Schengen, Sarri e Rohani

Avrei potuto scrivere un articolo sulle statue dei Musei Capitolini inscatolate per non offendere la vista del presidente iraniano Rohani, in visita in Italia con 17 miliardi di euro di commesse industriali nel doppiofondo della valigia.
Avrei potuto scrivere un articolo sullo sconto “Family Day” proposto da NTV, ossia Italo Treno, o sul fatto che qualcuno abbia inavvertitamente lasciato accesa qualche luce al Pirellone.
Avrei potuto scrivere un articolo sugli insulti razzisti e/o omofobi che il calcio italiano ci propone ad ogni diretta televisiva (anche in super slow-motion!), o sul fatto che il presidente della FIGC Tavecchio, ebbene sì, proprio quello degli “ebreacci”, degli “omosessuali? Io sono normalissimo”, dei “mangia-banane”, abbia proposto la prova tv per squalificare chi insulta in campo.

Poi però ho iniziato a mettere in fila una serie di eventi avvenuti in questi ultimi giorni.

Alla vigilia del Giorno della Memoria, il parlamento danese ha approvato la confisca dei beni ai migranti, da intendersi come contributo alle spese di accoglienza. Il provvedimento, altamente discutibile di per sé, assume tinte ancor più fosche se si considera la maggioranza schiacciante (81 favorevoli, compresi i socialdemocratici, oltre alle destre, contro 27 contrari) che lo ha licenziato.

Ieri invece è toccato alla Svezia rendere noto un programma di rimpatrio destinato a 80mila profughi arrivati nel paese nel solo 2015. Il Ministro degli Interni Anders Ygeman ha annunciato che saranno necessari voli charter e che, nonostante si tenterà di favorire i rimpatri volontari, non potranno essere escluse misure coercitive. La Svezia, paese europeo “preferito” dai richiedenti asilo, almeno stando alla percentuale di rifugiati pro capite, è stata recentemente scossa dall’omicidio di una ventiduenne che lavorava presso un centro asilo, per mano di un rifugiato quindicenne.

Respingimenti, questa volta su binari, stanno per essere programmati anche dall’Olanda, mentre la linea dura della Gran Bretagna colpisce anche i minori non accompagnati, che saranno accolti soltanto in “casi eccezionali”. E intanto, al di là della Manica, continua ad aumentare la popolazione della Jungle di Calais, una vera e propria città di tende abitata da rifugiati di ogni provenienza, cui viene impedito l’attraversamento verso l’Inghilterra. (Non serve aggiungere nulla sui muri e i fili spinati di numerosi paesi balcanici, dell’Ungheria di Orbàn e della nuova Polonia nazionalista…).

Stiamo assistendo, in sostanza, ad un tiro al bersaglio dove al centro, proprio dove si totalizzano più punti, sta il trattato di Schengen.
Gli accordi firmati nell’omonima località lussemburghese hanno fatto sì che dal 1993 viga la libera circolazione delle persone all’interno di una “zona” che comprende 26 paesi europei.
Nati al di fuori della cornice dell’Unione Europea, gli accordi di Schengen sono stati integrati negli anni Novanta con il Trattato di Maastricht e il Trattato di Amsterdam. Recentemente, per far fronte al massiccio afflusso migratorio e, occasionalmente, alle minacce terroristiche, numerosi Paesi hanno sospeso la propria adesione, riproponendo i controlli ai valichi di frontiera – tra questi: Austria, Francia, Germania, Danimarca, Norvegia, Svezia.
Ad oggi, la discussione in atto si lega a quella relativa alla costituzione di hotspot per la registrazione delle impronte digitali dei migranti: Italia e Grecia, principali paesi di approdo e transito, sono accusate di inadempienza in questo senso, al punto che la seconda rischia di essere di fatto “chiusa dentro”, con il blocco delle frontiere da parte dei paesi confinanti.

Ma al di là della complessa questione della gestione delle recenti massicce ondate migratorie, stiamo correndo un rischio epocale: vacilla Schengen, vacilla uno dei due simboli dell’Unione Europea – la libera circolazione e la moneta unica.
Se la prima venisse a mancare, come potrebbe la seconda concretizzare il “senso di Europa Unita”?
Senza Schengen, l’Europa rischia di ridursi ad austerity, memorandum e grigia burocrazia finanziaria: continuerebbe forse a sopravvivere per convenienze economiche, ma senz’anima.

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Ieri a Milano si è riunito l’ENF, il gruppo parlamentare che a Strasburgo riunisce le destre europee, dalla Lega al Front National, dal Vlaams Belang belga al Pvv olandese fondato da Gert Wilders.
Salendo sul palco, Salvini ha esclamato “Schengen è morto!”, seguito a stretto giro da Marine Le Pen che ha definito la libera circolazione “un’infamia”. La tesi, espressa dallo stesso leader leghista, è che “l’immigrazione sia un progetto studiato e finanziato per sostituire i popoli europei con chi si fa pagare tre euro l’ora”, o anche, gli ha fatto eco nuovamente la Le Pen, “l’ultimo braccio armato dell’europeismo, cioè impoverire le nazioni europee ed uccidere per sempre la civiltà” .

Dal canto suo, il premier Renzi ha recentemente dichiarato la propria contrarietà alla chiusura delle frontiere, affermando che “non si bloccano i terroristi sospendendo Schengen. Noi siamo per rafforzare i controlli, ma senza sospendere l’accordo di libera circolazione”.
Ora, è lecito naturalmente mettere in dubbio l’effettiva capacità di Renzi di invertire la pericolosa rotta verso la disgregazione imboccata dall’Unione Europea, come molti osservatori hanno fatto in occasione del recente scontro con Jean Claude Junker (di cui abbiamo parlato qui). La caduta politica e comunicativa dell’abolizione del reato di clandestinità prima annunciata poi rinviata a data da destinarsi perchè “la gente non capirebbe” rimane peraltro un vulnus grave.
Ma, almeno a parole, tutte da concretizzare, sembra quantomeno che il problema sia stato individuato.

Per scongiurare lo svuotamento di significato dell’Unione Europea di fronte alle sfide epocali poste, in questo caso, dalle migrazioni, serve certamente di più, non solo a livello politico ma anche a partire dalla società, dall’opinione pubblica.
Sfortunatamente, tuttavia, in Italia preferiamo parlare d’altro. Di Sarri e Mancini, ad esempio.
Per curiosità ho spulciato i profili Twitter dei principali giornalisti e commentatori italiani, da Saviano a Travaglio, da De Bortoli a Scanzi, da Gramellini a Ezio Mauro, da Menichini a Cerasa. Gli unici ad esprimere un semplice pensiero riguardo ai fatti elencati in precedenza, tra quelli casualmente presi in esame: Vittorio Zucconi e Gad Lerner.

Relativizzare in politica può spesso indurre in errore, ma alzare la testa dalla meschinità del nostro dibattito pubblico e considerarci parte di un mondo che non si esaurisce con un rimpasto di governo, due richieste di sfiducia e tre primarie, sarebbe fondamentale.
Ne siamo in grado?

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