Lavorare meno, lavorare meglio, lavorando tutti

Cosa accadrebbe se uffici e aziende riducessero l’orario di lavoro da otto a sei ore al giorno per cinque giorni alla settimana? Secondo gli abitanti di Göteborg, importante città della Svezia in cui negli ultimi anni si è sperimentata questa nuova politica aziendale, si sta decisamente meglio. Una tale riduzione, secondo i diretti interessati, ha aumentato la produttività dei lavoratori e migliorato la qualità della loro vita.

Le reazioni in Italia sono quanto mai fredde e l’opinione dominante è, come sempre, che la Svezia può permetterselo, noi no. Le obiezioni sono prevedibili e si concentrano sul timore che l’atteggiamento non propriamente stakanovista del lavoratore italiano tipo sia inconciliabile con un alleggerimento così marcato del carico orario di lavoro e sulla complicata situazione economica in cui versa il Belpaese. Onestamente non le considero obiezioni validissime, perché macchiettistiche, inoltre penso andrebbe meglio analizzata la situazione.

L’esperimento svedese insegna e conferma come la produttività aumenti al calare delle ore di lavoro per il semplice motivo che il lavoratore è più felice, riposato e invogliato. La felicità dei dipendenti genera profitti aggiuntivi per l’azienda e simili esperimenti in tutto il mondo stanno dimostrando questo “algoritmo vincente”: parliamo di Netflix, TetraPack (in Italia), Toyota e Virgin, tutte grandi imprese che hanno scommesso e, per ora, stanno portando a casa risultati interessanti. Ridurre l’orario di lavoro significa anche permettere la creazione di nuovi posti di lavoro per coprire turni più brevi, cosa non secondaria nel nostro panorama. Una testimonianza importante di questo effetto positivo è data dall’esperienza della Casa di cura Svartedalens di Göteborg, che ha ridotto l’orario di lavoro a sei ore nel febbraio 2015, introducendo quattordici nuovi impiegati per coprire i turni e migliorando sensibilmente, a detta degli interessati, sia il morale del personale, sia le condizioni degli ospiti. Analogamente la fabbrica della Toyota, sempre a Göteborg, da tredici anni ha diviso l’orario di lavoro in due turni da sei ore ciascuno. A seguito di questa politica ora gli operai della fabbrica producono più di quanto non facessero prima e i profitti della azienda sono cresciuti sensibilmente (+25%).

Interessante è la testimonianza di Maria Bråth, a capo dell’omonima startup che ha anch’essa adottato le trenta ore settimanali, secondo cui l’orario di lavoro ridotto permette, almeno in questa fase iniziale, un vantaggio competitivo in termini di risorse umane, perché, logicamente, è più facile attrarre talenti a queste condizioni. È un fatto che la produttività di queste aziende è migliorata ed è un fatto che i lavoratori sono più motivati. L’unica contromisura adottata da alcune di queste imprese è il divieto di accesso ai social network durante le ore di lavoro e la riduzione delle pause, ma questo non ha portato malumori tra la forza lavoro, che in nessuno dei casi ha dichiarato di voler tornare alle quaranta ore.

Inoltre una argomentazione secondo me molto valida a favore della riduzione dell’orario di lavoro in ufficio è che sempre meno spesso e per sempre meno mansioni il lavoro comincia e termina in azienda. Il riconoscimento del lavoro svolto in ambiente domestico passa anche da qui.

Ci saranno altre occasioni in cui si renderà necessario approfondire le conseguenze di questo processo, anche estreme, magari aiutandoci con autori la cui lungimiranza ha permesso in qualche modo di prevedere ciò che sta avvenendo e forse avverrà (vedi Sraffa, P. (1960), Produzione di merci a mezzo di merci, Torino Einudi), per ora accontentiamoci di valutare il presente e i risultati tangibili. La storia ci insegna che l’orario di lavoro tende sempre a diminuire, Keynes predisse una società in cui l’orario settimanale non avrebbe superato le quindici ore settimanali. Non bisogna spendere energie a trovare i problemi di un fatto che semplicemente si verificherà, ma impegnarsi per far sì che il passaggio sia il meno traumatico possibile, raggiungendo l’obiettivo di lavorare meno, ma lavorare meglio. Magari lavorando tutti.

Luca Sandrini

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