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Qui non sei al sicuro: dinieghi, ricorsi e il ritorno della paura

Siamo abituati a pensare che la paura, quella che viene dalla disperazione della guerra e della fame, non sia di casa in Italia. Quando vediamo le immagini della Siria pensiamo che sia laggiù, in quelle terre lontane e disgraziate, che si concentrano i drammi della storia. In parte, abbiamo ragione: abbiamo la fortuna di non vivere sotto il coprifuoco, di non morire di fame per un assedio che si protrae.
Qui si è al sicuro. Questo è anche quello che spesso pensano i migranti, quando arrivano in Italia dopo il loro lungo viaggio cominciato dalla foce acquitrinosa del Brahmaputra in Bangladesh, o dalla periferia frastornante di Benin City in Nigeria. Il viaggio è concluso, la vita va avanti. I richiedenti asilo aspettano di essere convocati davanti alla Commissione Territoriale, che ha il compito di valutare la loro richiesta di protezione. Se la Commissione ritiene che ci sia effettivamente pericolo al rientro nel loro paese, la protezione viene accordata. Ed ecco che diventano rifugiati. Ora, è il tempo di iniziare una nuova vita in terra italiana, con tutte le difficoltà di un’economia scricchiolante ma con una buona dose di speranza. È la speranza che deriva dall’avere un permesso di soggiorno in tasca.

Se la risposta alla domanda di protezione è negativa, invece, che succede? Ecco che torna, la paura. Ed è una paura paralizzante, senza scampo: gli si dice che se ne devono andare. E non andare in un altro paese in Europa, ma tornare a casa, al punto di partenza, a quel paese che hanno rischiato la vita pur di abbandonare. La Commissione ha deciso che non c’è rischio per loro, laggiù. Una vita di stenti, di crimine e di sfruttamento non è un rischio abbastanza concreto, per la legge sulla protezione internazionale. Secondo i dati Eurostat, in Italia, sulle 35.180 decisioni assunte nel 2014, quelle positive sono state 20.580, pari al 59%. È una buona percentuale, superiore alla media europea. Ma significa anche che più del 40% dei richiedenti asilo hanno hanno ottenuto il diniego, sono stati “diniegati”.

richiedenti asilo nigeria Un gruppo di migranti nigeriani | Fonte: diversitymachtfrei.blogspot.it

È difficile spiegare quello che succede dopo, specie quando si ha davanti lo sguardo vuoto di un ragazzino di vent’anni del Senegal. Le scelte per chi ha avuto il diniego sono tre. La prima, il rimpatrio volontario. In un modo o nell’altro, è una via che non percorre nessuno. La seconda, è restare in Italia in maniera illegale. Lo Stato ti nega la protezione, ti toglie i documenti, ma non ti porta alla frontiera. I migranti diventano irregolari sul territorio. Dopo più di un anno in cui hanno tentato di regolarizzarsi, di ottenere documenti che permettessero loro di accedere a un lavoro normale, scompaiono nel ventre criminale del sottobosco italiano. Per loro, adesso, si aprono mesi di vita in strada, di lavori in nero, di raccolta di ortaggi in situazioni disumane, di criminalità. Non si può più essere molto schizzinosi, ora che sono tutti soli. E la mafia ne gode, i padroni disonesti ci ingrassano, la sicurezza ne soffre, e i partiti populisti di destra additano ai migranti pericolosi che alimentano lo spaccio e le rapine.

L’ultima scelta è fare ricorso. La decisione della Commissione si può impugnare, ma dev’essere fatto da un avvocato, in un tribunale. I tempi per presentare il ricorso sono di trenta giorni. In quei trenta giorni i richiedenti asilo dovrebbero trovare un avvocato, trovare un accordo sul pagamento del ricorso, presentare la domanda. Fare il ricorso a volte paga, sono molte le decisioni restrittive o addirittura palesemente infondate delle Commissioni che vengono rovesciate dai tribunali. Ma si può immaginare quanto sia difficile trovare un avvocato per una persona molto spesso priva di reddito, con una scarsa conoscenza della lingua e con una rete sul territorio quasi assente.

In sostanza, i dinieghi stanno creando una nuova popolazione di “clandestini”. Sono persone alle quali è stato permesso di passare un anno in Italia, imparare un po’ di lingua, abituarsi ad una vita tranquilla e sicura. E all’improvviso, questa vita finisce, con la strada come unica reale alternativa. È chiaro da subito che il sistema di asilo non li accoglierà tutti. Ciononostante non viene proposta nessuna alternativa, né utopica come un permesso umanitario per tutti, né spaventosa come rimpatri forzati di massa. L’unica risposta è un colpevole silenzio e la consapevolezza che, al contrario di quanto si è creduto, qui non si è al sicuro.

Angela Tognolini

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4 pensieri su “Qui non sei al sicuro: dinieghi, ricorsi e il ritorno della paura

  1. Gli avvocati che offrono il gratuito patrocinio (leggasi: paga lo Stato) sono tantissimi. Spesso le associazioni/cooperative li effettuano in automatico,in caso di diniego. I tempi per i ricorsi sono biblici. Un esempio: ricorso effettuato nell’agosto 2016 con data del primo appello novembre 2018, data che potrebbe essere posticipata dal giudice anche di un anno. Se viene nuovamente diniegata c’è la possibilità dell’appello, sempre finanziabile con il gratuito patrocini. il richiedente, per tutto questo iter ha comunque diritto al permesso di soggiorno (che permette di lavorare legalmente) e all’accoglienza (vitto, alloggio, pocket money, vestiti, corsi di lingua, operatore di riferimento).

    Spesso i richiedenti asilo (soprattutto Nigeriani) sono venuti in Italia (è vero… rischiando la vita ma..) per meri interessi economici, magari lasciandosi alle spalle un lavoro e la famiglia contraria al viaggio.

    In Nigeria si è diffusa l’idea che basti attraversare “the River” (come viene chiamato) per fare facilmente un sacco di soldi.

    Credo che prima di tutto sia necessario cambiare, con una buona comunicazione mirata, queste credenze che (almeno da quello che vedo intorno a me) ritengo infondate. Dovrebbero ridursi i tempi dei ricorsi ed eliminare, come era stato proposto, l’appello. Favorire il rimpatrio volontario l’assistito, ricordandosi che molti non vogliono tornare non perché in pericolo di vita ma perché “what my family and friends will think about me if I’ll come back and I’m not full of money?”.

    Altre proposte?
    – invitare la Nigeria, ed altri paesi che presentano nella loro legislazione il reato di omosessualità, ad un tavolo di dialogo verso una riforma di tale assurdità
    – smettere di credere che Boko Haram sia diffuso in tutta la Nigeria

    Saludos,

    GerArD

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    1. purtroppo il diritto al ricorso, così come l’accesso al gratuito patrocinio, viene mutuato dall’ informazione che i richiedenti asilo ricevono. A lato di numerose cooperative e associazioni che lavorano in modo esemplare, ci sono moltissimi richiedenti asilo lasciati a sé stessi, che non ricevono alcuna consulenza legale e che faticano enormemente a mettersi in contatto con un legale nei 30 giorni disponibili per presentare un ricorso. Tra quelli che effettivamente riescono ad accedervi, una grande maggioranza riceve una decisione positiva che ribalta l’esito negativo della decisione della commissione territoriale. Questo è un buon dato per verificare come molto richiedenti asilo abbiano in effetti dritto alla protezione, più di quanto tale diritto non sia riconosciuto da molte Commissioni Territoriali.

      Inoltre, i richiedenti asilo presenti sul territorio italiani appartengono a molte nazionalità: sono nigeriani, pakistani, afghani, somali, eritrei… Alcuni di essi sono donne, altri minori, altre famiglie. Ognuno di loro proviene da una situazione specifica e ha diritto, per questo, alla valutazione individuale della loro domanda di protezione. Per questo, dire che spesso sono qui per ragioni economiche è decisamente riduttivo.

      Rafforzare, e soprattutto rendere più appetibili, i rimpatri assistiti è senza dubbio una priorità. Esattamente come è una priorità fare pressione su paesi nei quali non esiste sufficiente tutela delle minoranze religiose, etniche e sociali. Purtroppo, gli abusi dei diritti umani non si limitano alla persecuzione degli omosessuali, come i conflitti e il terrorismo non sono solo opera di Boko Haram.

      Nessuna di queste azioni, però, è in conflitto con l’assicurare ai richiedenti asilo la tutela che la legislazione italiana, europea e internazionale gli accorda. E questo non è quello che il sistema sta facendo al momento.
      Per approfondire, consiglio questo link: https://www.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Ftutmonda.wordpress.com%2F2015%2F07%2F13%2Fricorsi-contro-i-dinieghi-degli-status-di-protezione-ed-effettivita-dei-diritti-di-difesa%2F&h=tAQGAaSaA

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