Aleppo, Siria, dove finisce l’umanità

This may be my last video. With no safe zone, no life: every bomb is a new massacre. Save Aleppo. Save Humanity.

Così @LinaShamy, giovane attivista siriana, lancia un messaggio diretto a chiunque, nel mondo, possa o voglia ascoltarlo. I bombardamenti sono sempre più violenti, i colpi di arma da fuoco sono sempre più ravvicinati. Assad ha rinconquistato Aleppo, manca una manciata di chilometri quadrati. Si avvicina la fine, ma nessuno delle migliaia di civili ancora in città sa cosa accadrà.

Aggiornamento del 15 dicembre

Ore 13. La tregua, però, sembra piuttosto fragile. Francesca Paci su La Stampa riporta nuovi messaggi da Aleppo: “Sono ricominciati i bombardamenti e le persone sono nel panico, chi stava aspettando di salire sui pullman è tornato indietro correndo, ci si nasconde dove si può, un missile ha colpito il tetto della mia abitazione.” 

Ore 10. L’evacuazione è stata avviata la mattina del 15 dicembre: 20 autobus hanno trasferito alcuni feriti e le loro famiglie nelle campagne circostanti. La situazione, tuttavia, resta tesa. Secondo quanto riportato da Middle East Eye e confermato da Reuters, uno dei convogli che stava lasciando la città con i feriti è stato attaccato con colpi di arma da fuoco da parte di un gruppo pro-Assad. Il bilancio parla di tre, ulteriori, feriti.

Mezzanotte. Secondo quanto riportato dal Guardian, nella notte tra il 14 e il 15 dicembre un nuovo coprifuoco entrerà in vigore per permettere una fuga sicura ai civili rimasti nei quartieri Est di Aleppo. Il sistema di evacuazione risponde agli appelli di molte ong, Amnesty International in testa, oltre che alle pressioni della società civile che è scesa in piazza in diverse capitali europee (qui un’immagine di Sarajevo) in solidarietà con Aleppo.

L’accordo prevede l’evacuazione dei feriti da Fua e Kefrayadue, due villagi sciiti controllati dai ribelli. Si tratta di un’importante concessione all’Iran, escluso dal precedente accordo per il cessate il fuoco, ma attore primario a sostegno di Assad. Infatti, la presenza di milizie esterne, alcune delle quali sostenute e finanziate dall’Iran, al fianco dell’esercito regolare siriano è da molti considerato un fattore cruciale sia per la vittoria contro i ribelli sia per l’escalation di violenza contro i civili.

La situazione aggiornata al 14 dicembre. Con il supporto della Russia e delle milizie sostenute dall’Iran (il cui ruolo è approfondito in questo articolo del Guardian), l’esercito di Bashar al-Assad stringe il cerchio sull’obiettivo, un tempo la città più grande della Siria, da cinque anni roccaforte delle opposizioni al regime di Damasco. In mano ai ribelli sono rimasti solo alcuni quartieri di Aleppo Est, ma la fine dell’assedio è vicina e la violenza cresce su tutti i fronti.

La sera del 13 dicembre, su pressione di Russia e Turchia, è stato trovato un accordo che prevede una tregua per permettere l’evacuazione sicura della città. Una tregua interrotta dopo solo qualche ora e che ha nuovamente bloccato la situazione in una nuova fase di stallo.

Non è chiaro quante persone siano intrappolate nell’area della città oggetto degli scontri. Staffan de Mistura, inviato speciale dell’Onu in Siria, stima che vi siano almeno 50.000 civili e circa 1.500 soldati – di cui quasi un terzo provenienti al gruppo jihadista precedentemente conosciuto come al-Nusra. Secondo fonti locali riportate dalla BBC, invece, sono almeno 100.000 le persone intrappolate.

Aleppo Syria
Aleppo | Credits: GVC Onlus

Le condizioni nella città sono disastrose. Strade ed edifici sono distrutti, i pochissimi operatori sanitari ancora ad Aleppo Est faticano ad operare e temono ogni giorno di più per la loro salute. Come riporta Angelo Romano su ValigiaBlu, anche i Caschi bianchi, il gruppo di volontari che in questi mesi ha instancabilmente sostenuto la popolazione, non riescono a tenere il passo del soccorso dei feriti: la scarsità di carburante e la frequenza delle esplosioni fa sì che sia sempre più difficile prestare soccorso a tutti i feriti. Secondo Human Rights Watch, non c’è cibo, acqua potabile, alcuna medicina.

Come se non bastasse, le poche informazioni che filtrano dalla città raccontano di un clima di ritorsioni e vendetta: l’esercito siriano, nella sua avanzata, non guarda in faccia nessuno. Le Nazioni Unite stesse hanno denunciato che le forze di Assad stanno uccidendo persone civili sulla porta di casa, per la strada, senza alcun motivo. Una prima stima riporta che nella sola giornata di martedì 13 siano state uccise 82 persone di cui 11 minori. Secondo l’UNICEF, almeno 100 bambini sono bloccati in un edificio nei quartieri sotto attacco. Secondo il Ministero della difesa russo, tra martedì e mercoledì, più di 6.000 persone hanno lasciato i quartieri sotto il controllo dei ribelli nonostante il piano di evacuazione non fosse ancora attivo. Ma c’è anche chi resta.

Nella stessa area ci sono ancora giornalisti ed operatori umanitari, come parte dello staff di GVC Onlus. “Siamo chiusi in casa, provano a raccontare, Decidere se uscire o no significa decidere se rischiare la nostra vita e quella dei nostri bambini: in strada può succedere di tutto, le pallottole vaganti e i colpi di mortaio sono aumentati. Però non vogliamo lasciare Aleppo, c’è la nostra vita qui.” 

Aleppo Syria Water
Credits GVC Onlus

Nel frattempo sempre più persone affidano a Facebook e Twitter i loro messaggi di addio. L’impressione è che sia in arrivo la fine del mondo. “Sono qui che aspetto di morire o di essere catturato dal regime di Assad… Pregate per me e non dimenticatevi di noi” ha scritto il fotografo Ameen al-Halabi su Facebook. Quartz, invece, ha raccolto i video pubblicati da alcuni attivisti che, nonostante tutto, provano a lanciare un messaggio al mondo fuori dalla città. Perché la verità è che questa drammatica situazione non è un’ipotesi, è quanto sta accadendo ad Aleppo proprio ora, proprio adesso.

Zouhir al Shimale, un giornalista freelance che collabora con Al Jazeera, Middle East Eye e The New Arab, aggiorna in maniera costante la sua timeline con quanto sta accadendo attorno a lui. In un video condiviso mercoledì mattina si vede un falò:”Una delle persone che vive qui, racconta il reporter, sta bruciando la sua motocicletta perché vuole scappare, ma non vuole che il regime se la prenda per, magari, rivedenderla in futuro.” Tutto attorno, un gruppetto di persone cerca di scaldarsi le mani vicino al fuoco.

Secondo alcune fonti riportate dal DailyBeast, ci sono stati diversi suicidi proprio in questi giorni per evitare di finire nelle mani dell’esercito di Assad: 20 donne si sarebbero suicidate solo questa mattina per non essere violentate dai soldati. 

Angela Caporale
@puntoevirgola_

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