Perché non dobbiamo sorprenderci per i cinesi che votano alle primarie del PD a Milano

In questo fine settimana si sono svolte le primarie per eleggere il candidato sindaco del Partito Democratico a Milano. Secondo i primi exit poll il vincitore è Giuseppe Sala, ex commissario EXPO e fedelissimo del premier Matteo Renzi. L’evento è stato però segnato dall’insolita partecipazione della comunità cinese del capoluogo lombardo che è andata alle urne per sostenere lo stesso Sala. Beppe Grillo, dal suo blog, ha colto al volo l’occasione per criticare il PD e, di conseguenza, il suo segretario Matteo Renzi. Citando un articolo del Fatto Quotidiano, in cui si raccontava di come alcuni di questi elettori fossero poco consapevoli delle loro azioni, Grillo ha lanciato l’irrriverente hashtag #PdMadeInChina. Anche il leader della Lega Matteo Salvini si è accodato alla polemica prontamente dall’altro celebre social network, Facebook, tramite un post venato anche di una certa ostilità nei confronti di questa comunità.

https://www.facebook.com/salviniofficial/videos/10153537046933155/

Secondo fonti PD tuttavia non c’è stata nessuna “marea cinese” in queste primarie. Pare infatti che solo 300 su oltre 7000 elettori presenti il sabato fossero di origine asiatica. Pochi se si pensa che i cinesi residenti a Milano sono più di 28mila e che, ormai, il cognome “Hu” è più diffuso in città del tradizionalissimo “Brambilla”. Ecco poi si potrebbe mettere in dubbio anche la veridicità del dato ma forse si farebbe una dietrologia eccessiva.

In un articolo, quantomeno in controtendenza, Il Post spiega perché la comunità cinese si sia schierata compatta con Sala. Quest’ultimo infatti e Antonio Iannetta, direttore di UISP, sono stati gli unici due candidati ad aver dato la loro disponibilità ad incontrare i rappresentanti dell’Unione Imprenditori Italia-Cina. D’altra parte invece Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani non hanno avuto alcun tipo di rapporto con la comunità cinese. Balzani, vicesindaco nella giunta Pisapia, si è addirittura dichiarata favorevole alla maggior regolamentazione degli esercizi commerciali in zona Sarpi, fulcro della Chinatown meneghina.

Insomma, seppur in dimensioni abbastanza ridotte, trattasi del fenomeno di “voto di scambio”. Tuttavia va distinto il voto di scambio illegale da quello legale. Quello illegale presuppone l’assegnazione da parte del candidato una volta eletto di posizioni o favori che non è tenuto legalmente a concedere. Quello legale si configura invece quando vengono realizzate delle proposte fatte in campagna elettorale mirate a fare gli interessi di una specifica fetta di popolazione. Il confine può sembrare sfumato ma esiste. E penso che Sala non abbia nessuna intenzione di perdere la faccia per una manciata di voti.

Certo vedere persone che votano in maniera poco coscienziosa e piuttosto forzata non è esattamente un grande spettacolo di democrazia. Ma è sempre successo e succederà  ancora. In particolare in un’epoca in cui il “voto d’appartenenza” (legato alla fedeltà ad un determinato soggetto politico) è in declino a favore del “voto d’opinione” (dipendente  da giudizi che possono variare di volta in volta) e, appunto, del “voto di scambio”. In particolare in delle primarie a selettorato amplissimo, ovvero aperte a tutti, anche a chi non ha la cittadinanza italiana. Tutto sommato era dunque un’eventualità prevedibile. Nessuno quindi si dovrebbe sorprendere. Forse nemmeno scandalizzare.

Anzi il PD in questa maniera può cominciare a fidelizzare nuovi elettori che non si erano mai recati alle urne. Una strategia sicuramente vincente visto che a lungo andare questi individui, o i loro figli, diventeranno italiani a tutti gli effetti. Il Partito Democratico sta semplicemente allargando la base elettorale come fa ogni partito che vuole vincere le elezioni. Anzi, tecnicamente parlando, sarebbe una prerogativa di tutti i partiti in generale.

Peraltro mi pare di ricordare che lo stesso Renzi intendesse estendere il diritto di voto anche a chi non è ancora cittadino italiano. E si potrebbe ragionevolmente essere anche d’accordo. Un tale passo favorirebbe l’integrazione delle minoranze etniche che lavorano, pagano le tasse e tuttavia non si vedono spesso riconosciuta sufficiente rappresentanza nelle istituzioni. Quello che è successo a Milano dunque si riproporrebbe su scala nazionale. Ma finché rimane in un quadro di legalità… Ecco forse il problema sta proprio qua. Visti i misfatti che coinvolgono la nostra classe politica, spesso troppo incline a episodi di corruzione, il voto di scambio “interculturale” si potrebbe trasformare facilmente in tangenti e mazzette. E allora sarebbe davvero il caso di indignarsi.

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