Rubber Shirt: breve e confusionaria storia della moda rock and roll

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Elton John, signore incontrastato degli abiti folli nel rock and roll   

Io scrivo di rock and roll: il mio concetto di moda si limita alle magliette dei gruppi metal. Ho tutta una classifica delle mie magliette, che quasi religiosamente acquisto ai concerti, che in base alla loro grafica vanno meglio per l’una o per l’altra occasione.

Ne ho anche una con la copertina del terzo album di Steven Wilson, sulla quale gli occhi e i cerchi attorno a una luna spaventata sono fosforescenti, che mi è valsa dei complimenti da parte della professoressa di Filologia Germanica (sì, è terribile come sembra, ma l’ho passato: potenza di Steven Wilson? Chi lo sa).

Quindi: partita la settimana della moda di TBU, ho deciso di buttarci dentro anche i miei due centesimi (come recita un modo di dire americano spesso tirato in ballo da Eminem, non so perchè). Anche le magliette delle band, o i vestiti dei musicisti, sia quelli “normali” tipo i camicioni di flanella dei Pearl Jam che quelli folli tipo i vestiti di bistecche di Lady Gaga (che accostamento ardito, i Pearl Jam e Lady Gaga), alla fine, sono punti di partenza per una moda.

La musica rock, a partire dagli anni ’50, è stata un mezzo di aggregazione dei giovani: prima, la musica era in larga parte appannaggio degli adulti (specie la musica classica) o dei reietti della società (jazz e blues). Il rock and roll di Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e Elvis Presley ha raccontato per la prima volta ai ragazzi che non erano soli. C’era qualcuno come loro che raccontava la loro vita dimenandosi come un’anguilla sul palco, e questo qualcuno scatenava uno spirito di emulazione che passava anche dall’abbigliamento.

Se i ciuffoni con quintali di brillantina e gli sgargianti e lucidi abiti degli anni ’50 venivano indossati per diventare Elvis, i vestiti scoloriti con la candeggina degli anni ’60 facevano parte di un movimento culturale molto ampio e non limitato alla scena musicale: di certo tra i pionieri di questo stile ci fu in Inghilterra (culla della musica rock come la conosciamo ora) Eric Clapton, che dopo l’uscita dai Blues Breakers di John Mayall aveva fondato i Cream con Jack Bruce e Ginger Baker (Bruce è morto nel 2014, Baker alleva pony nani in Sudafrica con la sua fidanzata venti-e-qualcos-enne), e tutti e tre avevano iniziato a vestirsi da hippy, con le camicie psichedeliche fatte con la succitata candeggina, i pantaloni a zampa con gli stivaletti, delle collanone pacchiane e delle orride permanenti.

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Jack Bruce, Ginger Baker e Eric Clapton: Sunshine of Your Permanente

Con gli anni ’70 è arrivato il punk, e con esso i giubbotti di pelle e i jeans strappati dei Ramones, primo “vero” gruppo punk: ma l’affermazione definitiva del punk come modo di pensare è arrivata dagli inglesi Sex Pistols e dal loro leader Sid Vicious con la sua (eretica) maglietta dei Pink Floyd con l’aggiunta a pennarello di “I hate”. Il punk è stato il primo movimento che riportava il rock and roll alle sue radici, condivise con il blues, di musica fatta da reietti per i reietti, quindi, nonostante la sua aggressività e accessibilità, quasi empatica. Mentre ascoltare i Cream (ad esempio), all’epoca, per quanto ribelle nei confronti degli adulti, era una moda trasversale, che rendeva figo chi la ascoltava, il punk unisce gli sfigati e basta. Ascoltare punk è figo solo se sei un punk: e per dimostrare di esserlo devi metterti il gilet di pelle con le spillone, strapparti i jeans (e, come accessorio, un po’ di sano astio nei confronti della società) e tagliarti i capelli a zero o a cresta.

Dopo il punk è arrivato l’heavy metal, che ha preso gli elementi del punk (e del prog, ovvero dover saper suonare uno strumento per –ahem- suonarlo) e li ha amplificati aggiungendo cattiveria.

Il nero diventa il colore preferito, e le magliette delle band diventano sempre più un elemento distintivo: le grafiche per le t-shirt sono sempre più elaborate, personalizzate, e a volte anche complementari a quelle degli album o dei concerti dal vivo.

maiden

Certo, le band indossavano queste tutine meravigliose (gli Iron Maiden nel tour di Piece of Mind).

La nuova rivoluzione della moda rock and roll è arrivata all’inzio degli anni ’90: Nevermind e Ten buttano Michael Jackson fuori dai primi posti delle classifiche, e le camicie di flanella extra-large del grunge di Nirvana e Pearl Jam diventano il must di quegli anni. A questo punto, l’avvento del grunge è una presa di posizione del rock ancora più forte di quanto non lo fosse prima: il punk era morto, il metal era una cosa per stramboidi (che comunque non navigava in ottime acque), e per essere figo dovevi ascoltare pop.

I Nirvana, nonostante tutto quello che è successo loro dopo, sono stati i primi alfieri dell’ultima vera rivoluzione del rock and roll come cultura giovanile.

In termini di musica, dopo Nevermind sono usciti altri di quei dischi che io definisco “i dischi che hanno cambiato la vita alla gente”: ad esempio, “Kid A” dei Radiohead, gli album di Eminem, forse “The Miseducation of Lauryn Hill”; ma a nessuno fregava un cazzo di vestirsi come i Radiohead, Eminem si vestiva come tutti gli altri artisti hip hop e Lauryn Hill a stento ci si ricorda come si vestisse.

Nel 2016, di fatto, solo il metal ha mantenuto una vitalità musicale e culturale sufficiente (come si fa presente anche in questo articolo del Wall Street Journal) a rappresentare un modello di abbigliamento per i suoi fan: le magliette delle band, ma anche il total black con accessori di varia natura hanno consolidato, negli anni, la comunità dei metallari di cui faccio parte (anche se mi definisco più un progster, con una punta di snob) ha saputo mantenere la sua identità ben salda, facendone anche uno dei fattori che contribuiscono al suo crescente successo.

Non so dove volevo arrivare con questo articolo: ma dopotutto io scrivo di rock and roll.

ghost

Vorrei vestirmi come i Ghost, ma potrebbe essere socialmente inaccettabile.

Guglielmo De Monte

@BufoHypnoticus

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