“Les Amoureux des Bancs Publics”, viaggio nella Tunisia della street-art

Les Amoureux des Bancs Publics – la rue qui résiste avec l’art è un documentario prodotto dalla cooperativa Sunset Studio e scritto e diretto da Gaia Vianello e Juan Martin Baigorria, che mostrerà, attraverso un viaggio nella Tunisia odierna e post rivoluzionaria, come “l’arte possa cambiare il mondo”. L’intervista a Juan, co-regista e direttore della fotografia.

Sembrerà una domanda banale, ma come mai avete scelto di creare e produrre questo documentario? Perché proprio la Tunisia?

Volevamo capire come era cambiata la Tunisia dopo la Primavera Araba. La Tunisia rappresenta forse l’esempio più riuscito di quell’insieme di movimenti che hanno preso vita alla fine del 2010. Una volta giunti a Tunisi, però ci siamo resi conto che l’arte di strada è uno dei modi con cui i giovani tunisini si riappropriano dello spazio pubblico. Abbiamo trovato un ambiente culturale molto vivo e questo ci ha fornito di volta in volta nuovi spunti per il documentario.  Nelle 3 sessioni di riprese compiute tra il 2015 e il 2016 abbiamo conosciuto nuove associazioni e collettivi, persone pronte a raccontarci il loro modo di esprimere l’arte con un entusiasmo che qui in Europa è difficile ritrovare.
Il documentario è nato da un’idea di Gaia Vianello che è stata in Tunisia nel 2014. Nasce dagli incontri e dalle conversazioni con i giovani tunisini coinvolti nella rivoluzione e che da allora non hanno intenzione di fare passi indietro rispetto a quello che hanno conquistato. Nel documentario parliamo dei diritti più banali, come quelli relativi allo spazio pubblico: ad esempio il poter andare in piazza e praticare la break dance, oppure scrivere sui muri le proprie idee per condividerle con altri, fare dei flash mob organizzati o anche solo poter suonare musica liberamente su Avenue Bourghiba in pieno centro di Tunisi.

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Tutte le foto sono riprodotte per gentile concessione di Juan Martin Baigorrìa

Il ruolo della strada e dell’ambiente urbano è centrale in tutto il documentario quindi…

Sì, la strada rappresenta una componente strettamente centrale. È dalle strade e dalle piazze che è partita la rivoluzione e questi luoghi rappresentano oggi più che mai un momento forte di interazione tra i cittadini, per condividere il proprio pensiero ed esprimere le proprie idee. E’ uno spazio al quale ci si sente di appartenere e che si vuole vivere e condividere.

Il documentario rompe molto con l’immagine che tutti abbiamo della Tunisia in questo periodo, come una rivoluzione conclusa e, forse, fallita: credi che sia, invece, ancora un “work in progress”?

La Tunisia in questo momento è un po’ come se fosse stretta in una morsa: da un lato, c’è l’avanzamento dell’oscurantismo islamico, legato ad una lettura rigida del Corano che cerca di imporre lo stato islamico; dall’altro c’è chi in nome della “lotta al terrorismo” vorrebbe imporre l’autoritarismo dei tempi di Ben Alì, esercitando più potere sui cittadini. Noi abbiamo cercato di mostrare come ci sia anche altro, come la società civile sia presente e abbia voglia di partecipare, organizzandosi in associazioni e in gruppi culturali per portare avanti un messaggio: quello della partecipazione.

Il terrorismo di Daesh è il leitmotiv della contemporaneità in Tunisia, come l’arte può essere un rimedio in uno dei paesi con maggiore affiliazione giovanile a Daesh?

Crediamo proprio di sì, l’arte diventa messaggio e strumento di cittadinanza attiva e può essere una risposta efficace all’avanzamento dell’oscurantismo islamico. 

Ad esempio sui monti della Semmama, zona remota della Tunisia ai confini con l’Algeria, dove la minaccia del terrorismo incombe attraverso i campi di addestramento dei jihadisti, abbiamo incontrato i Ghar boys, i ragazzi della grotta, un gruppo di giovani e giovanissimi che si allenano alla break-dance. Hanno tra i 4 e i 20 anni e si dedicano con grande energia ed entusiasmo alla cultura hip-hop e trovano in questo un forte obiettivo da perseguire, una speranza che fa da contraltare, in una regione remota come questa, dove la disoccupazione è altissima, dove il governo non fa niente per cambiare la situazione e i jihadisti trovano terreno facile per reclutare nuovi adepti tra chi la speranza non ce l’ha più.

Qual è l’obiettivo del vostro documentario?

Il documentario si pone l’obiettivo da un lato di dare voce agli esponenti della corrente culturale della street-art, quali ad esempio Zwewla, Art Solution, Blech7ess, Danseurs Citoyens, Mass’Art, Ghar Boys e tanti altri, di raccontare le loro storie, il loro impegno nel quotidiano e dall’altro di sensibilizzare la società civile occidentale sulla situazione attuale che oggi vive la Tunisia.

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Come descriveresti questo documentario e la tua esperienza in 3 parole?

Una parola sicuramente è “partecipazione” perché abbiamo vissuto in prima persona l’impegno civile, l’entusiasmo, la voglia di comunicare, la voglia di esprimersi e la voglia di partecipare dei giovani tunisini, la loro forza di partecipazione ci ha coinvolto in prima persona. L’altra parola è “street art” perché l’arte di strada diventa strumento di comunicazione e di impegno civile, di contestazione contro la politica e la società e riappropriazione giusta dello spazio pubblico.

La terza è, per forza di cose, “rivoluzione”. Perché la rivoluzione ha portato un cambiamento, ha portato alla riappropriazione dello spazio pubblico ed è quello che i giovani tunisini continuano ancora oggi a difendere con grande tenacia.

In buona parte questo documentario ha qualcosa in comune con le storie che vogliamo raccontare. Siamo partiti verso la Tunisia sull’onda dell’entusiasmo, senza cercare finanziamenti e con un’idea abbastanza precisa, idea che poi si è evoluta di volta in volta. Volevamo partire subito senza sprecare energie o tempo prezioso. All’inizio quindi abbiamo finanziato noi in prima persona le riprese e i viaggi per poi muoverci attraverso una produzione dal basso, quella del crowdfunding.
I collettivi e le associazioni che abbiamo incontrato in Tunisia si sono in buona parte autofinanziati e questo denominatore comune tra noi e le realtà che volevamo raccontare ci ha permesso di avere un punto di vista più vicino, ci ha permesso di leggere le loro storie da uno stesso piano.

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Il progetto è stato sostenuto inizialmente dal crowfunding: è ancora possibile effettuare delle donazioni per sostenervi?

È possibile sostenere la post-produzione del documentario, il montaggio, la color correction, il sound design, le musiche originali, le traduzioni dall’arabo e il sottotitolaggio, attraverso una donazione con un versamento bancario (IBAN IT11M0503411795000000198005), e scegliendo di ricevere in cambio il link per lo streaming, il dvd, le foto originali di scena o una proiezione pubblica, a seconda della donazione. Per qualsiasi informazione è possibile contattare la casa di produzione Sunset che ci ha sostenuto: info@sunsetstudio.it.

Il documentario è ancora in fase di post produzione e vi consigliamo di seguirne gli aggiornamenti sulla pagina Facebook ad esso dedicata.

Anna Nasser

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