Donald Trump, presidente rivoluzionario o populista ingenuo?

Le ultime elezioni di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sono state senza dubbio le più analizzate e discusse dai tempi di Reagan. Se quindi non è necessario dilungarsi ulteriormente circa i motivi socio-economici della sua ascesa, certo è che già due mesi prima della cerimonia di insediamento prevista per il 20 gennaio 2017 il Tycoon newyorkese aveva infranto numerosi protocolli e convenzioni dell’establishment americano. La prassi avrebbe voluto infatti che nei mesi di transizione il Presidente Eletto si limitasse ad incontri di consultazione con il Presidente in carica per garantire una continuità, o quanto meno una armonizzazione, delle politiche dei due rispettivi esecutivi. Donald Trump invece ancora una volta ha utilizzato la sua posizione come cassa di risonanza del suo modus vivendi, l’etichetta non è il fine ma solo il mezzo per le sue scelte e le sue scelte sono dettate dal quell’istinto viscerale che nel bene e nel male lo ha reso oggi l’uomo più irriverente e rivoluzionario degli Stati Uniti d’America.

In questo senso dunque la chiamata intrattenuta da Trump con la Presidentessa della Repubblica di Taiwan Tsai Ing-Wen ha scosso le fondamenta stesse dell’ordine asiatico. Tutto ebbe inizio a  partire dalla fine seconda guerra mondiale quando uno dei cinque seggi permanenti del consiglio di sicurezza venne assegnato al governo nazionalista di Chang Kai-Shek, leader anticomunista nella guerra civile. A seguito poi delle normalizzazioni dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, volute da Nixon 1972, il ruolo di Taiwan era diventato sempre più marginale fino al punto di veder perdere il proprio posto nel consiglio di sicurezza dell’ONU. Da quel momento gli Stati Uniti semplicemente avrebbero deciso di terminare qualsiasi forma di riconoscimento diplomatico nei confronti di Taiwan per non dare fastidio al governo continentale; il quale si apprestava, dopo la morte di Mao Zedong, ad aprirsi al modello economico capitalista.

La sconvolgente telefonata di Trump potrebbe allora essere interpretata, anche senza conoscere il contenuto della conversazione, come parte dello schema di Trump nel processo di esclusione della Cina dal mercato statunitense, ma dell’isolazionismo che tutti si aspettavano e dal disimpegno militare con i vari paesi asiatici, Trump ha voluto mollare un vero e proprio schiaffo all’onore del paese. La telefonata è stata accolta dal governo di Pechino come un insulto ed il giorno successivo Geng Shuang, rappresentante del ministro degli esteri cinese, ha affermato: “Deve essere sottolineato come al mondo esista una sola Cina e che Taiwan sia parte inscindibile dal territorio cinese. Il governo della Repubblica Popolare Cinese rimane il solo legittimo governo rappresentante la Cina.”

Nonostante la sua attitudine a dire tutto ciò che gli passi per la testa intaccare il principio de “l’unica Cina” sembra essere stato un atto avventato anche per i suoi standard, la distruzione dei rapporti sino-americani causerebbe un vuoto di potere determinato dalla scomparsa degli Stati Uniti come principale garante di stabilità del continente asiatico. Numerosi attori a partire dal Giappone per arrivare alle Filippine si ritroverebbero costretti a rivedere le proprie politiche di difesa in una situazione già volatile ed imprevedibile.

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La guerra mediatica di Trump è poi continuata nei giorni immediatamente successivi sul campo di battaglia preferito al Tycoon: Twitter. “Per caso la Cina ha chiesto il nostro permesso quando ha svalutato la propria moneta creando problemi alle esportazioni USA? Non credo proprio” e ancora “Trovo interessante che gli Stati Uniti vendano armi per milioni di dollari a Taiwan e poi non si possa accettare una chiamata di congratulazioni” questi due tweet rappresentano solo una parte della paradossale corrente di pensieri in libertà che Trump ha rilasciato con il suo account. In contemporanea un imbarazzato futuro vice-presidente Mike Pence cercava di sminuire la situazione con richiami alla inesperienza e alla ingenuità di Trump ma il popolo americano ha imparato a non credere alle accuse di stoltezza spesso mosse nei suoi confronti, molte critiche possono essere rivolte a Trump, ma certo egli non è né ingenuo, né sprovveduto. La scena è apparsa agli americani come la classica recita del poliziotto buono contro il poliziotto cattivo, Mike Pence ha provato a chiudere la polemica sostenendo che qualsiasi decisione in materia di politica estera sarebbe stata comunque affrontata successivamente all’insediamento del nuovo Presidente.

Provando ad essere ottimisti la teoria dell’errore sovrappensiero dovrebbe valere, nel caso invece di mossa ponderata ci troveremmo di fronte ad una prospettiva politica rischiosa ed incerta. Senza scomodare alcuna ipotesi di complotto Trump starebbe giocando un gioco a somma zero delegando la responsabilità agli stati limitrofi alla Cina, lo scenario peggiore prospetterebbe una ennesima proxy war che se non controllata indirizzerebbe allo scontro le due nazioni più potenti del mondo esattamente come accadde per il Vietnam, ma in questo mondo pervaso di armamenti non convenzionali e arsenali all’avanguardia l’escalation sarebbe assicurata e devastante.

Tommaso Ceccarelli

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