“Cartel Land” (2015): la porta dell’inferno

Immerso nel buio della foresta, un gruppo di uomini sta discutendo dei propri affari e cucinando meth. Uno di loro, mascherato, rivolgendosi direttamente al regista, afferma: “Sappiamo di fare del male, mandando su tutta questa droga. Ma te lo ripeto, non abbiamo risorse, siamo poveri. Se stessimo bene, saremmo come voi. Gireremmo il mondo e faremmo lavori belli e puliti come voi.” Inizia così Cartel Land, documentario diretto da Matthew Heineman e prodotto da Kathryn Bigelow (The Hurt Locker, Zerto Dark Thirthy), già vincitore dei premi U.S. Documentary Directing Award e Special Jury Award for Cinematography al Sundance Festival 2015 e candidato come miglior documentario agli Oscar 2016.

1437715046316Girato su due fronti, in Messico nella regione del Michoacán e negli Stati Uniti nella valle Altar dell’Arizona, il documentario ci immerge nel mondo della lotta civile al narcotraffico. Da un lato abbiamo il medico José Mireles che comanda l’Autodefensas, un collettivo di cittadini che cerca di proteggere i propri compaesani dal cartello della droga dei Cavalieri Templari. Dall’altro Tim “Nailer” Foley, veterano statunitense, capo degli Arizona Border Recon, che tentano di impedire che la guerra tra i narcotrafficanti messicani oltrepassi il confine.

Il filo conduttore dei documentari inseriti nella rassegna “Mondovisioni” è la frattura tra istituzioni e cittadini, ed è proprio in questa frattura che s’inseriscono queste due organizzazioni. Attraverso i loro occhi, Heineman ci fa capire cosa vuol dire vivere in una zona dove anche solo uno sguardo sbagliato o una parola di troppo possono essere fatali, dove la paura porta a cercare forme di protezione diverse da quelle che può offrire lo stato. C’è però un confine immaginario e — se vogliamo — arbitrario, tra giusto e sbagliato, bene a male. È giusto agire al di fuori dei confini del legale? Secondo Tim Foley l’azione dei vigilanti dell’Arizona Border Recon è necessaria, perché nel cosiddetto “corridoio della cocaina” la legge non c’è. Si tratta di una no man’s land abbandonata da tutti e dove l’unica difesa possibile è quella fai da te.

Il documentario, oltre che su due fronti geografici, scorre su due livelli narrativi. Il primo è quello che ci racconta la storia delle persone. Veniamo a conoscenza di storie personali strazianti come quella di una famiglia di tredici persone sterminata per un mancato pagamento ai Cavalieri Templari o quella di una moglie, costretta a vedere il proprio marito bruciare vivo e tagliato a pezzetti, risparmiata perché il ricordo di una tale atrocità è la punizione migliore. Attraverso queste storie ci rendiamo conto di come quel sadismo che abbiamo sempre associato ai gangster dei film hollywoodiani più di successo non è frutto di immaginazione ma, in territori come quello del Michoacán, è una terribile realtà. Attraverso questi racconti entriamo in empatia con la popolazione messicana quando lancia un grido disperato di aiuto; ci arrabbiamo con il governo messicano perché non riesce a garantire la pace al suo popolo e anzi, probabilmente ha anche rapporti diretti con i cartelli. Comprendiamo perfettamente il dottor José Mireles quando ci spiega l’Autodefensas come un’organizzazione necessaria nata a causa dell’inadeguatezza del governo nel fornire sicurezza ai propri cittadini. Noi cosa faremmo al loro posto? Aspetteremmo di morire per mano dei narcos o sceglieremmo di morire lottando?

È in questa lotta per la sopravvivenza che si inserisce il secondo livello, quello che ci racconta una storia che potrebbe essere ambientata in Messico ma anche in qualsiasi altro luogo. La vecchia storia del potere corrotto e corruttore, del labile confine tra bene e male. Attraverso la figura del dottor Mireles, leader carismatico del movimento, assistiamo allo sgretolarsi degli ideali e allo “sporcarsi” della sua giusta causa. Dopo un incidente aereo piuttosto misterioso Mireles perde il pieno controllo dell’Autodefensas e, nell’ultima parte del documentario, quelli che consideravamo i buoni sembrano essere passati al lato oscuro. Probabilmente già al momento della costituzione della milizia civile vi erano degli infiltrati che aspettavano semplicemente il momento propizio per fare i propri interessi e Mireles avrebbe dovuto scegliere i suoi aiutanti più scrupolosamente. Lasciandoci nel beneficio del dubbio (intrinsecamente corrotti o traviati da fattori esterni?) Heineman ci mostra come i membri dell’Autodefensas abbiano iniziato a comportarsi come coloro che stavano combattendo, seguendo la sacra legge dell’occhio per occhio, dente per dente.

Una frase pronunciata da un cittadino mi ha colpito particolarmente: “Se non crediamo nelle istituzioni dello stato, siamo finiti come cittadini”. Ma se sono quelle stesse istituzioni a tradire la nostra fiducia? Dove sta il giusto? Il documentario finisce con la regolamentazione dell’Aautodefensas, che diventa Fuerza Rural Estatal, un’entità governativa di dubbia moralità probabilmente legata ai cartelli. José Mireles è stato arrestato il 27 giugno 2014 ed è in attesa di processo. Le ultime immagini del documentario sono immerse nel buio e ci mostrano di nuovo i produttori di meth. Quasi a dissipare ogni nostro dubbio, un uomo con indosso una maglia della polizia ci dice “sono tutti corrotti”. Lo spettatore allora non può che chiedersi se quella notte buia che vede sullo schermo sia l’unico futuro destinato al Messico o se esista un’alternativa possibile. Per quanto mi riguarda la strada dell’etica sembra ancora troppo lontana per il governo e per le milizie civili.

Sabrina Mansutti

cartel land bologna

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