Memoria: un Giorno all’anno?

La Giornata della Memoria, da poco trascorsa, rischia sempre più di apparire come un meccanico omaggio alle vittime della Shoah, come un invito formale a non ripercorrere le drammatiche strade del nazi-fascismo e del razzismo. Un invito, tuttavia, sempre più frequentemente, per quanto indirettamente, disatteso.
Periodicamente le nostre città si ritrovano ad ospitare manifestazioni pubbliche di formazioni più o meno dichiaratamente neo-fasciste, mentre le reazioni razziste, mascherate o palesi che siano, alle migrazioni di massa e alle minacce terroristiche attecchiscono minacciosamente in numerosi paesi d’Europa.

Recentemente la mia città, Modena, si è trovata ad ospitare un raduno di Forza Nuova, convocato a seguito del clamore suscitato da un episodio avvenuto nella vicina Vignola, dove quattro giovani stranieri avrebbero minacciato con una scacciacani alcuni adolescenti, interrogandoli – stando a ricostruzioni giornalistiche degne di una sceneggiatura dei Fratelli Cohen – sulla loro fede “in Dio o in Allah”.

Quello che poi si è rivelato uno scherzo di cattivo gusto e pessimo tempismo ha scatenato le reazioni indignate della destra, concretizzatesi poi con una manifestazione della Lega Nord a Vignola e, appunto con l’arrivo a Modena di militanti di Forza Nuova.

Secondo copione, la risposta della cittadinanza modenese è viaggiata lungo due binari: un presidio “istituzionale” in difesa dei valori della Resistenza e un corteo di movimenti e centri sociali, venuto puntualmente a contatto con le forze dell’ordine che impedivano ai presenti di raggiungere la piazza di Forza Nuova.

Che si critichi la timidezza della prima risposta o l’irruenza della seconda, è lecito dubitare della loro efficacia, specie a fronte di una partecipazione indubbiamente sentita ma limitata ad una fetta minoritaria della popolazione già “allenata” all’antifascismo.

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Il professor Francesco Maria Feltri.

Abbiamo sottoposto questi nostri dubbi al professor Francesco Maria Feltri, storico, esperto di nazionalsocialismo e Shoah, nonché docente nelle scuole superiori di Modena.

Professore, a oltre settant’anni di distanza dalla Liberazione, i valori della Resistenza – confluiti poi nella nostra Costituzione – sono ancora, ci passi il termine, “popolari” in Italia?

Da un lato, penso davvero di sì: nessuno, neppure i soggetti politici di destra o centro-destra, possono pensare ad un colpo di Stato. Sotto questo profilo, siamo molto lontani dal clima degli anni Settanta: allora la destra era davvero fascista ed eversiva. Lo spettro di un golpe (come quello cileno) allora non era – a mio giudizio – pura fantasia paranoica della sinistra. Oggi, per quanto riguarda i valori, però, il quadro è diverso. Il ventennio berlusconiano (a mio parere) è stato devastante: valori come la legalità, il rispetto delle regole e la solidarietà sono stati sbeffeggiati e irrisi. Erano (sono) valori centrali nella Costituzione, e sono senza dubbio valori di matrice resistenziale, cari a Togliatti come a Dossetti. Per questo, Berlusconi non ha avuto pudori nel definire “comunista” la Costituzione del 1948. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che la realtà economica di oggi spinge in direzione dell’individualismo, mentre il sindacato fatica a rinnovarsi. Assai più preoccupante appare poi l’atteggiamento verso i migranti e i profughi: è indubbio che varie forze politiche, in Italia e in Europa, sono apertamente razziste, in palese disprezzo dei principi della Costituzione.

Oltre ad essere uno studioso, Lei è quotidianamente impegnato nelle classi di scuola superiore. E’ banale affermare che il fascismo, ed in generale estremismi e discriminazioni, si combattono attraverso la conoscenza, piuttosto che trasformando il tutto in una battaglia tra tifoserie contrapposte. Come si insegna la Storia del Novecento, tra conflitti mondiali e totalitarismi, ai ragazzi del nuovo millennio?

La prima strategia efficace è l’onestà intellettuale: non si può parlare solo delle violenze fasciste o naziste; dopo l’apertura degli archivi sovietici, le figure di Stalin e dello stesso Lenin non appaiono molto diverse da quelle di Hitler o di Mussolini. Personalmente, insisto molto sulla carestia che provocò (per colpa diretta di Stalin) 6 milioni di morte per fame in Ucraina. Non serve più, a mio parere, una “pedagogia dell’orrore”, giocata su immagini macabre. Inoltre, è fondamentale il rigore terminologico (un lager non è un centro di sterminio della soluzione finale), concettuale (Dachau non è Treblinka) e cronologico (un lager del 1933 è diverso da un campo del 1944). Infine, respingo a priori ogni tipo di retorica: cerco di essere freddo e misurato: di spiegare, soprattutto, la dinamica degli eventi e la mentalità degli assassini.

Mentre in Italia giace in Parlamento una proposta di legge che vieta la vendita di souvenir inneggianti al Duce, in Germania, che pure porta la cicatrice del nazismo, gli anticorpi a simili derive paiono ben più sviluppati. Ad esempio, la recente manifestazione dell’ultradestra a seguito dei fatti di Colonia è stata prima sospesa dalla polizia poi condannata da varie autorità. A cosa si deve questa, almeno apparente, differenza tra Italia e Germania?

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Martin Schulz, all’epoca Presidente del Parlamento Europeo, visita Marzabotto (credits: montesole.eu)

Senza dubbio, i crimini tedeschi sono stati molto più gravi di quelli italiani. Al massimo, si poteva tacerli, ma non celebrarli: sarebbe stato davvero eccessivo. In Inghilterra (e in Italia) si è poi imposta l’idea che il fascismo era un totalitarismo bonario; l’idea è falsa: le violenze italiane furono comunque gravi in Etiopia e nei Balcani. Inoltre, va precisato che le leggi razziali fasciste furono molto dure e severe. Comunque (almeno dagli anni Settanta) la sensibilità verso il passato in Germania  (per lo meno in certe ragioni) si è alzata, mentre in Italia il concetto di antifascismo si è appannato, lasciando strada all’idea che celebrare Mussolini sia “politicamente corretto”.

Altrove in Europa la situazione pare più preoccupante: il governo polacco ha recentemente intrapreso un percorso di “orbanizzazione” del paese, a partire dal controllo dei media. Movimenti populisti di destra hanno guadagnato consenso persino nelle democrazie scandinave, mentre in Francia è occorso il “barrage republicain” per impedire una vittoria storica del Front National. Che rischi corre quest’Europa, stretta tra l’uscita diseguale dalla crisi economica e la minaccia terroristica dell’Isis?  

Il problema vero è la disunione europea: l’assenza di una politica veramente federale che affronti in modo coerente la politica estera, il fenomeno dei profughi, i problemi economici… Così l’Europa non funziona: pare debole, rigida, stupida, e nello stesso tempo esigente: così si presta il fianco ai populismi che chiedono “meno Europa” e si illudono di risolvere i problemi smantellando l’Unione. In realtà, c’è bisogno di un nuovo Trattato, per costruire, con chi ci sta, una vera federazione.

Andrea Zoboli

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