Il governo Gentiloni, le tensioni nel PD e la fine del Renzismo

Sono passati quasi venti giorni dal tanto discusso referendum del 4 dicembre e più di una settimana dall’insediamento del nuovo Governo guidato da Paolo Gentiloni. Sembra che in questo lasso di tempo niente sia successo e niente stia succedendo, ma non è così. È vero che stiamo assistendo ad un generale stallo della politica italiana, ed è anche vero che in molti stiano cercando di capire le reali intenzioni dei leader dei vari schieramenti, sia del Governo che di opposizione, ma soprattutto sembra che stiamo veleggiando, molto lentamente, verso il voto per la nuova legislatura. Intanto, nell’attesa di capire chi sta governando, come scriviamo qui, un nuovo esecutivo è stato nominato dal Presidente della Repubblica e ha ottenuto la fiducia sia alla Camera, con 368 voti a favore e 105 contrari, sia al Senato, con 169 contro 99.

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Il Governo Gentiloni

Ma qual è il compito del nuovo Governo?

Il compito del nuovo Esecutivo dovrebbe essere uno e uno solo: dare ai cittadini una nuova legge elettorale che permetta di andare al voto il prima possibile. In questo momento abbiamo due leggi elettorali diverse: al Senato il “consultellum” e alla Camera l’ “italicum”, che però deve passare il controllo di costituzionalità da parte della Corte prevista per fine gennaio. Ora è impossibile andare a votare. Dall’Assemblea Nazionale del PD, Renzi ha proposto il Mattarellum, quella legge in vigore dal 1992 al 2005 che porta il nome del suo inventore, l’attuale Presidente della Repubblica Mattarella.

La squadra di Governo è intanto stata sostanzialmente confermata, ed era logico aspettarsi niente di diverso in così poco tempo e a fine legislatura, ma un paio di curiose stranezze ci sono eccome. Maria Elena Boschi, ex Ministra con delega alle riforme e prima firmataria della riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 dicembre è stata nominata sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, quando invece avrebbe dovuto essere completamente depauperata, come lei stessa ha affermato, mentre Luca Lotti, il braccio destro di Matteo Renzi, è stato nominato Ministro dello Sport. Avrebbe potuto essere nominato anche Ministro delle merendine, cosa che effettivamente gli avrebbe reso più onore, ma il senso più profondo di questa scelta da parte del Premier Gentiloni è uno e uno solo: il giglio magico di Renzi non è sparito.

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Maria Elena Boschi, Matteo Renzi e Luca Lotti

Gli altri cambi sono quello di Alfano che passa dal Viminale alla Farnesina, sostituito da Marco Minniti, e di Valeria Fedeli all’istruzione al posto della Giannini.

Assemblea PD

Domenica 18 dicembre si è invece tenuta l’Assemblea nazionale del Partito Democratico, la riunione di partito a cui partecipano circa mille componenti eletti direttamente con il voto delle primarie e con liste collegate ai diversi candidati alla segreteria. Tra i numerosi interventi i più importanti sono stati quelli di Roberto Speranza, storico volto della minoranza interna al Partito, si è candidato per le prossime primarie, e di Roberto Giachetti, Vicepresidente della Camera, che ha definito proprio Speranza come uno che ha “la faccia come il culo”, dopo che ha appoggiato la mozione di Renzi sul Mattarellum, dicendo che era stata una sua idea.

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Il discorso più importante ed atteso è stato però quello di Matteo Renzi. Il segretario dem, in un’ora di intervento, ha fatto una breve analisi della sconfitta al referendum, ha consigliato di tornare al Mattarellum, proponendo la mozione di cui ho parlato prima e ha ringraziato tutti i cittadini che hanno votato. Ha anche aggiunto che si aspettava di perdere con 13 milioni di Si, quando invece sono stati 13 e mezzo, e ha attaccato il Movimento 5 Stelle definendolo “un’azienda privata che firma contratti con gli amministratori”. Ha concluso dicendo: “I signori del NO non sottovalutino che c’è un 41% su cui fare i conti.”

La fine del Renzismo  

Vorrei partire con una considerazione: quelli che dicono e che pensano che Renzi ha il 41% dei consensi non ci hanno capito niente. Il referendum del 4 dicembre è stato solo in parte un voto prettamente politico, quando invece ritengo e spero che la maggior parte degli italiani abbiano espresso, con motivazioni varie e giustificate, il loro parere sulla riforma costituzionale.

Due esempi: il 9 e 10 giugno 1985 gli elettori furono chiamati a decidere se abrogare la norma che comportava un taglio dei punti della scala mobile. Il referendum, promosso dal Partito Comunista Italiano vide i favorevoli all’abrogazione fermarsi al 45%. Il PCI, quindi, nelle successive elezioni avrebbe dovuto prendere più o meno la stessa percentuale, quando invece si fermò al 25, ben 20 punti in meno rispetto a quanti presi al referendum. Il 25 e 26 giugno 2006, si è tenuto un referendum costituzionale su iniziativa del centro-destra. Vinse anche in questo caso il NO, con il 65%, caldamente appoggiato dalle forze di centro-sinistra. Alle successive elezioni, quelle dell’aprile 2008, Walter Veltroni, candidato premier del centro-sinistra ottenne poco meno del 38%, mentre Silvio Berlusconi superò il 42.

Questi sono solo due esempi di come i referendum, di qualsiasi natura, non possono essere considerati come dei veri termometri, anche e soprattutto perché hanno quella caratteristica di aut aut che non permette di riportare il consenso a livello politico. Detto ciò passiamo a Matteo Renzi.

Il Renzismo è finito. Attenzione, non è finito Renzi, ma la sua ideologia politica è naufragata con il voto del 4 dicembre. Ha perso un disegno personalistico e di accentramento del potere verso una sola persona. Renzi, ora in esilio nella sua Pontassieve, alle prossime elezioni politiche ci sarà e sarà probabilmente il favorito alla vittoria finale. Ha tratto insegnamento dai due anni di Governo, ha capito quanto sia difficile governare un Paese come l’Italia e forse ha capito quanto sia stato sbagliato circondarsi di persone che lo stimavano e ammiravano.

Renzi è un buon politico, e di cose, giuste e sbagliate, ne ha fatte. Il suo più grande errore è stato quello di non rottamare la classe politica, ma di scambiarla con una serie di amici e confidenti provenienti dal giglio magico, quel cerchio di pretoriani di cui si fidava ciecamente e che l’avrebbero seguito ed appoggiato qualsiasi cosa avrebbe fatto. Quando ti circondi di sole persone che ti applaudono e non ti criticano diventa davvero difficile essere oggettivamente lucido nel vedere come stanno andando le cose, e quando te ne accorgi è ormai troppo tardi. L’esempio più lampante è quello di Maria Elena Boschi: ha avuto libertà d’azione nella stesura della nuova riforma costituzionale, e quando l’ex premier ha capito che non era la riforma giusta per vincere ha provato in tutti i modi a limitare i danni, senza però riuscirci.

Ora Renzi ha davanti una sfida molto difficile, una sfida che non deve essere combattuta all’esterno del giglio magico ma al suo interno. Deve essere bravo a circondarsi di persone valide e fidate, ma non di amici o di leccapiedi. Deve tornare ad essere quello che girava l’Italia in camper, quello che voleva tagliare le poltrone e quello che voleva dare una spinta più forte al Paese. Ma deve tornare soprattutto ad essere il Renzi ironico, e non sarcastico, perché il sarcasmo agli italiani non piace.

Giacomo Bianchi

 

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