I Cani non sono Calcutta non sono i Cani – Live all’Alcatraz

“Questo pezzo se chiama Torcette”, “graziee” (à la Edroado), “gratzie!” (à la Niccolò), “state davvero in tanti, èbbellissimo”.

Quattro parole tra un pezzo e l’altro, occhi stanchi ma sognanti che si riempiono come l’Alcatraz: murato, festante, commosso, che brandisce le sciarpe rossoblù “Mainstream” prima e si prende a gomitate nella violenza compassata di una “Velleità” (non) qualsiasi poi.

Un concerto che inizia presto, ma che fa sudare la febbre di settimane di attesa, di biglietti fulminati e tante, troppe, domande sugli ultimi lavori dei due musicisti romani. Anzi: della s c e n a r o m a n a, che in via Valtellina riunisce da Torino a Lecce, da Bologna a Catania, da Pordenone a Frosinone – culoni!.

E Calcutta non è Contessa che non è Edroado che non sono I Cani: lo si vede dall’atteggiamento al palco del latinense, a mezza via tra un “disagio consapevole” e “la beata insofferenza verso tutto”. Barcolla lento verso l’asta del microfono e da lì, in quei gesti, racconta una storia che nemmeno lui avrebbe voluto diventasse di tutti.

Sul palco si svuota di tutto ciò che ha dentro, senza reagire. Si muove immobile nel mondo che gli è crollato addosso e poi subito ricostruito secondo i suoi canoni leggeri e quasi banali, ma mai scontati o supponenti. Barche è lo scivolo su cui tutti si lasciano andare e iniziano a sudare, cullati dalla voce di quel tipo buffo quasi in prestito su un palco da cui sembra essere stato dominato e non il contrario.

Calcutta live all'Alcatraz
Calcutta live all’Alcatraz (foto di Lorenzo Gualandi)

Intanto da dietro la pressione sale.

E intendo pressione vera, pressione fisica, che toglie il respiro: l’Alcatraz s’affolla per mettersi davanti a I Cani, mentre l’aria si fa sempre più calda ed elettrica. Tutti sono speranzosi che Contessa si superi nell’interpretazione di un album (Aurora) dai suoni morbidi e sintetici, ma che ad una prima valutazione recideva nettamente col graffo de Il sorprendente… e Glamour, dischi portanti e artefici dell’impatto sul giovane (ma non solo) pubblico indie, ormai disabituato ai suoni aspri e gonfi di bassi del buon Contessa.

Ma sapete cosa c’è? Che Niccolò è tutt’altro che morto, e conseguentemente I Cani sono vivi e mordono Milano, quella piscina grigia e profonda in cui I Cani si tuffano ad occhi chiusi senza ver preso abbastanza fiato per sopravvivere. Sopravvivere a un passato che ha sbattuto Contessa su tutti i canali, pagine e piattaforme – sì, proprio quel cantante che suonava con un sacchetto in testa per non esporsi, per non “desensibilizzare il pubblico”.

Mentre quaggiù non c’è spazio nemmeno per andare a prendere l’ultima birra, cala il buio sull’Ultimo mondo possibile, quello in cui Niccolò ci conduce per mano, facendoci appoggiare sognanti al piano – da brividi, le sue interpretazioni soliste – per poi buttarti a terra a calci nello stomaco con I Cani “di prima”, direbbe qualcuno.

Niccolò non tradisce l’empatia: nonostante i movimenti compassati e la postura leggermente ricurva con cui si è presentato nel pre-tour, ci catapulta in quel mondo parallelo – interstellare? – che I Cani creano con suoni sintetici e profondi, ingombranti e pesanti, ma dolci ed essenziali.

I Cani live all'Alcatraz (foto di Lorenzo Gualandi)
I Cani live all’Alcatraz (foto di Lorenzo Gualandi)

Contessa prova a rompere il fiato, ogni tanto si immobilizza e ci guarda, scambia col tappeto di pelle sudata sotto di lui parole escluse al pubblico dai testi che già sono un trattato, una dichiarazione d’amore.

Come farà mai, quel corpicino, a reggere da solo tutte le pene e le vittorie, i dolori e gli orgasmi indotti?

Lo fa senza scordare il passato, accendendo la miccia e offrendo carne fresca ai gomiti degli aficionados al circle pit, per poi mandare via tutti e rimanere finalmente solo.

Solo lui e il pianoforte, che accarezza ingobbito sulle note di Sparire, inglobato nel mondo celeste che ha creato per sé stesso, ma che vuole condividere con tutti.

Parla d’amore, Niccolò; parla di nostalgie, di gruppi Post punk, e grida che “non avere vent’anni e non avere gli esami fidati è qualcosa di più”

E intanto la voce di Contessa si massacra, così come la bolgia che salta e suda, che grida e sputa, si svuota, si accascia sulle note di pezzi che li descrivono, che li possiedono.

“Il concerto volge al termine, ultimi due pezzi”, annuncia.

Il mondo compattato e dalle possibilità multidimensionali di Calabi-Yau è il crepuscolo che scende sugli ultimi colpi de I Cani: Velleità e Lexotan promettono lividi e passione, baci e grida sfinite.

Sfinito è Contessa, che quasi liberato da un peso lungo una vita si abbandona sul mare di ragazzi e ragazze che, sorreggendolo, lo portano in trionfo e – soprattutto – in fondo a questi novanta minuti infiniti, strappati da dentro, liberatori e tremendamente veri e difficili.

Proprio come “Aurora”: vero e difficile, letale e curativo, lucido e visionario.

Ma I Cani non sono Calcutta non sono I Cani.
E lottano insieme a noi.
A tutti noi.

Lorenzo Gualandi

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