Rom, viaggio tra gli invisibili d’Italia

C’era una volta una terra lontana dove tutti, croati, serbi, bosniaci, cristiani, ortodossi e musulmani, vivevano in pace. Una terra crogiuolo di razze, culture e religioni. Nel maggio del 1990, però, questa terra “incantata” venne sconvolta da una delle più sanguinose guerre che la storia dell’Europa ricordi. Amici di una vita ed intere famiglie, d’improvviso, si trovarono gli uni contro gli altri. Accecati da un odio profondo, viscerale, iniziarono una battaglia che sarebbe finita solo dieci anni più tardi al prezzo di migliaia di morti, violenze inaudite, stupri ed uccisioni di massa.

La Repubblica Federale di Jugoslavia, oggi, non esiste più. Sostituita da stati indipendenti più o meno piccoli. Le comuni radici, soppresse come se non fossero mai esistite. Così come le persone. Non quelle in carne ed ossa, già morte durante il conflitto, ma a sparire furono le identità. Cancellate dagli archivi anagrafici bombardati o dalla volontà politica. Gli “erased”, li chiamano, frutto avvelenato di un rancore mai del tutto superato, covato ed alimentato da una propaganda “nazionalrazzista” che ne ha fatto dei “traditori”. Colpevoli di aver lasciato i loro paesi nel momento del bisogno. Uomini e donne cresciuti, in molti casi, in paesi diversi da quelli di nascita.

Per la maggior parte, gli “erased” erano parte della comunità rom, stanziali da più di 400 anni e non nomadi, come spesso si pensa. Ma soprattutto, integrati in un società plurale pur mantenendo le loro antiche tradizioni. Insieme alle pulsioni secessioniste, venne meno, nei primi anni Novanta, anche il collante che teneva unite quelle molteplici anime. I primi a farne le spese furono i Rom, appunto. Iniziarono le discriminazioni, che con il tempo si fecero persecuzione e pulizia etnica. Così, questo popolo errante fu costretto alla fuga per l’ennesima volta. Lasciandosi alle spalle tutto ciò che possedeva. Partirono prima dalla Bosnia Erzegovina e dal Montenegro, poi dalla Serbia e dalla Macedonia ed, infine, dal Kosovo.

Inizia proprio da qui la nostra storia, da un mercantile caricato all’inverosimile, diretto verso le coste pugliesi. A bordo centinaia di disperati dal chiaro cognome romanì. Sono i genitori e, in molti casi, addirittura i nonni delle centinaia di ragazzi che sono nati e cresciuti in Italia, ma che ad oggi non esistono. Abbandonati in un limbo dal quale sembra impossibile emergere. Privati dei loro diritti, segregati in campi fatiscenti e discriminati. Come Svonko, un ragazzo di origine bosniaca, nato in Italia, ma cresciuto nel campo di Via Gordiani. A raccontarmi la sua storia è Christian, volontario dell’Associazione Popica che da anni lavora al fianco dei rom.

Lo incontro in un bar, nel quartiere romano del Pigneto. Come mi dice Christian, la singolare vicenda di questo ragazzo rom ha davvero dell’incredibile. Quando, nel 2006, l’allora Ministro degli Interni, Giuliano Amato, decide di visitare il campo, Svonko si fa largo, furtivamente, tra gli uomini della scorta. Vuole far notare al Ministro che è arrivato il momento di regolarizzare la posizione di centinaia di ragazzi come lui in tutta Italia. Il giorno dopo, Svonko verrà trasferito nel CIE di Ponte Galeria.

La storia di Svonko, mi fa notare ancora Christian, è un caso eccezionale ma rappresenta molto bene l’incertezza che caratterizza queste misere esistenze. Italiani per “diritto di nascita”, eventualità che da noi non è contemplata, invisibili all’atto pratico. Il problema, secondo molti operatori, sono quelle leggi regionali in materia di apolidìa con riferimento all’etnia Rom, che risalgono alla fine degli anni ‘80. È solo a partire dal 1992, però, che si cominciano a delineare i “confini” all’interno dei quali, ancora oggi, è disciplinato lo status di apolide riconosciuto. Concesso solo a chi è nato in Italia, da genitori con regolare permesso di soggiorno, e ha continuato a viverci per 18 anni consecutivi.

La cittadinanza, aggiunge Christian, che viene quasi sempre negata. Le ragioni sono diverse. Prima tra tutte, l’impossibilità da parte dei genitori di presentare documenti d’identità che hanno perso durante l’esodo dai Balcani o che gli sono stati annullati volontariamente. Così al loro arrivo, negli anni 90, i primi rom di origine Balcanica vengo direttamente portati nei così detti “campi istituzionali”. Lo status di rifugiati, in fuga da guerra o da persecuzioni, neanche a parlarne.

Comincia così la loro odissea, invece. Dentro ad un campo senza acqua potabile o servizi igienico-sanitari. Nasce da una stortura giuridico-culturale tutta italiana, capace di ridurre all’emarginazione migliaia di persone. Frutto di un errore accademico, secondo Carlo Stassolla, Presidente dell’Associazione 21 Luglio. Per il quale, mi confessa, si è creduto per anni che il rispetto delle tradizioni “zingare” passasse per queste roulotte mezze sgangherate. Peccato che loro, Rom e Sinti, in quelle case a quattro ruote, non ci vivessero più da quasi 5 secoli.

Parlando con Carlo Stassolla, poi, scopro con stupore che 4/5 dei Rom italiani vive in case di mattoni. Come le nostre, tanto per intenderci. Il fango e la sporcizia non appartengo alla loro cultura. Come non appartiene a quella di nessun uomo su questa terra. Uomini sì, ecco cosa significa la parola “Rom”. Ghettizzati in campi recintati e video sorvegliati, in nome di una fantomatica strategia della sicurezza. Se vogliono un alloggio, poi, devo fare domanda in ufficio istituito proprio per loro. Discriminazione su discriminazione. Finendo essere spediti in uno dei campi “legali” della Capitale.

Oltre al diritto ad un alloggio degno, in base all’art. 11 comma 1 del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, a questi ragazzi è stato da sempre negato anche il diritto all’istruzione, come mi spiega ancora Carlo Stassola. La cosa che colpisce di più è che non è loro concessa la possibilità di sostenere l’esame di maturità, con la conseguenza che non possono iscriversi all’università. Una cosa che ha dell’incredibile, a mio avviso. I problemi per loro, però, iniziano molto prima. Fin dall’asilo, precisamente, al quale senza identità non possono iscrivervi. Passano, poi, per la mensa scolastica e, infine, dagli sconti sui libri garantiti per i redditi bassi o inesistenti.

Un cane che si morde la coda in altre parole. Senza permesso di soggiorno è, praticamente, impossibile trovare un lavoro. A meno che non si voglia lavorare in nero. Senza un reddito, non puoi ottener un alloggio e cosa via. Tutto questo mentre in Parlamento tutto tace. Per convenienza politica, viene da pensare. Dato che, riprendendo un famoso slogan politico, “i Rom non votano. Anzi, tutelarli in questo particolare momento storico ne fa addirittura perdere molti, di voti. Allora, meglio girare la testa dell’altra parte facendo finta di niente.

È quello che è accaduto a Mišo, un altro ragazzo di etnia Rom nato in Italia circa trent’anni fa. Anche i suoi genitori sono dovuti scappare da una Sarajevo assediata e ridotta alla fame dove persino il caffè e le sigarette erano un lusso in quei tristi momenti. Mi parla dei Cetnici e delle violenze che la sua gente ha dovuto subire e degli anni passati nel campo, prima di occupare una vecchia fabbrica dismessa. Da sette anni aspetta il processo che dovrebbe, condizionale quanto mai d’obbligo, concedergli la cittadinanza italiana. Un’attesa lunga, snervante, dovuta anche al fatto che i suoi genitori prima di morire non sapevano a chi rivolgersi per chiedere un documento d’identità.

Sono centinaia i ragazzi come Svonko o Mišo. Storie strazianti, che fanno male al cuore. Di vite perdute, difficilmente recuperabili, transitati per le carceri italiane che li segneranno per sempre. Chiedono di essere riconosciuti e lo chiedono adesso. Sono stanchi di essere la manovalanza per criminali senza scrupoli, che sfruttano la loro condizione d’invisibilità. Ne ho incontrati molti in questi giorni. Nei loro occhi, grandi e neri, ho visto tanta voglia di vivere. Di costruirsi un futuro migliore, lontano da orribili campi rom. Figli di un’Italia che li ha abbandonarli al loro triste destino.

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Mattia Bagnato

 

[Le fotografie sono state scattate da Mattia Bagnato in una fabbrica occupata fuori Roma]

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