Ma quanto etico ti vesti? La moda sostenibile in Italia

La prima settimana a tema di The Bottom Up è stata dedicata al cibo, in concomitanza con la chiusura dei 6 mesi di EXPO 2015. La rassegna milanese, tra le altre cose, avrebbe voluto anche essere uno stimolo alla riflessione su che come viene prodotto e da dove viene quelle che mangiamo. La stessa domanda si sono fatti i promotori del Fashion Revolution Day rispetto ai vestiti: le persone sanno da dove proviene quello che indossano?

Oltre al frusto sintagma “Made in Italy” entrato ormai da anni nel discorso pubblico senza che la parola acquisisse un significato spendibile sensatamente al di fuori dello small talk o della retorica ufficiale, spesso l’attenzione che si presta alla provenienza dei tessuti che compongono le nostri vesti è prossima allo zero. Il FRD è nato come reazione del mondo occidentale al crollo di una fabbrica tessile in Bangladesh, nel 2013, che lasciò sotto le macerie più di 1000 morti e più di 2500 feriti, la maggior parte dei quali donne, che  lavoravano come operaie in quell’edificio di 8 piani rivelatosi abusivo e non adatto a ospitare pesanti macchinari per la tessitura.

Fashion Revolution Day 2015
Fashion Revolution Day 2015

Qual è il nesso tra una tragedia simile e il nostro shopping quotidiano? In quell’edificio, citando Wikipedia in lingua inglese (che a differenza di quella italiana riporta le fonti), si lavorava per conto dell’italiana Benetton[13], oltre che per Bonmarché,[14] the Children’s Place,[10] El Corte Inglés,[15] Joe Fresh,[13] Monsoon Accessorize,[16] Mango,[17] Matalan,[17][18] Primark,[19]Walmart.[20][21] Tutte aziende che provengono da e vendono in Occidente. Come in moltissimi altri campi dell’industria e dei servizi, i prezzi bassi che molte aziende riescono a offrire ai consumatori europei o nordamericani sono merito della delocalizzazione di parte dei processi produttivi in aree del mondo dove il costo del lavoro è sensibilmente più basso, tendenzialmente l’est e il sud del mondo.
Come mai? Perché si pagano poco gli operai (spesso, le operaie), perché si concedono loro poche o nulle tutele sindacali o, come nel caso, si risparmia sulla sicurezza dei luoghi di lavoro.

In sostanza, un gruppo di persone ha deciso che il diritto alla sicurezza e a una giusta retribuzione di queste persone fosse più importante del diritto di un occidentale di comprare una t-shirt “Made in India” a 4.99 $ o 4,99 €. In realtà, non solo le condizioni di lavoro sono messe sotto accusa, ma, ad esempio, anche i processi di coltivazione del cotone, per quanto riguarda l’uso di sostanze nocive per la terra e l’ambiente. A questo proposito, Greenpeace ha manifestato a Milano contro Dolce & Gabbana.

Ma, oltre alle foto dei testimonial famosi, c’è chi, nel concreto, sensibilizza il pubblico a questi temi, ma, soprattutto offre consulenza gratuita alle aziende del territorio italiano, al fine di aumentare la loro sensibilità nei confronti dei parametri ambientali legati alla produzione di vestiario. Cittadinanza Aziendale è un’associazione no profit nata in Campania ma che opera in tutta Italia, aiutando le PMI a “rendicontare la propria attenzione verso l’ambiente, le persone (consumatori e lavoratori) e l’intero contesto territoriale” per potersi “fregiare di un tratto distintivo di eccellenza”, tramite la compilazione di un “Bilancio di sostenibilità”.
Il concetto è semplice: aiuto l’azienda a capire quanto consuma in termini energetici (ad esempio di consumo d’acqua, nella lavorazione delle materie prime), la aiuto a trovare soluzioni meno impattanti per l’ambiente e per il welfare dei lavoratori e, facendo una mini-operazione di rebranding improntata alla sostenibilità e all’ecologia, la spingo a farne un vanto in termini etici e commerciali. Infatti, la nicchia di mercato per gli indumenti biologici è piccola, ma in espansione, mi racconta Pina Minolfi di Cittadinanza Aziendale.

L’ecosostenibilità, in Italia, è un valore che ormai ha uno spazio ben consolidato (anche commercialmente) per quanto riguarda il cibo; tuttavia, i consumatori stanno cominciando pian piano a capire che non è importante solo quello che mettono dentro il proprio corpo, ma anche quello con cui lo rivestono. Le imprese che hanno accettato di farsi coinvolgere in questo cambiamento di prospettiva sotto il marchio SeTeMoralia sono passate dalle 3 del 2013 alle 9 di quest’anno.
Tuttavia, riferisce Minolfi, la più grande difficoltà riscontrata da lei e dalle altre 5 persone che portano avanti l’associazione, non sta tanto nel convincere i consumatori a vestirsi etico – dato che peraltro le varie imprese coinvolte offrono prodotti sia di fascia popolare sia più ricercati nel design e quindi più costosi – quanto nel persuadere le aziende a fare rete fra loro: peccherebbero infatti di eccessiva diffidenza, opponendo un po’ di resistenza a un cambiamento che è senza dubbio culturale, oltre che produttivo. Certo, la crisi non aiuta e diversi soggetti sono costretti a chiudere, ma ritagliarsi un’immagine (fondata però su concrete pratiche produttive proposte dall’associazione) “bio”, anche se non si fanno mozzarelle o vini, può avere un ritorno economico insperato. Oltre ad un impatto minore sul pianeta, ovviamente.

Dalla home di www.cittadinanzaziendale.it
Dalla home di http://www.cittadinanzaziendale.it

Il cotone organico è forse il tipo di tessuto ecologico più conosciuto, ma un’altra pianta che sta riacquistando importanza è la Canapa sativa, che – precisa Minolfi – è differente da quella usata per scopi ricreativi (Canapa indica o indiana). L’Italia fino agli anni ’60 aveva una grande tradizione nella coltivazione e nell’uso tessile della canapa, prima che l’ambiguità legata al Thc facesse fare alle autorità – è proprio il caso di dirlo – di tutta l’erba un fascio finendo col proibirne la diffusione per qualsiasi scopo. Al momento esistono due soli macchinari trasformatori della materia prima in semilavorato, uno a Taranto e l’altro a Torino: l’auspicio degli operatori del settore è di poterne avere almeno uno per regione, dato che tramite i fondi europei il costo si aggirerebbe sui 3 milioni di euro per impianto.

Questo è solo un esempio di questa nuovo movimento di opinione, che allo stesso tempo è anche già passato alla fase di implementazione nel tessuto industriale grazie a iniziative come quella di Cittadinanza Aziendale, che vuole far sì che dire “sono andato fuori città dal coltivatore a comprarmi un vestito” diventi altrettanto normale che dire “sono andato direttamente dal contadino a comprare la frutta”, tanto che uno dei prossimi progetti dell’associazione è quello di creare una rete che inviti al turismo sostenibile. Ma intanto, prima dell’estate, possiamo andare a comprarci i costumi da bagno in fibra di bambù.

@disorderlinesss

 

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