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Turchia, giornalismo, censura: se questa è una democrazia

A partire dallo scorso luglio, mese del tentativo di colpo di stato, periodicamente e con una certa costanza i media italiani ci informano dell’ennesimo arresto o dell’ennesimo blitz che ha coinvolto le redazioni turche e i loro giornalisti. I dati più recenti risalgono a settembre e ci parlano di (almeno) 63 giornalisti attualmente in carcere, la chiusura di tre agenzie di stampa assieme a 16 reti televisive, 23 stazioni radio, 45 quotidiani, 15 periodici, 29 case editrici. Nonostante, per un motivo o per l’altro (migranti, trattative per l’ingresso nell’UE), si sia sempre tenuto un orecchio teso in direzione della Turchia, forse, data la situazione creatasi, ci è sfuggito qualcosa sullo stato della libertà di stampa nel paese. E non si tratta di una novità.

I volti dei 170 giornalisti incarcerati in Turchia.
I volti dei 170 giornalisti incarcerati in Turchia.

Il primo grande evento che diede palesemente inizio al cambio di rotta della libertà di stampa turca, all’uso della censura e alla trasmissione, o non trasmissione, di immagini distorte della realtà si ebbe con la rivolta di Gezi Park, nell’apparentemente lontano 2013. La protesta, nata inizialmente da un gruppo avverso all’abbattimento degli alberi nelle vicinanze di piazza Taksim per la costruzione dell’ennesimo centro commerciale, si è evoluta fino a diventare un vero e proprio movimento, duramente represso dalla polizia con centinaia di feriti, anche gravi.

Ciò che ha reso i fatti di Gezi Park simbolici è stata appunto la copertura mediatica che è stata riservata agli avveniment. Stampa e televisione hanno rappresentato gli eventi in modo estremamente polarizzato e schierato: da un lato, i media filogovernativi tendevano a screditare quanto stava accadendo e cercavano di trovare dei colpevoli esterni alla faccenda (principalmente si incolparono gli Stati Uniti), dall’altro, le posizioni opposte mediatizzarono la violenza della polizia nei confronti di una protesta totalmente pacifica. Complessivamente, i media mainstream coprirono poco e male la protesta e il fatto più eclatante fu l’abissale discrepanza tra ciò che la CNN trasmetteva in tutto il mondo mentre la protesta aveva luogo, e ciò che la CNN turca decise di mandare in onda. Ovunque le immagini trasmesse raccontavano e mostravano le proteste a Gezi Park, mentre la CNN turca si rifiutò di coprire la notizia, continuando a trasmettere un documentario sui pinguini, divenuto poi simbolico della rivolta e della reazione molto discutibile dell’informazione nazionale turca.

gezi park protest e censura

Gli unici strumenti attraverso i quali vennero trasmesse informazioni in modo meno polarizzato e più funzionale alla situazione furono i social network: per mezzo di Twitter si poteva ancora venire a conoscenza di cosa stava succedendo, chi si poteva contattare in caso di bisogno, dove si stava spostando la polizia e così via. Ma a partire da questa protesta del 2013 i media non raccontarono più gli eventi come prima. Lasciarono invece spazio ad una polarizzazione tranchant tra schieramenti a favore o contro il presidente Erdogan, che non hanno nulla a che vedere con un’informazione sana e funzionale.

Gezi Park fa riflettere, mette in luce come il seme di quanto sta succedendo ora sia in realtà stato piantato ormai quattro anni fa. Quattro anni in cui siamo stati più o meno spettatori del tracollo della stampa turca, fino al raggiungimento della situazione odierna, assai critica, in cui i “giornalisti” sono liberi di diffondere notizie e accuse false, con le relative conseguenze, nei confronti dei parlamentari ritenuti “scomodi” a quello che si può definire a tutti gli effetti un regime.

L’articolo 19 della Dichiarazione universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite afferma che “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Un diritto, certo, ma spesso non tutelato: qui i dati sullo stato della libertà di stampa nel mondo, relativi a quest’anno.

libertà di stampa nel mondo 2016

Nonostante un avveniristico 2016, la cartina ci mostra un’immagine assai preoccupante. I diritti umani non andrebbero mai persi di vista, non dovremmo occuparcene a intermittenza, né tantomeno temporeggiare. Dovrebbero essere la bussola dei nostri governi, e non dei dati che emergono con le loro allarmanti conseguenze quando ormai è troppo tardi. Purtroppo, e nonostante decenni di lavoro in questo senso da parte di istituzioni sovranazionali e organizzazioni non governative, non è possibile considerare i diritti come qualcosa di inalienabile e, ormai, acquisito: basta un attentato, un’ombra di minaccia incombente, a farci credere che sia giusto cedere la nostra libertà, in cambio di presunta sicurezza. Basta una disattenzione minima, una perdita di concentrazione su quello che dovrebbe essere il nostro focus primario, per far crollare una situazione magari già precaria. “Basta” una minaccia allo status quo come la protesta di Gezi Park, per ritrovarci da un giorno all’altro senza un giornalismo indipendente, senza la libertà di utilizzare i social network e senza una via sicura per accedere alle informazioni su quanto sta succedendo.

Possiamo chiamare democrazia un paese dove i diritti fondamentali non hanno un primo posto nella gerarchia dell’agenda politica? Possiamo chiamare una democrazia un paese dove ci sono, e ci saranno, altri pinguini ad ascoltare mobilitazioni di importanza storica? 

Elena Baro

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