Economia, Mercati e Istituzioni riforma la prova finale

A cosa serve la prova finale di un corso di laurea triennale? Qualunque sia la modalità con cui essa viene sostenuta, la prova finale dovrebbe essere uno strumento per valutare il raggiungimento di obiettivi minimi del percorso accademico, tra i quali, comune a tutte le Scuole (ex Facoltà) vi è la capacità di sviluppare un pensiero critico e di riuscire a dimostrare l’avvenuta comprensione delle tematiche affrontate nei tre anni di percorso. Ci sono ovviamente dei distinguo non irrilevanti, ma è opinione di chi scrive che in un corso di laurea di economia togliere il momento più simbolico e rilevante di simulazione di ricerca rischia di far emergere criticità difficilmente risolvibili. Lo studente che non è più chiamato a confrontarsi con il metodo di produzione scritta potrebbe trasferire gli errori durante l’elaborazione di documenti più importanti (tesi magistrale, per esempio) e lavorerà più lentamente, mancandogli l’esperienza, per quanto minima, che si richiede abbia già acquisito.

A tal proposito in questi giorni una notizia riguardante l’università di Bologna ha scosso l’opinione pubblica, forse anche più di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il corso di laurea triennale in Economia, Mercati e Istituzioni (EMI) della scuola di Economia, Management e Statistica ha deciso di riformare la prova finale per il conseguimento del titolo accademico, mandando in pensione l’attuale elaborato scritto in favore di un più, dicono i docenti, efficiente test al computer.  Più nel dettaglio, la riforma prevede che lo studente, una volta finiti gli esami curriculari e iscrittosi ad una sessione di laurea, scelga liberamente una tematica tra quelle proposte dalla commissione e si prepari nelle settimane precedenti la laurea, anche con l’aiuto di qualche docente se disponibile, al fine di sostenere un esame in sede comune con i colleghi. Durante l’esame, il candidato sarà chiamato a scrivere un tema sull’argomento a computer in un determinato lasso temporale, analizzando quanto più possibile l’argomento e dimostrando l’acquisizione degli strumenti metodologici che rappresentano l’obiettivo del corso di laurea.

Molte parole sono state sprecate sull’”abolizione della tesi”, anche su quotidiani di una certa rilevanza (qui), ma la verità è che la tesi di laurea per i corsi di Economia è già un ricordo da tempo. Quella che viene riformata è la prova finale, che verrà cambiata radicalmente nelle modalità. La formula attuale, infatti, non è definibile tesi, come si può leggere anche nelle linee guida del corso (qui link a testo completo):

La prova finale, è bene sottolinearlo subito, NON è una tesi di laurea. Non si tratta, in altre parole, di un lavoro di ricerca vero e proprio, destinato a impegnare lo studente diversi mesi. Non è però nemmeno un semplice prendere appunti da questo o quel manuale, come normalmente si fa quando si prepara un esame. La prova finale consiste in una relazione scritta, impostata con l’aiuto di un docente, su di un argomento a piacere in cui il laureando deve dare prova di padroneggiare gli strumenti metodologici e teorici acquisiti durante il corso di studi. Nel suo “piccolo” un compito impegnativo: è quindi importante acquisire un metodo di lavoro per svolgerlo al meglio.

Qualche perplessità però emerge da questo nuovo metodo di valutazione della carriera e, se i docenti appaiono compatti nel sostenere la riforma, gli studenti sembrano molto meno convinti, preoccupati come lecito che ciò vada a discapito della propria formazione. Per cercare di trovare una mediazione tra le parti, i docenti hanno infine riunito una assemblea comune con gli studenti del terzo anno (a cui però hanno partecipato anche studenti degli altri anni, essendo interessati ugualmente dalla riforma), che si è svolta il 13 dicembre nell’aula magna dell’edificio di Economia in piazza Scaravilli.

In questa sede i professori presenti (il coordinatore del corso Stefano Toso, Roberto Golinelli e Anna Stagni) hanno esposto le motivazioni che hanno portato alla formulazione della riforma e che possiamo riassumere in tre punti principali: l’elevato carico di lavoro a cui sono soggetti i docenti, ai quali la Scuola chiede di gestire una massa di studenti raddoppiata in cinque anni con le medesime risorse; la bassa qualità degli elaborati scritti degli studenti ai quali si rimprovera anche un preoccupante numero di casi di copiatura;  la maggiore efficienza nel garantire il conseguimento del titolo “in corso”, anche considerate le esperienze passate di studenti “incapaci di trovare relatore e argomento che hanno perso l’anno per una prova che vale la metà di un esame ” (5 cfu contro gli 8-10 degli esami ordinari).  Agli studenti iscritti al II e III anno viene comunque garantito un periodo di transizione in cui le due modalità saranno entrambe disponibili, inserendo però un requisito di merito per cui solo gli studenti con una media superiore al 27/30 avranno la possibilità scegliere la modalità pre-riforma.

Al termine della presentazione gli studenti hanno potuto esprimere i loro dubbi e le loro critiche a questa riforma che, anche per colpa dell’orribile sistema rappresentativo dell’Università di Bologna che impone una rappresentanza di tre anni, viene tacciata di essere “anti-democratica”, poiché votata da rappresentanti ormai laureati e prima dell’elezione di quelli nuovi, senza alcun confronto con gli studenti. Le critiche emerse dal dibattito sono state, a parere di chi scrive, estremamente e sorprendentemente costruttive.

Uno dei primi a prendere parola è stato Valerio Tuccella, studente al secondo anno di Emi, che ha subito espresso i suoi dubbi riguardo a quella che definisce “una soluzione un po’ troppo radicale”. L’attuale modalità, secondo lo studente, non valorizza sufficientemente il momento della prova e in questa carenza di valore va ricercata la causa dei problemi di scarsa qualità e dei fenomeni di copiatura. Non essendoci incentivo lo studente non ci si dedica. Non è quindi necessario passare ad una prova computerizzata, al contrario bisogna ridare valore all’elaborato scritto, incentivando lo studente.

Altri tra gli studenti si sono dimostrati più accomodanti verso le nuove modalità, in particolare una ragazza del terzo anno ha voluto prendere parola per avvertire i colleghi sulle difficoltà che comporta la ricerca di un relatore e di un argomento, sottolineando come una soluzione che velocizzi i tempi di laurea sia assolutamente auspicabile.

Altri ancora hanno sollevato dubbi sul fatto che l’assenza di un elaborato scritto redatto dallo studente in concerto con un docente possa penalizzare gli studenti in fase di immatricolazione ad altri atenei, in particolare all’estero. A questo dubbio i docenti hanno risposto mettendo in discussione l’effettiva utilità del saggio di fine laurea triennale come presentazione del candidato, ma rassicurando gli studenti sulla disponibilità ad aiutarli in questo senso, qualora necessario.

Una critica interessante è emersa infine sulle questioni del merito. Una studentessa del secondo anno, sostenuta da altri colleghi, ha messo in dubbio l’utilizzo della media aritmetica dei voti come indicatore del valore dello studente, facendo eco ad una importante tradizione di pensiero che, anche e soprattutto a Bologna, insegue il sogno di una valutazione di merito che sia più profonda e che tenga conto di altri aspetti che non siano il puro rendimento. A questa osservazione i docenti si sono dimostrati molto ricettivi e pur difendendo la media come l’indicatore più immediato del merito, anche se molto rozzo, hanno tenuto a sottolineare come questa serva più che altro a definire dei paletti. Nulla vieta ai docenti di accettare e proporre in commissione studenti che intendano sostenere l’elaborato scritto “in deroga” ai requisiti di merito.

Alla fine della discussione il risultato è stato un buon compromesso tra le parti, che verrà definito nei prossimi incontri: a tutti gli studenti immatricolati fino al 2016/17 (compreso quindi il primo anno, precedentemente escluso) dovrebbe venire infatti garantita la doppia modalità di prova finale. Rimarranno i requisiti di merito ma si potranno prevedere eventuali deroghe qualora ammissibili. La riforma diventerà effettiva per gli immatricolati del 2017/18 che saranno i veri destinatari di questa nuova modalità di esame.

Edit gennaio 2017: a seguito della riapertura di un tavolo di confronto tra studenti e docenti si è arrivati alla conclusione che la media utile per poter scegliere l’elaborato scritto in sede di esame di laurea è stata abbassata a 26 (inizialmente si era pensato a 27), inoltre si conferma l’inclusione degli studenti immatricolati nel 2016/17 all’interno del periodo di transizione, per cui sarà possibile anche per questi ultimi scegliere la modalità di esame più idonea. Confermata inoltre la possibilità di scegliere l’elaborato scritto in deroga alla norma anche per coloro che non soddisfino i requisiti di merito (26/30) ma ricevono parere positivo dal consiglio docenti.

Gli studenti hanno dimostrato una maturità che è stata riconosciuta dai docenti. Grazie a questo atteggiamento hanno ottenuto condizioni migliori e un valore aggiunto. La doppia modalità aumenta la libertà di scelta e permette ai più volenterosi di affrontare la loro prima esperienza di ricerca e produzione, per quanto elementare e non nella forma di una tesi, mentre garantisce a tutti gli altri una strada diversa e più semplice. Pur sostenendo la maggiore utilità dell’elaborato scritto per la carriera degli studenti, ampliare il ventaglio di possibilità può rappresentare una conquista. Il valore della scelta si vedrà in futuro, quando gli studenti che decideranno di continuare il loro percorso di studi si troveranno a dover produrre ciò che adesso non si vuole che facciano. Vedremo allora quanto sia utile permettere agli studenti di aggirare la ricerca e l’apprendimento del metodo in favore di una soluzione “efficiente”; vedremo se la qualità generale della ricerca cambierà e in che direzione.

Molto o tutto dipenderà dai risultati.

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