotivo che la rende del tutto unica. La percezione che ciò a cui stiamo assistendo è successo non troppi anni fa a qualche km di distanza, porta, attraverso il grande potere del ricordo, le vittime in maniera quasi tangibile sul palco insieme a Cristicchi. Grazie all’accurata regia di Antonio Calenda e alla suggestiva scenografia, sulla scena trova spazio tutta quella gente comune la cui sofferenza è stata cancellata dalle contrapposizioni politiche e dalla difficoltà del nostro Paese ad affrontare la storia recente con il necessario distacco. Una scelta forte e coraggiosa che fa meritare a Cristicchi la standing ovation del teatro, ma anche le timide lacrime che affiorano sui volti di qualche spettatore qua e là. 

Non c’è alternativa ad applaudire più forte, affinché anche chi non c’è più senta che tu, invece, ci sei e, tardivamente, stai cum-patendo. Non è solo un modo per pulirsi la coscienza. Le storie chiuse così a lungo nel “Magazzino 18” ora sono libere, e sono anche nostre. Raccontarle, raccontare questo spettacolo, scrivere questo articolo che vorrebbe solo continuare ciò che può fare il teatro, è un dovere morale. Non vi è conclusione migliore che farsi cullare dalle dolci note di Sergio Endrigo, nato a Pola e scappato in Italia a 14 anni, che cantava, alla sua terra, “Come vorrei essere un albero che sa, dove nasce e dove morirà…”.
 


Angela Caporale

Per altre informazioni e le prossime date: http://www.simonecristicchi.it/articoli.cfm?id=24

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