Babbo Natale è liberista

Dichiarazione shock: tutta la redazione del Bottonomics crede seriamente nell’esistenza di Babbo Natale. Non stiamo qui a presentarvi le prove empiriche, ma fidatevi, non si tratta di una fede incondizionata. Eggià, la Babbo Natale SPA è viva e vegeta, anche se deve fare i conti con l’alto costo del lavoro in Lapponia. Purtroppo in tutto ciò non c’è nulla di magico.

Infatti, babbo Natale è liberista, che non è una malattia, ci mancherebbe. Però il liberismo come l’abbiamo conosciuto noi è consumo sfrenato e inquinamento. Ok, giuro che non mi metto a parlare di decrescita felice, non mi pare il caso e manco la soluzione. No, questo articolo nasce da una lunga disquisizione interna alla redazione del Bottonomics su quanto il consumo responsabile sia utile e sopratutto giusto. Badate, giusto nel senso che non ci è molto chiaro perché il consumatore dovrebbe essere il responsabile principale del decadimento ambientale e delle condizioni lavorative, frutto di un sistema che ha perso la bussola ormai da un po’ di anni. E siccome il Natale è consumo e Babbo Natale, in questo, è uno stronzo, non possiamo che dedicare l’articolo pre-natalizio ad un lungo pippone sul ruolo del consumatore.

Le responsabilità del consumatore

“Twas the night before Christmas…”, no non è vero, era l’altro giorno e a Natale mancava ancora una settimana. Quel giorno era uscito un ottimo articolo di Sabrina Mansutti per TBU che, parlando di produzione agricola sostenibile, concludeva così: “Se vogliamo che le cose cambino la palla in mano ce l’abbiamo noi consumatori”. Da qui muove il nostro ragionamento. È raggiungibile lo status di “super consumatore” che sappia discernere il bello e il brutto nei prodotti e scegliere in base a questo? Non è che niente niente il consumo critico è un’altra trovata del kapitali$mo libberista???

No, dietro al consumo consapevole non c’è nessun complotto. Però, per sua natura, il capitalismo tende ad accumulare la ricchezza verso l’alto e in più oggi pare che questo sistema tenda a chiedere alla classe media di spendere di più, dandogli l’illusione che si possa cambiare rotta dal basso. Ma salvare il pianeta (perché di questo si tratta) è davvero responsabilità del consumatore?

Il consumatore critico esiste già

Innanzitutto, qualche dato. Un rapporto di Findomestic, uscito lo scorso novembre, ci ricorda come sette italiani su dieci siano disposti a premiare ed a pagare di più i prodotti delle aziende sostenibili e addirittura il 64% degli intervistati arrivi a boicottare le aziende non sostenibili. Tutto molto bello. Ma poi c’è un problema di potere d’acquisto. Vincolo di bilancio direbbero gli economisti. La grana direbbe Razzi. In poche parole, se non arrivi a fine mese è difficile comprare i prodotti bio, veg, a chilometro zero e cazziemazzi. Cioè, poi magari si riescono a trovare anche buoni prodotti a prezzi onesti, però ad occhio, uno che vive in città ed esce la sera tardi da lavoro, si fionda nel primo supermercato che trova. Però, appunto, visto che il trend sembra invertito, ammettiamo pure che il consumatore abbia un maggiore interesse verso il consumo responsabile. Ad ogni modo, dire che il movimento dal basso non porti a risultati è abbastanza sbagliato. Vedi, ad esempio, la storia dell‘olio di palma che, con toni magari a volte un po’ troppo apocalittici, ha portato quantomeno ad una sensibilizzazione delle imprese al tema. Ora, mi direte voi, è solo l’inesorabile legge della domanda e dell’offerta. Anfatti. Ed è proprio in questo che il consumo responsabile ha la sua ragion d’essere. Aumenti la domanda dei prodotti sostenibili e per forza l’offerta si alza.

Ecco, però ci sarebbe un problemino. Dov’è la causalità? È la domanda che causa l’offerta o è l’offerta che indirizza la domanda? Statisticamente si direbbe che c’è un problema di endogeneità. Così a spanne viene da dire che, visti gli ultimi decenni di turbocapitalismo e la miriade di oggetti, diciamo così, poco utili esposti nelle nostre case, è il produttore ad indirizzare il consumatore. Dunque, prendendo questo assunto come vero, si finisce per pensare che con il consumo critico ci facciamo poco e che la tanto incensata spinta dal basso può andare a farsi benedire. Tristemente ricordo che questo magazine si chiama The Bottom Up, dal basso verso l’alto.

Il cambiamento dall’alto

Dunque, non ci resta che piangere la spinta dall’alto. E l’azione top-down da chi è veicolata? Si dirà, dal cittadino. Eh, ma allora è il cittadino che richiede dal basso le politiche sostenibili e quindi forse una speranza ancora c’è. Però il cittadino, in fondo, è fisicamente la stessa persona del consumatore e quindi entriamo in un cortocircuito senza vie d’uscita. Certo, il cittadino è attento all’ambiente, mentre il consumatore acquista le banane prodotte in modo tutt’altro che sostenibile (per utilizzare una metafora relativa all’articolo di Sabrina citato prima). Però, sebbene questa dicotomia sia abbastanza vera in teoria, lo è molto meno in pratica. Tuttavia, ammettiamo pure che sia possibile veicolare delle politiche dal basso che regolino la produzione senza dover far ricorso ai  meccanismi di mercato. In altre parole, mettiamo una carbon tax e delle regole ben precise sul trattamento dei lavoratori. Scusate, devo dirlo di nuovo. Tutto molto bello.

Già perché poi se lo fai solo tu, nel tuo orticello, nella tua bella oasi autarchica, non risolvi nulla e anzi è pure dannoso per te perché diventi meno competitivo. Ammettiamo pure che l’occidente tutto cambi rotta e si apra ad una produzione attenta all’ambiente, alla esigenze del lavoratore e a quelle del produttore (che visto l’andazzo non mi pare troppo verosimile). Ci sarebbero comunque gli stati emergenti che se ne infischiano delle nostre menate. Loro vogliono crescere. Punto. Anche se in Cina pare che un minimo di coscienza stia iniziando ad emergere dal basso, almeno per quanto riguarda le tematiche ambientali, ma è ancora pochino.

Come avrete capito dopo tutto questo bel pippone, una risposta univoca su come far fronte al problema della produzione non sostenibile noi non ce l’abbiamo. Che poi non si tratta neanche di fare la rivoluzione, eh. Cioè, d’accordo tenetevi pure i mezzi di produzione, però evitiamo di schioppare tutti tra 50 anni. In definitiva, il consumo critico è necessario, ma bisogna trovare pure un modo per imporre una produzione più sostenibile. Insomma, produci, consuma responsabilmente, crepa.

@RobertoTubaldi

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2 pensieri su “Babbo Natale è liberista

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