Raphael Goulart e gli eroi a 8 bit della chiptune

I GameBoy sono oggetti a cui molti di noi della generazione 80/90 associano molti pomeriggi felici (o anni infelici passati a desiderarlo senza ottenerlo). Ma oltre a SuperMario, Zelda, Pokémon e compagnia bella, c’era un mondo fatto di musica. Le musichette di quei giochi hanno rappresentato un caso magnifico di artisti che hanno fatto i conti con le ristrette possibilità che il mezzo offriva loro e, ciononostante, hanno fatto sì che melodie indimenticabili suonassero bene anche in quel tripudio di bip, zang e tumb. Questi pionieri sono quelli che hanno guidato il difficoltoso guado fra la musichetta e la musica. Al giorno d’oggi, dato che quei supporti per giocare sono obsoleti da un bel pezzo, la loro valenza, da ludica, è diventata artistica: esiste una florida scena di musica 8-bit, nel mondo. Non parlerò di quel gran capitolo rappresentato dalle colonne sonore dei videogiochi, più o meno famosi, che hanno allietato notti e pomeriggi di noi ragazzetti sprovveduti, bensì di chi usa quegli stessi rudimentali mezzi per comporre qualcosa di nuovo.

Se la capacità di sintesi di questi chip d’antan è più o meno sempre quella, l’arsenale di supporti su cui si può suonare 8-bit è molto più ricco di quel che si potrebbe pensare: Nintendo, Commodore (l’Amiga), Atari, Amstrad e compagnia bella. Tuttavia, una volta chiarito che col vostro vecchio GameBoy, oltre che renderlo un hard disk esterno da 320 gigabyte, potreste anche farci musica, la storia dei supporti è molto meno interessante rispetto a quello che è stato finora concretamente realizzato.

Da lokee.it

La mia prima vera esperienza con la 8-bit fu nel lontano 2009, ero a un concerto estivo de Il Genio a Bologna, cui apriva una specie di cantautore bello stranetto, che avevo già visto in un contesto leggermente più underground qualche mese prima. Oggi, molto ripulito, si gioca il primo posto nell’immaginario collettivo del nuovo cantautorato italiano con un siracusano. Reminiscenze a parte, il primissimo in scaletta era però tale Mynerdpride, che indossava una specie di armatura attraverso la quale, in qualche maniera, tra lucette e oggettistica cyberpunk varia, fece 25 minuti di busserìa a base di chip. Onestamente, dopo circa 16/16 e mezzo di questi minuti risultarono superflui alla maggior parte del pubblico. Lo stesso pubblico che, poco dopo, non capendo una mazza delle provocazioni a base di saluti romani e voci col pitch shift del barbuto smanettatore sardo che lo seguì sul palco, attirò quello che probabilmente era un Tia Sangermano sedicenne a fare un delirante proclama contro non hoancoracapitocosa degno dei peggiori collettivi di rincretiniti che ancora popola Bologna.

Tant’è che anni dopo scoprii che su Youtube è pieno di Benemeriti dell’Internet (ordine cavalleresco che tramite campagna di crowdfunding e petizione su change.org propongo di istituire seduta stante) che hanno ricavate tante cover 8-bit dei brani pop-rock che più ci piacciono.

Si capisce subito che, data l’ipercompressione e la relativa ristrettezza della gamma timbrica a disposizione, quello che le versioni  chiptune dei pezzi scritti per strumenti analogici (o per lo meno MIDI) fanno risaltare sono le melodie. Non tutti la pensano così e se vi interessa la scena cybergrind, rimando al pezzo di Noisey uscito, per caso, ieri. Io che sono un mollaccione un animo sensibile preferisco questo aspetto della chiptune, tanto che uno dei gruppi che più amo e che, fra le altre cose, si può pregiare di linee melodiche al miele d’acacia, i Go! Team, in 16-bit non suonano affatto male, nonostante moltissimo del loro sound vada perso nella traduzione (qui la rece del loro ultimo album, 2015)

Ma dalle cover dei Cure, ai remix dell’indie anni 2000, la cosa più interessante si trova nel mare magnum di Soundcloud (che ormai son due anni che pare che fallisca, sarebbe un vero peccato). Si chiama, forse anche nella vita reale, Raphael Goulart e ho deciso che è l’alfiere della chiptune, dato che è stato capace di farmene innamorare. Potrebbe avere 15 anni come 32, per come scrive e per i divertentissimi tag che mette nei suoi pezzi come #gaycore, #peniscore o titoli come “Dancing hemorroids”. Pare che viva nella bellissima cornice di Ilhabela, un’isola sulla costa vicina a San Paolo del Brasile, che a giudicare dalle foto offre ben altri divertimenti e nutrimenti per l’anima che non lo smanettare sui Gameboy per fare musiche strane.

La giocosità tipica dei carioca (qui c’è un altro mio pezzo sull’altro stereotipo sui brasiliani, la saudade; mancano ancora quelli sull’ambiguità sessuale e sul carnevale, ma ci arriveremo) è probabilmente ciò che rende i pezzi di Goulart speciali. L’allegria non manca mai, senza che sia troppo zuccherosa: la qualità più grande di questo misterioso compositore brasiliano è di unire abilmente un’orchestrazione non spartana alla semplicità e all’immediatezza del mezzo. Non sembra di ascoltare una colonna sonora di un videogioco. Questa Somebody stole my heart  è quella che mi ha fatto entrare in fissa: il canto del synth adeguatamente appoggiato dai controcanti degli altri strumentini simulati crea una piccola caramella di poco più di due minuti che vorresti ricominciasse subito uguale, proprio secondo lo stesso principio delle dosi della pasticceria minuta, che ti fanno sballare per poi lasciarti la voglia. Ma mentre Iginio Massari magari ti dissuade esibendoti il prezzo all’ettogrammo, i pezzi di Goulart sono tutti in free download.

Sempre scandagliando il deep-Soundcloud, ho trovato anche chi imita un po’ il genere alla Avicii:

E chi ti fa pentire che certe cose siano solo in chiptune e non in musica vera, che uno potrebbe ascoltare senza lo spettro della sanzione sociale per la troppa nerderia

Insomma, col chiptune puoi fare veramente di tutto, dagli assoli di “chitarra jazz” (virgolette d’obbligo), da usare come musica di sottofondo per un lounge bar molto particolare, alle robe un pochino più sperimentali come i Micropupazzo, uno dei tanti progetti del poliedrico Stefano Di Trapani, aka Demented Burrocacao (noto anche per essere il padrino spirituale di Calcutta prima che diventasse mainstream). Tutto questo può farvi legittimamente sbocco, oppure potreste rimanerci sotto senza per forza rimanere confinati nella nerdaggine, come la rassegna milanese di Macao dimostra; l’importante è che non buttiate via il Gameboy con cui giocavate a Pokémon Rosso, potrebbe rivelarsi utile, un giorno.

@disorderlinesss

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