Genova è ancora una feria aperta

Genova e Bolzaneto sono una ferita aperta, anche dopo 16 anni, visto che nessuno ha mai voluto fare chiarezza. “Come in altri casi di abusi, si porta dietro un problema storico, proprio perché non è mai stata collettivamente rielaborata, secondo Valentina Calderone, direttrice dell’associazione A Buon Diritto. Si è preferito alzare il tappeto e nasconderci tutta la polvere possibile, dimenticando forse che a nascondere le cose, prima o poi saltano fuori lo stesso. A quel punto, però, non si può fare altro che prenderne atto. O forse no, a quanto pare in questo paese è possibile negare anche l’innegabile.

A molti anni di distanza da quella “macelleria messicana”, qualcuno si è preso la briga di condannare quanto accaduto in quei giorni di luglio del 2001. Nient’altro, però, che una flebile voce. Un soffio di vento nell’immensa platea di coloro che speravano che tutto, presto o tardi, potesse essere dimenticato. Ma come hanno detto in molti, essere condannati per tortura non è uno scherzo. Soprattutto, se ad esserlo è una parte significativa dell’apparato di sicurezza di un paese democratico.

Il punto, però, non è questo. O meglio, non solo. Secondo Alessio Scardurra del Comitato Direttivo dell’Associazione Antigone, infatti, “se non fosse stato per le pressioni internazionali l’Italia non avrebbe mai avuto una legge sulla la tortura. Negli ultimi trent’anni, afferma, all’inizio di ogni legislatura si è proposto un disegno di legge ma ogni volta tutto si è risolto con un nulla di fatto. Le ragioni sono sempre state le stesse: perché la legge non era abbastanza buona o, diversamente, perché non c’era l’urgenza.

Il compito di rimarginare questa ferita spettava alla politica in primis. Invece, come spesso accade, quest’ultima ha fatto orecchie da mercante. La questione è diventata un tabù. “Un argomento del quale, mi dice Valentina, non si è mai voluto parlare e che non è mai stato affrontato. Motivo per il quale siamo arrivati al 2017” e all’ennesima condanna da parte della CEDU, aggiungerei io. Era il 2015 quando, per la prima volta, la politica e la società civile vennero di colpo destate e messe di fronte alla realtà dei fatti, pochi e faticosamente raccolti dalle testimonianze di chi era di servizio a Genova.

Tutti noi ci saremmo aspettati che ha far luce fosse una commissione d’inchiesta parlamentare. Che all’accertamento dei fatti attraverso i processi fossero seguite condanne e sospensioni dal servizio. Un atto dovuto, in casi come questo. Necessario, per ridare prima di tutto credibilità ad un paese sul quale grava la peggiore delle infamie. Il silenzio della politica, totale e assordante salvo qualche dichiarazione, ha dimostrato una volta di più che in Italia esiste un problema culturale. Un diffuso senso di “omertà” e d’impunità, che finisce per inghiottire molte delle più fosche vicende italiane.

Alessio Scardurra lo chiama “spirito di corpo” e a sentirlo parlare sembra essere la causa e, al tempo stesso, la conseguenza di uno stallo legislativo durato trent’anni. Figlio di un approccio tutto italiano a questo tipo di tematiche “che ha favorito coloro che a questo legge si sono sempre opposti”. Fieri, evidentemente, che fossimo così a lungo l’unico paese europeo, o quasi, a non avere una normativa contro la tortura. Gli altri, Spagna o Portogallo per esempio, lo hanno fatto subito: appena usciti dalla dittatura hanno approvato una legge che chiudesse per sempre ogni legame con il passato.

“Naturalmente, ci tiene a precisare Alessio, in quei casi il clima culturale e politico era completamente diverso, come lo era in Germania”, il cui ordinamento giuridico prevede da tempo fattispecie assimilabili alla tortura, in particolari maltrattamenti fisici e psichici, puniti fino a 10 anni se commessi da un pubblico ufficiale, “a dimostrazione che questo è un terreno su cui è necessario che sia la collettività a confrontarsi, non solo la giurisprudenza. Una legge sulla tortura con un consenso politico ampio avrebbe, senza dubbio, prodotto una legge migliore di quella che è stata approvata.”

Fonte: Associazione Antigone / Facebook

Il clima teso, invece, con cui è stata discussa la proposta del Senatore Luigi Manconi ha finito per limitarne la portata. Tanto da spingere le associazioni, che da sempre si battono per dare giustizia ai molti casi di abusi, ad accettare un accordo al ribasso. “In Italia non mi sembra che stiamo andando verso il festival dei diritti umani, mi dice con un sorriso amaro Alessio. Quindi non c’erano certezze che nella prossima legislatura ci fossero le condizioni per affrontare di nuovo la questione. Meglio portare qualcosa in parlamento adesso. In fondo, ogni legge ha margini di miglioramento futuri.

Come dargli torto, rimane, però, il sapore sgradevole dell’ennesima occasione persa. Come fu per le unioni civili all’epoca, anche questa volta una parte del panorama politico ascrivibile alla destra storica si è messo di traverso. “Da noi, mi dice Alessio, c’è sempre stata una presa di posizione molto forte da parte delle forze dell’ordine. Se queste, aggiunge, non si fossero subito mostrate intransigenti con tutta probabilità si sarebbero potute gettare le basi per un rinnovato approccio culturale sull’immagine delle forze dell’ordine.” Che tra le altre cose, è il punto centrale di tutto questo discorso.

“L’idea che il poliziotto sia un nemico, invece, continua ad aleggiare in tutto il paese. Retaggio storico che ha a che fare non solo con il fascismo, ma che trova le sue radici profonde fin dall’Unità d’Italia. Il fatto che la maggior parte degli italiani, incensurati, non sia mai entrato in un commissariato di polizia è la prova, mi confida Alessio, di quanto grandi siamo gli errori commessi in questo senso. È davanti agli occhi di tutti che i commissariati o le caserme non siamo recepiti dalla gente come luoghi user-friendly e le ragioni sono diverse.

reato di tortura
Fonte: Associazione Antigone/Facebook

Se i muri potessero parlare chissà quante cose avrebbero da dire. Limpressione, in altre parole, è che quello che succede dentro finisca quasi sempre per restarci. “Il senso d’impunità, a cui si faceva riferimento prima, sta anche nel modo in cui a volte vengono condotte le indagini, su come alcuni pubblici ministeri decidono di impostare la maggior parte di questi processi  o nella forma in cui il dibattito pubblico si sviluppa.” Come dire: i panni sporchi si lavano a casa propria. “Così, spiega Valentina, può accadere che il 118 chiami la caserma per avere conferma di una richiesta d’intervento, come nel caso di Giuseppe Uva. O che il medico di turno  non denunci gli abusi subiti da un detenuto, com’è successo a Rachid Assarag o che non vengano prestate le cure dovute, come nella vicenda di Stefano Cucchi.”

“Non è un caso, secondo Alessio Scardurra, che il Comitato per la prevenzione contro la tortura e i trattamenti degradanti, appena istituito, abbia deciso di recarsi nelle carceri.” Luoghi per eccellenza in cui i rapporti di forza sono, evidentemente, sbilanciati. “Nella nostra esperienza quello che succede è che denuncia solo chi era arrabbiato, visto che non c’è nessuna convenienza nel farla se poi nessuno viene condannato. Mentre il rischio di rappresaglia o di beccarsi una controdenuncia per aggressione e di gran lunga maggiore.”

A detta di Valentina: “la lacuna di indagini da parte dei Pubblici Ministeri in alcune di queste vicende, ha fatto sì che non si arrivasse a una verità giudiziaria.” La cosa peggiore, però, è che tutto il dibattito in materia si è arenato per colpa di uno sterile dibattito tra favorevoli e contrari alla polizia. “La prima bozza del decreto legge, invece, aveva proprio l’obiettivo di tutelare gli agenti, permettendogli di prendere le distanze da certi comportamenti. Il messaggio, tuttavia, non sembra essere stato recepito. Anzi, è stato rispedito al mittente con la motivazione che l’introduzione della specificità del reato di tortura imbrigliava troppo le forze dell’ordine.” Un po’ com’è stato, in un certo senso, per l’obbligo del numero identificativo.

Discussioni che in altri paese europei non avrebbero motivo di esistere, che alla fine distorcono l’attenzione dal vero nocciolo del discorso. Ovvero che tutti, forze dell’ordine, sindacati di polizia e mondo politico, avrebbero tutto da guadagnare nel denunciare e condannare episodi come quelli di Genova, Bolzaneto, Asti e via dicendo.

La democraticità di un paese, infatti, passa dalla democraticità con cui le sue forze dell’ordine operano. A tutti i livelli, siano essi funzionari o semplici appuntati. Proprio perché rappresentano lo Stato nella sua massima forma. Lo sapevano molto bene gli agenti presenti nella caserma di Bolzaneto, visto che non hanno perso occasione per ricordalo a tutti i ragazzi che da lì sono passati in quei giorni. Forse c’è da ricordare anche che lo Stato, quando è democratico, non si abbassa a livello di un criminale.

 

Mattia Bagnato

[Fonte dell’immagine di copertina: Internazionale]

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