intervista riccardo noury amnesty international

Morire per le proprie idee: intervista a Riccardo Noury, Amnesty International

Arabia Saudita, 2016. Fotografia di un paese che abbiamo imparato a riconoscere, potenza economica grazie al petrolio, leader apparentemente solido in una parte dei mondo, il Medio Oriente, che siamo abituati a pensare come frammentata. Eppure conosciamo poco di ciò che accade all’interno del territorio controllato dalla famiglia Al Saud. Ed è nelle piccole cose (e nelle loro conseguenze) che si misura cosa significa vivere in Arabia Saudita: due amici possono bere un caffè insieme, ma non se sono un uomo e una donna, alle donne è proibito guidare, si rischia di essere arrestati per un commento sui social media, si può morire per una poesia.

Ashraf Fayadh è un poeta e intellettuale di origine palestinese, ma nato in Arabia Saudita: da circa due anni si trova in carcere ad Abha, con l’accusa di apostasia, di offesa alla morale saudita e di aver diffuso idee ateiste con la sua raccolta di poesie intitolata Al taalimat bi al dakhil (Le istruzioni sono all’interno), pubblicata a Beirut nel 2007 dall’editore libanese Dar al Farabi. Lo scorso dicembre il tribunale saudita che ha in carico il suo caso ha deciso di ribaltare una precedente sentenza e condannarlo a morte, salvo poi convertire il tutto in “solo” 8 anni di carcere e 800 frustate. Le ragioni della condanna sono poco chiare: c’è chi ipotizza una vendetta personale per motivi artistici, chi sostiene che l’autorità voglia punire la pubblicazione su YouTube di un video nel quale si vede un esponente della polizia religiosa frustare pubblicamente un uomo, chi si limita a sostenere che sia l’ennesimo caso di repressione del dissenso. Non vi sono dubbi, però, sulla natura pacifica di ogni sua espressione in contrasto con la linea governativa, né sulla natura prettamente artistica delle sue poesie che spesso parlano semplicemente d’amore o riflettono sull’esistente, e nemmeno sull’assurdità della condanna.

La storia di Ashraf è diventata presto un simbolo e proprio per questo si è mobilitata la società civile internazionale che, in queste settimane, chiede a gran voce la sua scarcerazione. Non si tratta tuttavia di un caso isolato. I prigionieri di coscienza detenuti da Riad sono decine e, spesso, l’unica difesa efficace è quella che viene dall’esterno, da associazioni come Amnesty International che da sempre si batte per garantire la libertà di espressione a tutti. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, porta avanti queste battaglie contro la tortura e la pena di morte dal 1980 ed è tra i promotori delle molteplici iniziative della ONG atte a sensibilizzare la popolazione sulle violazioni dei diritti umani.

La recente mobilitazione per la cancellazione della pena di morte per il poeta di origine palestinese Ashraf Fayadh, organizzata da Amnesty International, ha coinvolto città in tutta l’Europa mobilitando migliaia di persone e dando spazio alla vicenda e ai versi del poeta. Come è andata dal vostro punto di vista?

L’effetto, se guardo al punto di vista del cambiamento effettivo della situazione, non c’è e non era nemmeno immaginabile che in pochi giorni potesse esserci, però la serie di iniziative di questi mesi ha contribuito ad aumentare la sensibilità che, insieme a molti altri fattori, spero che possa persuadere le autorità saudite a non procedere con l’esecuzione della pena capitale. [Pressioni che hanno portato all’effettiva riduzione della pena a 8 anni di carcere e 800 frustate, ndr] Solo in Italia, le letture pubbliche delle poesie di Ashraf hanno coinvolto centinaia di persone in più di dieci città. Ma queste iniziative hanno valicato i confini dell’Europa: anche a Ramallah, a Tunisi e in altre capitali mediorientali c’è stato grande coinvolgimento. Siamo davvero soddisfatti della risposta popolare e l’idea che il mondo della cultura, della letteratura, dell’arabismo si mobiliti, in un modo così importante, ci dà conforto. Speriamo che serva.

L’accusa nei confronti di Ashaf è di apostasia – come del resto è per il blogger Raif Badawi condannato a 10 anni di carcere, una multa da un milione di rial sauditi (pari a circa 200mila Euro) e 1000 frustate. Quali sono le ragioni di questa accusa e di quelle mosse a molti altri prigionieri di coscienza?

L’apostasia, punita con la morte, è un modo per colpire direttamente persone come Ashraf o Raif. La qualifica di “oppositori” o “dissidenti” data loro non nasce da una esplicita volontà di schierarsi contro il governo o di avere un atteggiamento di forte opposizione. Alla fine, detta in termini quotidiani, si sono fatti gli affari loro: Ashraf ha scritto le sue poesie senza traccia di alcun criterio o concetto poetico che possa sostenere l’accusa di apostasia. Raif, a sua volta, ha scritto ciò che credeva giusto condividere con un pubblico online, ma anche in questo caso nei suoi scritti non c’è traccia di una militanza politica che possa definirlo come dissidente. La loro colpa è quella che si attribuisce a tutto il pensiero libero: ovvero quella di esprimere idee o dei punti di vista che escono dallo spazio consentito dall’autorità. L’Arabia Saudita non è il solo paese dove tutto ciò che esce da questo minuscolo recinto è considerato sovversione, basti pensare a Russia o Turchia. L’autorità, poi, teme soprattutto il potere di condivisione di idee, poesie, post e il loro potenziale sovversivo, a maggior ragione se viene da persone che possiedono questa arma molto potente che è la scrittura.

A favore della scarcerazione di Raif Badawi si è mosso anche il Parlamento Europeo che gli ha, recentemente, attribuito il Premio Sakharov per la libertà di espressione. La campagna di sensibilizzazione lanciata da Amnesty International ha, quindi, raggiunto livelli istituzionali rilevanti. Eppure il blogger non è ancora libero.

Il gesto è molto bello, ma il Parlamento Europeo è sì un’istituzione importante, ma rispetto al potere concreto della Commissione e dei capi di stato degli stati membri dell’Unione Europea, ad esso rimane una funzione marginale, funge più da coscienza.   Questa presa di posizione a maggior ragione stride con il silenzio della comunità internazionale. Questo premio fa bene a Raif e si aggiunge alle iniziative messe in piedi nel corso dell’ultimo anno che ho la presunzione di ritenere abbiano bloccato le frustate, almeno momentaneamente. Un anno e una settimana dall’ultima serie di frustate, voglio proprio sperare che quella pena non sarà più applicata.

Spesso le accuse mosse dalle autorità saudite verso blogger, intellettuali, attivisti sono molto vaghe e, come si diceva, vanno a colpire l’opposizione politica utilizzando le parole come pretesti. Ciò rende, se possibile, ancora più complicato agire per difendere i prigionieri di coscienza. Come vi muovete e cosa è possibile fare concretamente?

Dal 1961 ci sentiamo fare questa domanda: cosa possiamo fare noi, perché. Ecco noi mobilitiamo e ci impegniamo a sensibilizzare le persone per premere sulle autorità dei paesi dove ci sono violazioni dei diritti umani. Inoltre queste mobilitazioni permettono ai prigionieri di coscienza di sentirsi meno soli: in molti  hanno poi cercato chi ha contribuito al loro rilascio, un esempio tra tutti è quello di Luis Sepulveda. I loro racconti significano molto per noi e ciò che emerge è che la sensazione peggiore non era il carcere, ma la sensazione di sentirsi abbandonato e dimenticato dentro un carcere. La solidarietà, in questo senso, riveste un ruolo fondamentale. In aggiunta, questa pressione che nasce dal basso ha il dovere di spingere su chi ha il potere riprendere le decisioni. In questo caso, i governi “amici” dell’Arabia Saudita. Molte volte serve, molte volte no, ma fa parte delle sfide dei movimenti per i diritti umani.

Il fatto che la struttura di ordine pubblico dell’Arabia Saudita sia divisa tra una polizia “normale” e una “religiosa” complica la definizione degli obiettivi di queste attività di advocacy?

Solo apparentemente. Infatti, il governo saudita ha rapporti diplomatici con gli altri paesi del mondo: insieme fanno affari, commerciano petrolio e armi. Il fatto che sia la polizia religiosa a muoversi non cambia nulla. La maggior parte dei prigionieri di coscienza, inoltre, non è coinvolta direttamente dalla polizia religiosa. A parte Fayadh e Badawi, gli sono condannati per reati che non c’entrano con la religione, si parla piuttosto di rottura vincolo fedeltà con il re, minaccia alla sicurezza nazionale, terrorismo.

Essere un intellettuale in Arabia Saudita, nel 2016, comporta dei rischi ben precisi. Anche suonare la propria musica rock è punibile con la pena di morte. Quali sono effettivamente le pene in cui si può incorrere?

Qualunque prigioniero di coscienza ha di fronte a sé la tortura e un procedimento irregolare. Poi, a seconda del reato, ci sono delle pene diverse. Per l’apostasia, così come per altri reati con cui si vuole mascherare l’opposizione politica la sentenza è la pena di morte. Quando invece la condanna è per atti terroristici, c’è l’ergastolo e altre pene detentive in violazione dei diritti umani. Questo è il caso di una buona parte dell’élite intellettuale del paese, in cui comprendo anche avvocati, giornalisti, difensori dei diritti umani. Attualmente undici ex leader dell’Associazione Saudita per i diritti civili e politici si trovano in questa situazione. Fondata nel 2009, era l’unica associazione indipendente del paese. Oggi, tutta la sua leadership, compresi intellettuali del calibro del dottor Al-Hamid, è in carcere per aver provato ad esprimere una visione diversa.

Non solo organizzazioni non governative, ma anche alcuni stati si sono uniti in questa battaglia per la tutela della libertà di espressione e la fine delle sistematiche violazioni dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita. La Norvegia, per esempio, ha posto un’interrogazione sul rispetto dei diritti umani, ma il governo di Riad ha respinto le accuse al mittente senza alcuna conseguenza. Al punto che, oggi, l’ambasciatore saudita alle Nazioni Unite è presidente del Comitato consultivo del Consiglio ONU dei diritti umani.

Esattamente, andrà a ricoprire un ruolo paradossale perché toccherà a lui scegliere i vari esperti di diritti umani che andranno ad indagare sulle violazioni. Del resto, i meccanismi per eleggere questi rappresentanti fanno sì che una maggioranza di paesi, in questo caso quelli del blocco asiatico che hanno tendenzialmente lo stesso approccio repressivo, possano raggiungere il quorum necessario per rendere possibili queste nomine. Ulteriore bizzarria, se vogliamo chiamarla così, è il fatto che l’Arabia Saudita ha rifiutato negli ultimi 8 anni ogni visita di esperti e attivisti. Cosa farà questo signore? Chiederà al suo paese di autorizzare le visite delle persone da lui nominate fino ad oggi rifiutate? A me sembra un grande pasticcio.

Sarà una banalità, ma è bene ribadire che vi è un’enorme responsabilità della comunità internazionale, intesa come quel gruppo di paesi, molto numeroso. Cosa possiamo dire dei paesi occidentali? Sicuramente che hanno una concezione à la Orwell l’aggettivo moderato. In questa ottica, bisogna tenersi stretti l’Arabia Saudita che solo in questo senso si può definire tale visto che è colpevole di crimini di guerra nello Yemen, probabilmente anche  con armi italiane, e si tratta dello stesso paese che ha messo a morte, tramite decapitazione in piazza, più di duecento persone soltanto nel 2015. Un paese in cui un blogger viene frustato, un poeta condannato a morte. Come possiamo chiamarlo moderato? Questo è l’equivoco. Il vero significato dell’aggettivo moderato, nel linguaggio machiavellico della comunità internazionale porta a definire un paese con cui si possono fare affari, vendere armi, prendere petrolio, affidare una certa delega alla sicurezza dell’area. Ma è evidente che di fronte a tali violazioni dei diritti umani all’interno e all’esterno del paese, non può risolvere il problema. Al contrario, ne diventa parte.

A proposito delle violazioni dei diritti civili e politici dei propri cittadini, lo scorso dicembre per la prima volta le donne hanno potuto votare ed essere elette alle elezioni amministrative. Si tratta di un concreto passo in avanti oppure di un cambiamento prettamente simbolico, che strizza l’occhio all’occidente?

Se la distanza da compiere che ci porta al pieno rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita va da 0 a 100, questo gesto ha significato 1 su 100, meglio di niente, ma siamo ancora molto lontani dalle meta. Inoltre questo provvedimento è stato pubblicizzato e riverito anche troppo. Ammesso che le donne abbiano potuto esercitare questa eleggibilità attiva e passiva, visto che qualcuno ha dovuto accompagnarle ai seggi (ricordiamo le che donne non possono guidare, per esempio), le donne candidate erano poche e le elette ancora meno. I consigli municipali sono le uniche istituzioni dove può esserci un’elezione, la percentuale di donne candidate era esigua, quella di donne elette ancora meno: a me pare che siamo di fronte ad un gesto pubblicitario la cui portata è stata sopravvalutata.

Non solo Arabia Saudita, però: il problema dei prigionieri di coscienza valica i confini geografici. Quali sono altri casi o storie di tali violazioni della libertà di espressione che ancora passano sotto silenzio?

Abbiamo un grosso problema di prigionieri di coscienza in Iran che passa sotto silenzio perché finché al governo c’era Ahmadinejad gli occhi di tutti erano puntati su Teheran, oggi Rouhani ha fatto un incantesimo al mondo. Siamo tutti felici che alcuni negoziati siano stati avviati come quello sul nucleare o la rinuncia alle sanzioni, ma se il rispetto dei diritti umani viene così ignorato, allora è un segnale che le cose non vanno poi così bene. Senza allontanarci troppo dall’area, desta preoccupazione la Turchia, dove vediamo proprio in questi giorni una allarmante involuzione: giornalisti in carcere, procedimenti penali avviati verso chiunque critichi le autorità dello stato, accademici arrestati arbitrariamente. Vi è poi la repressione del dissenso in Cina con, probabilmente, migliaia di persone in carcere. La situazione nel sud-est asiatico: Vietnam, Laos e Thailandia, soprattutto dopo il colpo di stato. Secondo i dati più aggiornati (2014), sono 62 i paesi dove ci sono prigionieri di coscienza. Circa un terzo dei paesi del mondo mette in carcere le persone per le loro idee.

Sembra essere passata una vita dal quel 1948 quando gli stati hanno deciso di mettere nero su bianco il loro impegno a rispettare questi diritti promuovendo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Il principio per cui le idee vanno rispettate anche quando non condivise e la consapevolezza che libertà di espressione è un valore fondante di civiltà sono ormai calpestati e dimenticati. Sta a noi alzare la testa e la voce affinché non vengano trascuratei ulteriormente.

Angela Caporale

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