De F.I.CO.

Nella giornata di ieri è stato inaugurato a Bologna, l’autoproclamata città del cibo, F.I.CO. Eataly World (Fabbrica Italiana Contadina), un grande parco tematico di 10 ettari dedicato alla filiera alimentare che si propone di essere un ardito mix tra Disneyland, un centro didattico e di formazione, ma anche un centro commerciale. Questa è ovviamente storia nota che verrà meglio ripresa in seguito.
Sono invece meno conosciuti – e, se conosciuti, fortemente messi in discussione – i numeri e gli aspetti meramente economici/produttivi di questa grande “utopia”, che possono essere analizzati inseguendo lo storytelling costruito dallo stesso patron, Oscar Farinetti, e dai chi ricopre ruoli chiave in Eataly, perfettamente sintetizzati da alcune loro dichiarazioni.

Un luogo vero
Oscar Farinetti

Al di là del terrificante “se ti va bene funziona, se ti va male almeno ci hai provato”, con il quale conclude il breve commento (è proprio quello che pensano i tuoi ex dipendenti dell’Unieuro, Oscar), Farinetti concentra il suo intervento sul fatto che il nuovo parco tematico sia un luogo vero, dove avviene la trasformazione quasi divina da semplice prodotto della terra a prodotto d’eccellenza del made in Italy.
Gli fa eco il sito ufficiale di Eataly World che, nella pagina dedicata alle fabbriche contadine, recita: “Unico luogo al mondo dove partecipare ad ogni passaggio e scoprire la lavorazione delle materie prime, fino alla creazione dei prodotti tipici italiani migliori.”

Tutto ciò pare quantomeno strano. A F.I.CO. si dovrebbero produrre quindi, almeno formalmente, moltissimi prodotti a marchio tutelato, che non potrebbero in realtà essere prodotti in quell’area secondo i disciplinari, ovvero i “regolamenti” che certificano l’esclusività di quel prodotto: ad esempio il Prosciutto di Parma DOP pubblicizzato nel sito non può essere prodotto a Bologna. Ma questo vale anche per il Parmigiano Reggiano (anche se per pochi Km) o il Culatello di Zibello (solo per restare nella Regione). Eppure queste aziende compaiono nell’elenco delle 4o fabbriche presenti all’interno.

Il confine tra verità e bugia, soprattutto nel mondo moderno, è sempre molto sottile. E se anche il team di avvocati che sta dietro a questa struttura potrà essere in grado di dimostrare che proprio QUEL prodotto a marchio tutelato è prodotto alla periferia di Bologna, cosa non scritta esplicitamente da nessuna parte, rimane il fatto che la narrazione portata avanti è sicuramente diversa. Si prenda questo video, che mostra il guru di Eataly all’inaugurazione per gli addetti ai lavori mentre insiste nuovamente sulla natura di F.I.CO. come “luogo vero” e non come uno di quei “non luoghi“, perché A F.I.CO. non le agricolture non sono dimostrative ma il cibo prodotto è di qualità e italiano.

Come questo sia conciliabile con i disciplinari (che dovrebbero appunto tutelare questa qualità) è tutto da dimostrare.

Farinetti, a dir il vero, non è mai stato un grande sostenitore dei presidi di tutela anche perché, oggettivamente, limitano l’azione imprenditoriale. Per fare un determinato prodotto non basta semplicemente sfruttare il capitale per produrre un bene sul quale appiccicare un marchio ma, al contrario, bisogna seguire specifiche regole, anche geografiche: ma come può la guerra a queste tutele promuovere l’alimentare italiano? Come può tutelare “la più forte biodiversità in flora e fauna dedicata all’alimentare, dedicata al cibo più importante del mondo” come fosse antani?

L’azione di Eataly, erede culturale del movimento Slow Food del “Buono, Pulito, Giusto”, riconduce il tutto ad una logica prettamente industriale e anti ecologica distante anni luce da quei valori che, benché declinati in maniera prettamente alto-borghese, erano quantomeno condivisibili.

Raddoppieremo l’export Alimentare
Oscar Farinetti

Ecco. Appunto. L’export alimentare, perché l’agroalimentare è un’industria.

Da qualche tempo, dopo lo sdoganamento da parte di un programma indiscutibilmente visionario come La prova del cuoco (2000, ma la sua versione originale risale al 1994), la TV ha iniziato a popolarsi di ogni sorta di programmi sul cibo, rendendo il mangiar bene un fenomeno di costume e, parallelamente, un business molto redditizio, almeno per alcuni attori della filiera.

Il punto è che il tanto decantato alimentare italiano va a definire il 2,1% (2016, dato Istat) del PIL, che comunque è la miglior performance in tutta l’area euro: se i livelli sono ovunque inferiori a questi, pensare di doppiare tutti gli altri pare francamente implausibile o quantomeno molto difficile.

Allo stesso modo, il rapporto Istat mostra come la marginalità in questo settore sia ridottissima, stritolata dalle varie fasi della filiera che sono perfettamente riassunte nel termine Grande Distribuzione Organizzata (tra l’altro è bene ricordare come Coop Alleanza 3.0 sia socia di Eatlyworld e come Farinetti sia uno strenuo oppositore del km zero).
Dati questi elementi, pare evidente che ritenere che il settore agroalimentare possa essere la locomotiva di rilancio dell’Italia è francamente assurdo. Ancor più nell’accezione effettivamente proposta da Eataly: organizzata, deregolamentata e popolare nel senso di accessibile a tutti.

Un recente studio presentato da Nomisma mostra come il consumo di cibo italiano in un’area importante per l’export globale come il Nord America, abbia sostanzialmente due grossi segmenti di consumatori: quello definito come degli “authentic user” che hanno caratteristiche ben definite e identificabile con la fascia più benestante della popolazione e quello rappresentante tutto il resto.

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Dati relativi al Canada, validi sostanzialmente anche per USA. Fonte: Agrifood Monitor Nomisma

Risulta evidente che un raddoppio del mercato dell’agroalimentare italiano non possa neanche lontanamente essere ottenuto tramite unicamente questa fascia “alta”, ma solamente rivolgendosi appunto anche alle classi meno abbienti.

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Pare evidente come la prima scelta non sia la qualità Fonte: Agrifood Monitor

Sarà forse per questo che Eataly si sta aprendo a realtà sempre meno di nicchia e più popolari: a F.I.CO. si possono trovare tanti “produttori di eccellenze” come Mutti, il Birrificio Angelo Poretti (di proprietà di Carlsberg), Fabbri, Granarolo, Rossopomodoro e tanti altri.
Con questo non vuol dire che queste aziende producano del cibo di bassa qualità, ma di sicuro non rappresentano l’eccellenza, la biodiversità, la tradizione e tutto quel “buono e vero” portato avanti dalla retorica farinettiana.

Tuttavia, omologando e industrializzando la produzione agroalimentare italiana si cade in tre enormi trappole.

Per prima cosa, si presta tremendamente il fianco al così detto “Italian sounding” ovvero tutta quella produzione che si richiama all’Italia in un qualche modo senza avere nulla d’italiano

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Spaghetti in barattolo. GNAM!

L’industrializzazione e l’omologazione del prodotto rischia, paradossalmente, di favorire il cibo che si vende come italiano ma che con la nostra penisola non ha nulla a che fare, anche considerando il suo costo spesso minore rispetto all’originale (sia per le norme di produzione meno stringenti che per materie prime più scadenti, che per il costo del lavoro molto spesso più basso).

In secondo luogo si rischia di snaturare l’essenza stessa del cibo italiano, di ciò che lo rende unico agli occhi esteri: il cibo è principalmente e in larga parte una commodity, una materia prima per dare energia alle persone nelle loro attività quotidiane e solamente una qualità elevatissima, insieme al suo essere uno status symbol, può giustificare un costo superiore.
Questo è evidente poiché il fattore di traino dell’agroalimentare italiano è costantemente dato dai prodotti a marchio tutelato e della tanto declamata eccellenza.
Ma l’eccellenza, per sua natura, non può essere di tutti.

Infine,  questa visione del cibo non tiene conto dei principali attori della filiera: gli agricoltori, gli allevatori, i pescatori ma anche i macellai, i frantoi, i caseari e tutti gli altri. Un abbassamento della qualità porta necessariamente a confrontarsi con altri segmenti di mercato forzando un abbassamento di prezzo che, visti i già ridotti margini, risulterebbe insostenibile.
Un dato a rimarcare ciò: ad oggi il Parmigiano Reggiano, il re dei formaggi, è pagato ai produttori circa € 9,80 al kg valore ai limiti della sostenibilità

F.I.CO. mette l’Italia al centro del mondo
Slogan di apertura del sito

Roma era caput mundi quando dominava tutto ciò che si conosceva, offrendo pace e prosperità (almeno in alcuni periodi) ai propri abitanti e inventando l’acquedotto, le strade, il diritto pubblico.
Poi ci sono state un po’ di turbolenze e, affannati ma ottimisti, si è dato i natali a Dante, Michelangelo e Raffaello, ma anche a Lorenzo de Medici, Machiavelli e Da Vinci.
Negli ultimi secoli abbiamo tirato fuori Volta, Marconi, e la Montessori.
Ora noi dovremmo essere al centro del mondo per un piatto di pastasciutta.

Io credo che questa visione sia oggettivamente aberrante e falsa anche nella testa di chi la racconta, ancor più se spogliata, come si è detto, della spinta alla sostenibilità che sta dietro a molti movimenti che pongono il cibo al centro della loro dialettica.

O forse, quello che effettivamente si intendeva dire è che attorno a questo mondo se ne costruirà uno nuovo, parallelo e in miniatura, una sorta di EXPO permanente dove si coinvolgono rappresentanze di tutti i fronti.
Deve essere necessariamente così, visto anche quello che sta succedendo intorno a quell’area.

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Uno tra i chioschi di frutta e verdura all’interno di F.I.CO. ©RobertaCristofori

Per chi non lo sapesse, Eataly World è stato costruito nell’area dell’ex CAAB (Centro Agro Alimentare di Bologna), un mercato ortofrutticolo che si è rivelato negli anni uno dei peggiori investimenti fatti in regione: circa 100 miliardi di lire dell’epoca per un’area enorme pressoché inutilizzata e che macinava perdite su perdite. Ma il resto del quartiere non se la passava meglio.
L’area è accanto al quartiere del Pilastro, a pochi km dal centro città, che è presente nella mente di gran parte delle persone per le vicende dalla Banda della Uno Bianca del secolo scorso e che oggi soffre di problemi diversi ma comunque importanti: bassa integrazione, basso reddito diffuso, bassa coesione sociale e presenza sociale e tutto ciò che può discendere. Va da sé che l’appetibilità di quella zona è piuttosto scarsa.

Ma con poche, semplici mosse si è riusciti a ribaltare la situazione.
Intanto l’area pubblica del CAAB viene regalata ad un investitore privato per costruirci la sua visione per un valore di 55 milioni.
Successivamente Cooperative e Fondazioni (tra cui spicca la Carisbo) investono altri 45 milioni di euro nel progetto attraverso la CARIMONTE Holding. Siamo a 100.
Ma poi bisogna arrivarci, a questa La Mecca: benché i trasporti siano ancora lontani da essere soddisfacenti per “centro del mondo”, il Comune, per stessa ammissione del sindaco Merola, ha stanziato 8 milioni per l’ampliamento dei trasporti verso quell’area.

E poi?
Poi, al di là di eventuali proventi (punto dell’ultimo paragrafo) che verranno dalla gestione ordinaria, ci sono i proventi straordinari dei terreni.
Già un anno fa le prime voci sull’andamento dei prezzi dei terreni schizzati alle stelle. Questi sono, ovviamente, in buona parte di proprietà della Fondazione Carisbo e di Prelios SGR, socia di F.I.CO. che ha vinto un bando quantomeno discusso.
Ed infine, la ciliegina: viene cambiata la destinazione d’uso dei terreni (fine 2016) permettendo la costruzione di hotel e negozi.
La rigenerazione è servita.

La sostanza è che, come dice Internazionale, a Bologna “tutti i poteri cittadini, istituzionali e privati, sono in qualche misura coinvolti“, indipendentemente dalla loro origine, dal loro credo, dal loro mondo d’appartenenza.
Questo è il punto focale che forse, da bolognese d’adozione, più spaventa: una città intera sta affidando la sua progettazione alla visione di un uomo e della sua società privata (che tra l’altro sta macinando perdite anno dopo anno) che candidamente sentenzia: “Se ti fa bene funziona, se ti va male almeno ci hai provato”.
Ma qualora ci fossero delle perdite, di chi sarebbero? Della città?
E soprattutto quali sarebbero i benefici in caso di successo?

 

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Le autorità presenti all’inaugurazione del 15 novembre. ©RobertaCristofori

Non è solo la città a favorire in tutti i modi il nuovo esperimento di Farinetti, a dire il vero. Già con Expo2015 si intravide un trattamento di riguardo da parte delle Istituzioni verso il patron di Eataly, al quale venne affidato senza gara uno spazio di 8000 metri quadrati. Nel caso di F.I.CO., il favore sarà profondamente diverso, ma non meno importante. Alla Disneyland del cibo servono lavoratori, e magari servirebbe un modo per sottopagarli, in perfetto stile Farinetti, o per non pagarli affatto. Ecco allora che intervengono gli studenti, la fanteria di questa nuova guerra tra lavoratori. Grazie all’alternanza scuola-lavoro, in sostanza, F.I.CO. avrà a disposizione 20.000 studenti l’anno, per un totale di 300.000 ore lavorate gratuite. L’importante è provarci, dicevamo. Costruiremo un grande parco, insomma, per aumentare o raddoppiare l’export alimentare e rilanciare il Made in Eataly, letteralmente. L’occupazione creata sarà in buona parte precaria e/o gratuita, semplificando di molto la risposta alla domanda sui benefici.

Aspettiamo sei milioni di visitatori
Tiziana Primori, amministratrice delegata F.I.CO. Eataly World

 

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L’inaugurazione del 15 novembre ©RobertaCristofori

La riviera Romagnola è uno dei poli turistici più importanti d’Italia.
Le città d’arte, in Emilia Romagna, non sono sicuramente la punta di diamante del turismo ma costituiscono comunque un’interessante alternativa.
I centri montani poi offrono opportunità di villeggiatura sia durante i mesi estivi che quelli invernali.
Infine si deve valutare anche il turismo indotto dagli affari (ceramiche, motori…)  che comunque rientra nelle cifre ufficiali.
Mettendo insieme tutti questi elementi, l’Emilia Romagna nel 2016, ha segnato un record registrando 11,7 milioni di arrivi. Significa che, da solo, il nuovo parco dovrebbe valere come il 50% del turismo esistente nella regione intera.
Se rapportati a questa cifra, i numeri ipotizzati dalla dirigenza di Eataly World sembrano effettivamente implausibili, come delineato da Linkiesta in questo articolo.

Ma poi, andando ad analizzare meglio le dichiarazioni rilasciate sui numeri, si capisce forse l’arcano: “Due milioni saranno della provincia di Bologna, quattro milioni saranno turisti” dichiara la Primori.

Già le cose cambiano. Ma soprattutto: come possono venire due milioni di persone dalla provincia di Bologna se la provincia conta circa 1 milione di abitanti? L’unica risposta plausibile è che, di media, ogni cittadino dovrebbe recarsi al parco almeno due volte in un anno. Questa stima, semplice, pare avvalorare l’ipotesi di chi sostiene che Eataly World non diventerà altro che un enorme centro commerciale pagato dalla collettività. Perché se il paragone è Disneyland, a vedere Topolino non ci si va più di due volte in un anno, di media.

Se quindi questi numeri tengono conto delle visite singole di un centro commerciale, allora questa stima è più che ragionevole, anche considerando che probabilmente autobus da tutta Italia (o da tutta la regione) partiranno per portare scolaresche a visitare il parco.
Tutto questo ovviamente si riferisce al primo anno, perché mantenere 6 milioni di visitatori di media negli anni è molto difficile.

Inoltre, va ricordato che l’accesso al parco è gratuito e all’interno si potranno trovare 45 tra ristoranti e chioschi: non è ancora chiara la turnazione, se saranno sempre aperti tutti, le loro dimensioni e tanti altri dettagli tecnici, ma ipotizzare che 45 ristoranti possano restare aperti in maniera redditiziacontemporaneamente e nello stesso luogo, per circa 360 giorni annui e con un flusso di visitatori necessariamente irregolare (alta/bassa stagione, giorni della settimana) è francamente difficile e si rischia che, a farne la spesa, siano i lavoratori visto che le leve di efficienza sulle materie prime sono limitate visto il contesto.

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A Bologna si necessità di più cibo. Fonte: BolognaBlogUniversity

Ma, anche ammettendo che possa essere economicamente sostenibile, che effettivamente si avranno i visitatori ipotizzati e che tutto vada per il meglio, si sta dicendo che in quella zona della città si vogliono concentrare giornalmente 16.500 persone, ovvero un paese di medie dimensioni.
Quando in tutto il mondo le città stanno fuggendo dal turismo di massa, quando i prezzi delle case di Bologna sono alle stelle e l’emergenza abitativa è lampante con ormai anche i lavoratori regolari che non riescono a permettersi una casa e migliaia di posti letto adibiti ad affitti di breve durata, quando ormai tutta la città è votata al cibo rischiando di perdere la propria identità, forse sarebbe bene chiedersi: è questo lo sviluppo che vogliamo? È questa la città che immaginiamo?

Andrea Armani

Fonte immagine di copertina: Lifegate.it

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