La Coppa Rimet, tra misteri e maledizioni

E’ il 1928, precisamente il 29 maggio. Il congresso plenario della Federation Internationale de Football Association si è riunito ad Amsterdam, ed è appena stata decisa a maggioranza la nascita di una nuova competizione internazionale per nazionali. E’ il primo Mondiale, e l’Uruguay chiede di poter ospitare il campionato, che si svolgerà due anni dopo, per il centenario della sua federazione. Il presidente accetta. Quel presidente è Jules Rimet. Il padre-padrone della FIFA (ne resta alla presidenza per trentatre anni) commissiona il trofeo per questa nuova competizione all’orafo francese Albert LaFleur. Il nome della neonata coppa è Victory, ma nel 1946 viene ribattezzata come Coppa Rimet, quando Jules non solo è vivo, ma è anche presidente della FIFA e primo firmatario della proposta di rinomina. I Mondiali vivranno emozioni e storie incredibili, ma la prima di queste storie riguarda la Coppa, che ha una vita parallela e a se stante rispetto alle competizioni, e a cui sono legati guerra, furti e misteriose morti. Questa è la misteriosa storia della Coppa Rimet.

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Albert LaFleur, il padre della coppa, scelse per sua figlia l’effige di una vittoria alata, che a sua volta regge una coppa, per circa un chilo e ottocento grammi d’oro a 18 carati e d’argento. Il tutto poggiato su una base ottagonale di marmo con incastonati numerosi lapislazzuli, che portava il totale a quattro chilogrammi. Del resto, LaFleur era un orafo della scuola di Cartier, e l’oro non gli dispiaceva. E così la Coppa Victory viene svelata a Villefranche sur Mer a bordo della Conte Verde, la nave che porterà in Uruguay le Nazionali francese, rumena e belga e lo stesso Rimet. La Jugoslavia, altra rappresentativa europea, venne ospitata sul Conte Rosso, nave gemella. Al ritorno dai Mondiali però, la Coppa Victory non era sulla nave. Infatti andava di diritto al vincitore dell’edizione, quell’anno i padroni di casa dell’Uruguay, fino all’edizione successiva. E l’edizione successiva si tenne in Italia, dopo che Rimet stesso appoggiò la candidatura di Mussolini, ritenendo al contrario più debole quella della Svezia. La partecipazione fu ben più ampia rispetto alla precedente, ma a mancare fu proprio la nazionale detentrice, l’Uruguay, per protesta. L’edizione precedente infatti molte nazionali europee, tra cui l’Italia stessa, avevano disertato con la scusa dei costi di trasferta troppo alti. Alla fine l’Italia si aggiudicò il trofeo, dopo aver battuto l’Austria in semifinale e la Cecoslovacchia in finale. E così fu la squadra di Vittorio Pozzo a portare, questa volta in treno, la Coppa in Francia nel 1938. Dopo un esordio duro contro la Norvegia, gli Azzurri eliminarono i padroni di casa francesi e il Brasile, per poi vincere contro l’Ungheria, titolandosi così contemporaneamente come unica bicampione mondiale e nazionale più forte d’Europa, dopo aver battuto l’Austria (che ormai non esisteva più, trasformata in Ostmark dai Nazisti) e l’Ungheria.

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Il Mondiale 1942 avrebbe dato l’opportunità all’Italia di vincere per la terza volta, ed aggiudicarsi definitivamente la coppa, come da regolamento. Ma il Mondiale 1942 non arrivò mai, perché di mezzo ci si misero i fucili ed i carri armati della Seconda guerra mondiale. E la Coppa, in quel momento, si trovava a Roma. Precisamente, si trovava nella sede della Federcalcio, e all’indomani dello scoppio della guerra venne affidata al segretario, Ottorino Barassi, che non sapendo dove altro nasconderla, se la portò a casa. Ma Hitler voleva quella coppa, perché due chili d’oro fanno gola sempre, e soprattutto in tempo di guerra, o forse perché il Fuhrer era sempre stato ossessionato dal valore intrinseco del trofeo, dall’essere la Nazionale più forte del mondo, tanto che aveva spinto per l’unificazione delle squadre nazionali di Austria e Germania proprio per aggiungere alla nazionale uncinata il potenziale austriaco. In ogni caso, al Platzkommandantur di Roma arriva l’ordine di trovare quella Coppa. E qui esplodono le leggende.

Barassi, informato che i nazisti stanno arrivando, apre la porta al comandante tedesco e gli racconta che la Coppa è stata portata a Milano dal CONI, e che lui non sa dove possa essere. Che lui è solo un segretario, e che queste cose le decidono più in alto. I nazisti forse non sanno che Barassi ha ricoperto e ricoprirà qualsiasi ruolo nella Federazione, fino a diventare anche vicepresidente della FIFA. In ogni caso, perquisiscono la casa, in Piazza Adriana, dietro Castel Sant’Angelo. Ma non trovano niente, e devono tornare a mani vuote. Ma la Coppa era in quella casa, ed era nel posto più tradizionale dove si nasconde ciò che non si vuole far trovare: sotto il letto. Un’altra versione della leggenda racconta che alla porta sia andata ad aprire la moglie di Barassi, mentre lui passa dal balcone la Coppa Victory avvolta in uno straccio al vicino, il generale della Milizia Giorgio Vaccaro, presidente della Federcalcio e membro del CIO. Dopo aver perquisito casa Barassi, le truppe naziste si recano anche da Vaccari, che nasconde la coppa nel lettino del figlio e mostra ai tedeschi la sua collezione di armi e una lettera indirizzata a lui e firmata da Hermann Göring. Alchè la Gestapo pensò bene di andarsene, perché in casa di un così fidato alleato non ci poteva essere la Coppa. Che invece c’era.

E’ il 1946. In Lussemburgo si tiene il primo congresso FIFA nel nuovo mondo libero. E nessuno sa, Rimet compreso, che cosa ne sia della coppa, finchè Barassi non estrae da sotto il tavolo una scatola nera, mostrando a tutti la Coppa Victory, che proprio in quella riunione, per festeggiare 25 anni di presidenza, viene rinominata Coppa Rimet. Il colpo di scena di Barassi non solo permise ai Mondiali di proseguire, ma illuminò l’Italia di nuova luce, mentre Germania e Giappone vennero avvolte dalle tenebre e non invitate ai Mondiali successivi, in quanto stati aggressori.

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Jules Rimet (a sinistra) consegna la Coppa a Raul Jude, presidente della federcalcio dell’Uruguay

La prima edizione della Coppa del Mondo Jules Rimet, come venne ribattezzato il torneo, si tenne in Brasile, ma vinse nuovamente l’Uruguay nel famoso Maracanazo. Poi la coppa passò di mano, ma senza sussulti, alla Germania Ovest, dopo il Miracolo di Berna e la finale con l’Ungheria  di Puskas del 1954, al Brasile nei Mondiali di Svezia e nuovamente ai verdeoro nei mondiali cileni del 1962. Il 1966 vide la Coppa Rimet arrivare in Inghilterra, per l’organizzazione del torneo. A dieci anni esatti dalla morte del padre, Jules Rimet, la sua coppa venne esposta al centro di una mostra di francobolli, il cui valore, assicurato al Lloyds, si aggirava intorno ai sei milioni. Ma i francobolli non vennero toccati, mentre la Coppa, sfruttando un cambio della guardia, venne rubata. Il 20 marzo, a meno di tre mesi dall’inizio del Mondiale, la Coppa Rimet era sparita. E nessuno sa perché, del resto i francobolli sono molto più piccoli e facili da smerciare, in più valgono molto di più. La voce di chi ritiene che l’abbiano rubata per fonderla rimane inascoltata.

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La polizia brancola nel buio, varie persone vengono fermate per poi venire rilasciate. Ma pochi giorni dopo arriva alla sede della Federazione inglese, sulla scrivania del presidente Joe Mears, una lettera. Dentro c’è una richiesta di riscatto per la coppa insieme alla testa della Vittoria Alata, rimovibile. Ci si accorda per un luogo e un’ora, chiaramente da raggiungere senza polizia. Ma la polizia c’è, e viene arrestato Edward Betchley, 47enne portuale. Piccolo dettaglio: la Coppa non c’è. Betchley viene portato in carcere, ma non sa dire dove sia il trofeo. Passano 24 ore, e cambiamo zona di Londra. A Beulah Hill, zona Sud, David Corbett è a spasso con Pickles (cetriolino), il suo cagnolino. E Pickles si ferma ad annusare un pacchetto, avvolto nel Daily Mail di qualche giorno prima. Il naso del cagnetto scava nella carta, fino a rivelare un brillio dorato. David Corbett solleva il pacchetto, ed estrae la Coppa Rimet. Il giallo è risolto, festa, ringraziamenti, a Pickles e padrone vanno 5mila sterline. Ma il giallo in realtà non è risolto. Perché rischiare tanto per rubare la Coppa per poi abbandonarla in un giardino? E che ruolo ha Betchley, liberato qualche giorno dopo su cauzione pagata da un benefattore misterioso? Intanto si diffondono le voci di una maledizione: Mears subisce una crisi cardiaca e muore due settimane dopo la vittoria dei Mondiali, Betchley due anni dopo per enfisema e pure Pickles, nel 67’, viene strangolato dal suo stesso guinzaglio mentre insegue un gatto.

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David Corbett ed il povero Pickles, nel luogo del ritrovamento

In ogni caso ne nasce un intrigo internazionale. L’Inghilterra chiede alla FIFA di poter realizzare una copia, e davanti al rifiuto della federazione internazionale, procede ugualmente. Il gioielliere George Bird ne fece una copia in bronzo dorato, praticamente identica per peso, colore e dimensioni all’originale. E qui cominciarono i problemi, perché le due coppe potevano essere confuse. Probabilmente l’Inghilterra festeggiò la vittoria dei mondiali casalinghi con la copia, mentre l’originale rimaneva al sicuro in cassaforte. La copia poi tornò nelle mani di Bird fino alla morte, mentre l’Inghilterra consegnava l’originale alla FIFA. O forse no, magari l’Inghilterra aveva tenuto l’originale per cedere la copia, o magari l’originale ce l’aveva ancora Bird. In ogni caso, la FIFA ad un certo punto si convince che quella che ha è la copia, e nel 1995, quando Bird muore, partecipa all’asta per prendere la coppa “originale”. Con base d’asta di 30mila sterline, la FIFA se l’aggiudica per 254mila, battendo come unico concorrente la Federazione nazionale brasiliana. E una volta presa la coppa, ci si accorse che era un falso.

Dopo il 1966, la Coppa raggiunge il Messico, dove con ogni probabilità verrà definitivamente assegnata ad una squadra. Infatti in semifinale del 1970 arrivano Brasile, Uruguay, Italia e Germania Ovest, con le prime tre che già sono a quota due. Italia e Germania Ovest daranno vita alla partita del secolo, e gli azzurri saranno poi sconfitti in finale da Pelè e compagni, che ottengono così il privilegio di portare in Brasile per la terza ed ultima volta la Coppa Rimet. E mentre i vincitori successivi avrebbero sollevato il nuovo trofeo, scolpito dall’artista italiano Gazzaniga, la Federazione verdeoro mise in mostra fieramente la vecchia Coppa (il tutto mentre l’Inghilterra faceva la stessa cosa con una copia). Ma la storia della coppa non è destinata a finire dentro una polverosa teca. Nel 1983 infatti viene nuovamente rubata. L’autore del furto è Sergio Peralta, ex funzionario della federazione, che contatta l’italiano Antonio Setta per accordarsi sul furto. Ma Setta non se la sente, anche perché il fratello è morto d’infarto proprio guardando la finale del 1970. Peralta trova comunque dei complici, Bigode e Barbudo, e insieme rubano la coppa dopo aver immobilizzato il custode. Consci però del rischio di vendere l’oggetto o di chiedere un riscatto, decidono di contattare un orafo loro amico per fondere i metalli preziosi di cui è composta. Hernandez, l’orafo, decide di aiutarli, ma la sua attrezzatura permette di fondere solamente 250 grammi di materiale alla volta. E così, prima di fonderla, i quattro la tagliano in pezzi. Pare guadagnino poco più di 15mila euro dalla vendita dell’oro e dell’argento, quando la vendita del trofeo intero gli avrebbe fatto guadagnare una cifra cinque volte superiore, o forse anche più. Tanti credono che in realtà non sia mai stato fuso, e che giaccia ancora tra i trofei più ambiti di qualche miliardario. E così finisce la storia della Coppa Rimet, fusa, fatta a pezzi, rubata e persa. In ogni caso la maledizione di Rimet colpisce anche loro. L’italiano Antonio Setta, dopo aver appreso la notizia, fa il nome di Peralta, che viene arrestato e torturato dalla polizia, e che morirà in libertà vigilata, anni dopo la morte di suo padre, ucciso dalla vergogna. Hernandez, diventato nel frattempo latitante e narcotrafficante, verrà riconosciuto ed arrestato, passando il resto della sua vita in carcere. Barbudo poi verrà assassinato nello stesso bar dove Peralta aveva preso contatto con Setta. L’ultimo dei quattro, Bigode, dopo il carcere, è impazzito, ed è stato visto spesso giocare nel suo giardino con un cane immaginario, che secondo i testimoni chiama “Pickles” e a cui chiede se e quando la rabbia di Rimet avrà fine.

Marco Pasquariello

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