Nella stanza dei bottoni: rivoluzionari, ribelli e combattenti

Lottare per ciò in cui si crede, rompere gli schemi, sfidare i luoghi comuni. È una vita complicata e oltremodo rischiosa quella di chi vuole sovvertire un ordine politico e combattere per vendicare le proprie libertà. Una vita per individui dotati di grande personalità… ma anche di grande stile. Perché la rivoluzione ha un suo fascino e passa anche dai vestiti.

Ernesto “Che” Guevara (1928-1967)

“Hasta la victoria siempre !” Il rivoluzionario per eccellenza del secolo scorso è uno e uno solo: Ernesto Guevara de La Serna, meglio noto come “El Che”. La sua celebrità postuma e probabilmente sempiterna non è dovuta tuttavia solamente alla sua lotta contro regimi oppressori a Cuba, in Congo e in Bolivia ma anche alla sua attitudine da autentico ribelle. Camicia verde militare sempre un po’ sbottonata in barba ad ogni formalità, basco nero sormontato da una stella in testa a coprire una crine corvina lavata di rado, barba incolta e selvaggia nonostante la scarsa uniformità, sigaro cubano acceso in bocca, sguardo intenso, a metà tra un sognatore e un guerriero, probabilmente entrambe le cose.

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Coolest man ever?

Quasi inevitabile che la sua immagine venisse riprodotta in maniera massiva e perfino eccessiva, almeno secondo i suoi discendenti, in magliette e altri indumenti di ogni tipo, dedicate a tutti coloro che sposano i suoi ideali. Adolescenti in perenne conflitto con i genitori solitamente. Povero Ernesto, ridotto ad un consumistico e iper-capitalista brand per teen-ager. Manco fosse un membro degli One Direction.

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Un must tra i 15 e i 18 anni

Mohandas Karamchand, o semplicemente “Mahatma”, Gandhi (1869-1948)

“I tessuti che importiamo dall’Occidente hanno letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle”. Con queste parole il Mahatma Gandhi invitava il popolo indiano a ribellarsi all’impero britannico, boicottandone l’economia. D’altra parte spronava tutta la sua gente all’uso del Khadi, il tradizionale velo bianco filato a mano. Nelle intenzioni del Mahatma, la tessitura casalinga di quest’indumento sarebbe servita a combattere la disoccupazione invernale dei contadini e ad includere le donne nella protesta. Insomma l’indipendenza indiana è passata anche attraverso un abbigliamento povero ma ricco di significato.

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Minimal Chic

Malcolm Little, meglio noto come Malcom X (1925-1965) e Nelson “Madiba” Mandela (1918-2013)

Febbraio è anche il Black History Month, il mese in cui si celebra nel mondo anglosassone  la “diaspora africana”. Di figure che hanno lottato per difendere i diritti delle persone di colore ce ne sono state tante nella storia del ventesimo secolo. Due tuttavia spiccano sulle altre per i loro outfit veramente notevoli: l’americano Malcom X e il sudafricano Nelson Mandela. Il controverso attivista, Malcom Little,  auto-ribattezzatosi Malcom X per non riconoscere un cognome ereditato dallo schiavismo bianco e auto-convertitosi all’Islam, non solo lottava per l’uguaglianza tra tutti i cittadini negli Stati Uniti a prescindere dal colore della pelle, ma era addirittura un sostenitore della supremazia della razza nera. Beh sicuramente in fatto di stile lui era decisamente un passo avanti a tanti. Inappuntabile nel suo completo nero con cravatta sottile e nei suoi occhiali da vista con montatura alla Kennedy. Un look da divo del cinema. Tanto che all’inizio degli anni novanta il regista afroamericano Spike Lee ha girato un film sulla sua vita. Ad interpretare Malcom è stato l’affascinante Denzel Washington. La somiglianza è davvero impressionante.

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Seriamente, ma non è Denzel Washington?

Molto più colorate e variopinte invece le camicie del compianto Madiba, come nella migliore tradizione indigena dell’Africa Sub-sahariana. Le sue shirt erano segnale forte per sfidare il tetro e oppressivo regime dell’Apartheid e rappresentano ora delle preziosissime reliquie per gli hipster degli anni dieci (da notare anche l’abbottonatura fino al collo). Parafrasando una sua celebre frase, “Le camicie sono l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo”.

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Un’altra straordinaria eredità di Mandela

Yasser Arafat (1929-2004)

Yasser Arafat, storico leader del OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) dal 1996 fino alla sua morte, ha trasformato la Kefiah da semplice copricapo arabo a simbolo della causa palestinese. Indumento anche questo ampiamente abusato da adolescenti come l’effige di Che Guevara. Un personaggio discusso Arafat ma sicuramente dotato di un immenso carisma e anche di un notevole stile.

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La Kefiah l’ho inventata io

Hugo Chavez (1954-2013)

Io la tuta sciovinista di Hugo Chavez con i colori della bandiera venezuelana non l’ho mai capita. Era sempre reduce da una sessione di Jogging? Non direi data la sua forma fisica tutt’altro che ideale. Non aveva voglia di mettersi una camicia e dei pantaloni un po’ più eleganti? Bah. Certamente un look cheap può rendere un leader socialista più credibile agli occhi del suo elettorato ma in questo caso si parla di un terribile fashion crime. Se avesse aperto le porte a Zara o H&M a Caracas si sarebbe reso conto che anche con pochi soldi ci si può vestire decentemente.

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Ma Hugo se non vai a correre perché ti metti la tuta?

Evo Morales (1959-)

Sempre in America Latina, c’è che invece punta sull’etnico come Evo Morales. Primo presidente indio della storia della Bolivia dal 2006, Morales, nonostante abbia sensibilmente diminuito il tasso di povertà nel suo paese, ha recentemente perso un referendum per poter candidarsi per una quarta volta nel 2019. Il suo outfit andino però è assolutamente vincente: Ponchi colorati e Loden con motivi in stile Inca, perfetti per rimarcare la sua strettissima connessione con il territorio.

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I muli della Bolivia ti fanno ciao

Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis (1974-) (1961-)

Non è chiaro se il giovane primo ministro greco Alexis Tsipras si ostini a non indossare la cravatta perché preferisce un outfit più casual o come gesto di sfida nei confronti dei burocrati dell’Unione Europea e dell’intero establishment politico e finanziario internazionale. In tanti, dal nostro premier Matteo Renzi al presidente della commissione Jean Claude Juncker, hanno tentato di convincerlo a dare quel tocco di adeguatezza al suo stile. Ma non c’è stato nulla da fare. Lui è rimasto irremovibile nel suo ostracismo verso la cravatta. Anche nella trattativa con per evitare la bancarotta del proprio paese ha tentato di rimanere altrettanto irremovibile, cercando di opporsi alle draconiane misure di austerità imposte da Bruxelles. Ma, suo malgrado, alla fine ha dovuto cedere. Chissà che prima o poi non ceda anche alla cravatta. Onestamente un completo senza cravatta è come una una pizza senza mozzarella. Manca qualcosa.

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Si presentava senza cravatta ma usciva in mutande

Ancora più radicale nella sua battaglia contro la politica economica decisa dalle istituzioni UE e più trasgressivo rispetto al dresscode istituzionale è l’integerrimo e sfuggente Yanis Varoufakis, economista ed ex ministro delle finanze del governo Greco di Tsipras, da poco fondatore di un movimento per la maggiore trasparenza e eguaglianza in Europa. Varoufakis infatti non si limita a lasciare la cravatta ben chiusa nel cassetto a casa ma, in maniera quasi irriverente, porta le camicie rigorosamente fuori dai pantaloni. E che camicie… siamo quasi ai livelli di Formigoni. Quasi.

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Posso dirlo? È agghiacciante

Combattenti Peshmerga

C’è chi combatte per modificare lo status quo. Ma c’è anche chi combatte per difendere la propria terra e la propria libertà. Come le intrepide giovani donne curde peshmerga che, quotidianamente, imbracciano i loro Kalashnikov per frenare l’avanzata dello Stato Islamico nell’Iraq settentrionale. Pur avendo ben altro nella testa che badare al loro aspetto esteriore, queste valorose combattenti hanno fatto tendenza. Infatti il marchio di moda low-cost svedese H&M si sarebbe ispirato per un suo modello alla loro sformata veste in cotone color verde oliva, stretta da una cintura in pelle sopra alla vita. Un outfit che va più che bene per contrastare la furia barbara del ISIS ma forse non è molto appropriato per andare in ufficio o farsi una passeggiata in città.

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Ma valeva davvero la pena copiare?

Valerio Vignoli

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