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Tulipomania

Sono passati quasi sessant’anni ormai da quel famoso 1958, anno in cui Modugno si presentò al Festival di Sanremo cantando Nel blu dipinto di blu. Sul palco, una cascata barocca di fiori bianchi e palme faceva da cornice all’imminente rinascita economica dell’Italia, per la gioia dei fioristi della città ligure. Nel frattempo, tra una crisi e l’altra, siamo finiti per celebrare la “canzone italiana” (?) senza più l’ombra di un bocciolo, perché l’austerity è l’austerity. Ogni anno scatta la drammatica polemica, eppure la verità è che i fiori costano e — soprattutto sotto San Valentino — vi inviterei ad acquistare un mazzo di rose per vedervi trasalire alla vista del prezzo sullo scontrino. E poi, in fondo, non c’è un granché da festeggiare.

La valenza sociale di questi simboli, come quelli floreali, non è da sottovalutare. Lo sanno bene i nederlandesi, protagonisti della prima bolla speculativa documentata della storia, chiamata anche “tulipomania”. Tutto iniziò nella seconda metà del Cinquecento, quando la coltivazione intensiva dei tulipani si diffuse nei Paesi Bassi; fu Carolus Clusius (capo botanico dell’Università di Leida) a scoprire che il fiore appena arrivato da Costantinopoli avrebbe potuto sostenere anche le rigide temperature del nord. La sua bellezza straordinaria si trasformò presto in una moda, in un vero e proprio status symbol e bene di lusso: si stima che il reddito medio annuo dell’epoca si aggirasse attorno ai 150 fiorini e  che un solo bulbo comune potesse arrivare a costarne 1000. Il bulbo più famoso, il Semper Augustus, fu venduto al prezzo di 6000 fiorini (oggi 70.000 euro). La vendita andava da giugno a settembre ma, vista la crescente richiesta, nel resto dell’anno i commercianti iniziarono a firmare contratti per l’acquisto dei tulipani con l’impegno di consegnare i bulbi nell’estate successiva. Il 6 febbraio 1637 il “commercio del vento” terminò con lo scoppio della bolla speculativa: si era diffusa l’idea che la domanda di tulipani non avrebbe retto. Decine e decine di olandesi, di qualsiasi estrazione sociale, caddero in rovina.
L’avidità di denaro e l’adesione alla moda furono soddisfatti attraverso la riproduzione intensiva di un fiore splendido che, lentamente, si ammalò. Tra i fiori si stava diffondendo l’infezione maligna da “potyvirus”, un virus delle piante che causa una distribuzione alterata dei pigmenti nei petali. Ad un ceppo di questo virus venne dato il nome splendido: “Rembrandt che rompe i tulipani”. Di generazione in generazione, il bulbo malato si rimpicciolì a tal punto da impedirgli di rifiorire, così che la maggior parte delle varietà di tulipani striati — tra cui quel Semper Augustus venduto a 70.000 euro — oggi non esiste più.

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Abraham Brueghel, Delfinium, rose, tulipani, garofani e gelsomini in un cestino (1660 ca)

C’è un modo però per godere ancora della mirabile visione di quei tipi di tulipani: il genio creativo dell’arte. Il genere fiammingo dello still-leven, diffusosi in quel periodo storico, ne testimonia ancora la bellezza attraverso ricche composizioni di fiori. La rappresentazione dei turgidi boccioli, che spiccano tra queste stesse nature morte, costituì in un primo momento il simbolo di un lusso sfrenato, ma col tempo finì per rispecchiare la precarietà dell’esistenza. Per scoprire alcuni esempi di pittura dell’epoca, spegnete la televisione e recatevi a Palazzo Albergati (Bologna), dove rimarrà allestita fino alla fine del mese la mostra dedicata al genio artistico della famiglia Brueghel.

Roberta Cristofori

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