Droga, povertà e criminalità organizzata: il Messico raccontato da Ivan “Grozny”

Il Messico, i cartelli della droga e la sofferenza di una popolazione schiacciata dalla criminalità organizzata e dalla corruzione dello Stato. Di questo e molto altro ho parlato con Ivan Compasso “Grozny” nel corso di una piacevole telefonata sfociata nell’intervista che fra poco leggerete, nella quale si cerca di raccontare brevemente la situazione politica, economica e sociale di un Paese affascinante quanto complesso come il Messico. Il punto di vista è quello di un giornalista che ha toccato con mano questa realtà di fame, corruzione e povertà, ma che soprattutto ha raccontato le difficili situazioni di molte altre zone del mondo – Kobane dentro, il suo ultimo libro, ne è un esempio. Vogliamo quindi provare a comprendere questa triste realtà messicana, anche alla luce del documentario Cartel Land di Matthew Heineman – che sarà proiettato martedì 16 febbraio alle ore 21.15 presso il Cinema Europa di via Pietralata 55/A (Bologna) e del quale la nostra Sabrina Mansutti ha fatto questa bellissima recensione

Libertad de expresion y de prensa | Foto di Ivan Grozny su Instagram
Libertad de expresion y de prensa | Foto di Ivan Grozny su Instagram

Ivan, sei appena tornato dal Messico. Cosa ci puoi dire della situazione politica e sociale del Paese?

Il Messico è un Paese davvero complesso. Solitamente è difficile separare le cose buone da quelle cattive e in questo caso ancora di più perché tutti i settori del Paese sono inquinati, dalle forze di polizia ai militari passando per i governi locali. Fare politica in Messico vuol dire scendere a patti con qualcuno o in guerra con qualcun altro. Quindi o si perde la vita o si finisce a far parte di un sistema malato, tenendo conto che non mi sembra ci sia una gran voglia di indagare sul sistema, cosa che ho colto parlando con molti osservatori locali.

Un Paese complesso e inquinato. Anche guardando Cartel Land si capisce come a rimetterci sia la popolazione, la gente comune…

Come in ogni parte del mondo a rimetterci è sempre la popolazione. Da un lato chi dovrebbe tutelarti dimostra di poter fare qualunque cosa di te, dall’altro sei condizionato da chi detiene i soldi e il potere. Chi traffica droga ottiene molti soldi ma è anche vero che, ad esempio, a Sinaloa non sentirai mai nessuno parlare male de El Chapo, perché lui a questa gente alla fin dei conti dà da mangiare: e tu non mordi chi ti dà da mangiare. Questa è una sintesi interessante che ci dice parecchio. Poi ti chiedi perché dovresti sostenere il Governo quando da esso subisci solo sopraffazioni e non hai i servizi che dovresti avere. La gente che va in Messico va in vacanza e non ha la percezione delle necessità delle comunità locali della bassa California, del Michoacán, del Chiapas eccetera. Io ho avuto la fortuna di andare in Messico per un mese e mezzo abbondante parlando con tantissime persone – giornalisti, scrittori e altri – che la situazione la vivono.

Hai citato El Chapo. Con la sua ricattura quali saranno i nuovi equilibri nel panorama dei cartelli della droga?

È molto difficile descrivere perfettamente il panorama dei cartelli. C’è il cartello di Sinaloa, poi c’è quello dei Los Zetas – che però in realtà non è un vero e proprio cartello ma un gruppo paramilitare – i Templari e tanti altri. In Messico è stata impedita la proliferazione di piantagioni di oppio e produzione di droghe sintetiche solo nella zona del Chiapas grazie alla presenza degli zapatisti (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, movimento armato clandestino ndr), altrimenti non c’è nessun altro posto. In questo momento il cartello di Sinaloa è quello più ricco e più potente, anche se ora con la cattura de El Chapo bisogna capire cosa succederà: se lui è finito scoppierà una guerra per vedere chi prenderà il suo posto, se invece questa guerra non scoppierà vorrà dire che non è successo nulla di clamoroso, gli affari andranno avanti e la struttura non cambierà.

Rimanendo su El Chapo, la sua fuga – dai contorni incredibili e paradossali – lascia intendere come ci sia una tacita collaborazione e quindi corruzione da parte delle forze di polizia. La domanda che sorge spontanea è: dov’è lo Stato in Messico?

Lo Stato non è un monolite: è una struttura complessa dove ci sono diverse realtà. E dobbiamo pensare che il 97% delle persone che lavorano in queste diverse realtà è corrotto e il restante 3% è minacciato di morte. La seconda questione è quella delle diverse polizie e in particolare quella del Mando único, che è la reale questione politica del momento, e che prevede praticamente un comando centrale che gestisce e coordina tutte le forze di polizia (federali, regionali, provinciali) di un determinato Stato. Questa cosa in un Paese latinoamericano mette i brividi: anche se non c’è mai stata la dittatura militare né nessun golpe, si contano almeno 28000 scomparsi, che poi sono solo quelli denunciati.

In molti articoli relativi alla situazione messicana si parla di narco-stato

È un termine che non mi trova d’accordo: è una semplificazione troppo grande. La domanda che bisogna farsi è capire cosa vuol dire davvero cartello. Non c’è solo il traffico di droga: c’è il cartello delle uova, quello delle patate, del lime eccetera: così hai il monopolio di un bene che è sulle tavole dei messicani tutti i giorni e puoi cambiare il prezzo come e quando vuoi. L’illegalità si nasconde molte volte anche in quei commerci e attività che dovrebbero essere invece legali.

mexico city
In the city of lights – Mexico City | Foto di Ivan Grozny su Instagram

Qual è il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò?

Il Messico è il vero confine degli Stati Uniti. A sud quelli che entrano dal Centro America – Salvador, Honduras, Guatemala – scappano da situazioni davvero drammatiche: ne ho incontrati un sacco e si ritrovano poi in situazioni altrettanto drammatiche perché vengono rapiti e costretti dai narcos ad andare a lavorare nelle cocinas. L’agenda della guerra al narco è una roba americana, ai messicani non appassiona così tanto: avrebbero già risolto il problema legalizzando droghe leggere e tanto altro.

Nel documentario di Heineman all’inizio si vede un narcotrafficante che davanti alla videocamera riconosce la bassezza morale del produrre e trafficare droga, m dicendo che viene dalla povertà e che se ne avesse l’occasione piacerebbe anche a lui fare una vita pulita girando il mondo.

Non mi stupisce che i ragazzi – non solo messicani ma anche salvadoregni e honduregni – che finiscono nelle gang diventino dei criminali a causa della povertà: sono stati convinti ad abbracciare questa vita grazie alla promessa di soldi facili e tutto ciò che ne consegue. È un po’ come i bambini soldato in altre parti del mondo: quando non hai nulla da perdere finisci in questi giri qua.

somos america mexico
Somos America: United Raza | Foto di Ivan Grozny su Instagram

La tua professione di giornalista freelance ti ha portato a raccontare tantissime vicende in Paesi diciamo “pericolosi”. In Messico tra l’altro i giornalisti non sono ben visti, come testimoniano i molti omicidi che si contano dal 2010. 

Negli ultimi anni sono stato in zone considerate pericolose: dal Messico fino a Kobane sotto l’assedio dell’Isis, l’Iraq e la Palestina. Sono stato in due dei quartieri più romanzati del Messico dove si dice accadano le cose peggiori, ma alla fine ho trovato gente normale che mangiava, dormiva e faceva la spesa come in tutti i posti del mondo. È chiaro che non sono posti tranquilli ma bisogna un po’ smitizzare queste concezioni e modi di pensare certe zone del mondo: c’è molta gente che cerca di fare una vita dignitosa e non può essere considerata criminale solo perché vive in un determinato posto. In Messico ho conosciuto anche tantissimi artisti e ho visto tantissima arte bellissima.

In cosa consiste il progetto Mex ¿Qué? ?

Mex ¿Qué? è un progetto multimediale lanciato dall’associazione Ya Basta e da Becco Giallo – gli editori di fumetti – e l’idea è quella di fare un documentario, un libro a fumetti e una mostra fotografica sul tema del narcotraffico che ho documentato con video e interviste.

Concludiamo questa intervista con una domanda semplice e complessa allo stesso tempo: cosa vuol dire essere un giornalista freelance? 

Quello del giornalista è un mestiere che non fai se non c’è passione. Oltre alla passione un’altra cosa fondamentale è la curiosità. Le difficoltà sono tantissime e bisogna metterle in conto. Io ho scelto di raccontare l’estero perchè è interessante guardare al di là delle cose, andare a conoscere, confrontarsi, scoprire. Mi piace essere nei posti dove accadano le cose: sono stato in Tunisia durante le insurrezioni della Primavera Araba, sono stato in Brasile, dove mi sono occupato della situazione sociale del Paese in riferimento ai Mondiali del 2014 realizzando anche il documentario Brasiliando. In generale mi appassiono di diritti umani. Per questa professione ci vuole molta pazienza, voglia di fare e soprattutto saper ascoltare se stessi andando a cercare le notizie.

Per rimanere aggiornati sul lavoro di Ivan questo è il suo canale YouTube.

Giuliano Martino

cartel land bologna

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